Se il 2025 era finito malissimo tra lo sgombero di Askatasuna (con la conseguente militarizzazione del quartiere Vanchiglia) a Torino e l’approvazione della manovra finanziaria che ha definitivamente sancito la natura bellica dell’economia del “bel paese”, il 2026 non ha tardato a ricordarci la drammaticità del quadro internazionale.
Mentre il genocidio continua sanguinoso a Gaza e in Palestina tutta, mentre a Teheran le proteste popolari sono represse nel sangue dal regime teocratico, mentre feroci conflitti interni in Sudan e Myanmar (colpevolmente silenziati dai media supini ai dis-interessi del capitale) continuano a mietere centinaia di migliaia di vittime civili, le forze del male a stelle e strisce hanno invaso militarmente il Venezuela. E minacciano anche altre aggressioni, fra Groenlandia e Iran.
Se finiremo per subire il diktat imperialista di Trump, accettando il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro come un semplice fatto di cronaca, allora sarà meglio smettere di credere di vivere in paesi democratici.
È vero che Maduro ha preso misure anti democratiche e ha commesso errori, ma è altrettanto vero che storicamente le cause dei problemi del Venezuela risiedono nell’embargo omicida imposto dagli Stati Uniti — basti pensare all’infame embargo sui medicinali — per punire una popolazione “colpevole” di aver creduto nella rivoluzione bolivariana, ossia nell’esperimento del «socialismo del XXI secolo» messo in atto da Hugo Chávez, il predecessore di Maduro.
Frutto di un cinico egoismo coloniale, il disinteresse occidentale verso i processi di autodeterminazione dei popoli “lontani” non può più continuare a giustificare i soprusi del diritto internazionale a cui oggi stiamo assistendo in Palestina e in Venezuela.
Non possiamo più tollerare che dei nazisti/suprematisti bianchi come Netanyahu e Trump calpestino dignità e diritti umani a suon di bombe e rastrellamenti in nome del potere e del prestigio economico-militare. Non possiamo più sopportare la complicità di Meloni e di tutti gli indegni rappresentanti politici europei che giustificano il sionismo, l’imperialismo e il riarmo globale.
Per la libertà aggregativa che sgorga dalla vita dei centri sociali nelle città italiane, per la libertà di tutt3, indipendentemente dall’angolo del pianeta in cui si trovano a vivere o — nel peggiore dei casi — a sopravvivere, dobbiamo continuare a fare rumore. Un rumore che si deve misurare attraverso la decostruzione dei nostri privilegi, tramite la risoluzione costruttiva delle contraddizioni che emergono da diverse pratiche e orientamenti nei vari movimenti di lotta.
Si deve trattare di un rumore che scaturisce dalle scintille del desiderio per un mondo migliore: scintille che devono sfociare in mobilitazioni in cui poter misurare convergenze, piuttosto che distinzioni tra buoni/cattivi.
Simili scintille le abbiamo viste tutt3 quant3 nelle mobilitazioni e negli scioperi generali per la Palestina di fine settembre e inizio ottobre 2025, quando lo slogan lanciato dai lavoratori portuali di Genova «blocchiamo tutto!» ci ha ricordato che cosa significa rispondere all’oppressione dei padroni con il conflitto sociale; significa, infatti, mettere in atto blocchi di strade, stazioni, porti, aeroporti, pianificare sabotaggi, supportare le azioni più determinate e risolute al fine di esprimere in modo tangibile il proprio dissenso e la propria rabbia verso un sistema fascista, razzista, patriarcale, neoliberista.

Per questo motivo, la Rete Wish Parade è solidale a tutte le realtà e a tutte le persone singole che hanno subito le botte e che hanno subito/subiranno denunce da parte delle forze di polizia. Ed è proprio questa la ragione per cui le donazioni ricavate dall’ultima azione sonica collettiva che abbiamo animato presso il Parco San Donato a Novoli — alla fine del corteo per lo sciopero generale del 28 novembre indetto dai sindacati di base contro la finanziaria di guerra — sono state devolute ai compagni di USB Massa Carrara, recentemente raggiunti da diversi decreti penali di condanna per i blocchi durante le mobilitazioni di fine settembre.
Prendersi cura della lotta significa sostenere TUTT3 L3 COMPAGN3 che sono coraggiosamente dispost3 a mettere il proprio corpo nella lotta e per la lotta. La repressione ci troverà pront3 e compatt3. Non ci faremo sfaldare, non ci faranno chinare la testa. Anzi, la terremo ancora più dritta, e lo faremo in modo particolarmente gioioso: perché il potere non sa rispondere a chi ride.





