Urbano comune. Tra potere altruista e democrazia partecipativa

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Se non nasce dagli abitanti, non è partecipazione. Se non è autogestito, non è un bene comune.

Da quando il capitalismo finanziario ha imposto i propri interessi sulle logiche della politica, le democrazie liberali stanno degenerando. I partiti, difendendo l’interesse di un gruppo economico e dimenticando il mandato sociale, finiscono per diventare oligarchie dei più forti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: aumento delle diseguaglianze e contrazione della classe media, aumento delle privatizzazioni e contrazione dei servizi pubblici, più inquinamento e meno qualità della vita. Siamo arrivati al punto che sono gli stessi super ricchi a richiedere l’aumento della tassazione sui capitali. Siamo stati condizionati a credere che non ci sono alternative, che siamo in pochi a dissentire e che la maggioranza vuole un leader che faccia aumentare ad ogni costo i profitti, il lavoro e i consumi. Questo è il tipo di potere che ci governa, conflittuale e violento, ma il potere non è sempre stato questo, anzi!

Nelle comunità ristrette, come nel regno animale, il potere ha un volto altruista (Richard, Singer, 2018). Esso viene conferito a chi lo esercita per benevolenza, in difesa dei più deboli, perché è cosciente del fatto che dipendiamo gli uni dagli altri. Per evitare ogni tipo di sopruso il potere deve essere tolto appena manca lo spirito altruista. Così è stato per migliaia di anni. Come dimostrano gli scavi archeologici, per più di seimila anni, fino a tremila anni fa molte città erano egualitarie, anche in società complesse con più di centomila abitanti, governate senza una gerarchia rigida, con volontari eletti per trovare le soluzioni più eque per tutti (Graeber, Wengrow, 2022). L’egoismo e la competizione probabilmente iniziarono per evitare i lavori più sgradevoli, quelli che nessuno voleva svolgere.

L’ideale egualitario non ha mai smesso di diffondersi attraverso i secoli arrivando fino a noi e plasmando un movimento variegato, vivace e organizzato che ruota intorno all’idea di democrazia partecipativa. Si tratta di una rete eterogenea di comunità che praticano e promuovono l’orizzontalità da pari a pari, il decentramento decisionale, l’autonomia, la solidarietà e la condanna di ogni abuso. Si rifanno a modelli sociali formati da piccole comunità confederate, con molti livelli di partecipazione alle diverse scale decisionali e la possibilità di revocare il mandato di portavoce in qualsiasi momento. In questo modo l’attività politica è di tipo amatoriale, non professionale. Ogni cittadino si occupa di politica e, se lo vuole, può dedicarle temporaneamente più tempo degli altri, anche remunerato, se è stato scelto dal gruppo per un ruolo. Gli argomenti utilizzati per screditare questi modelli di governo sono tanto noti quanto arbitrari. Si dice che non possono funzionare con problemi complessi o su larga scala e che sono troppo lenti o non sanno far fronte alle emergenze. Il peggio è che le forze politiche vogliono diffondere l’idea che nessuno ha fiducia nella democrazia partecipativa, che siamo i soli a credere che possa funzionare, e in questo modo ci dividono.

In realtà ci sono, anche oggi, esempi concreti che mostrano come azioni collettive raggiungono risultati più giusti rispetto a decisioni polarizzate, prese da rappresentanti eletti. Senza entrare nel dettaglio basta vedere le politiche applicate grazie alla partecipazione diretta degli abitanti in Scozia, Svizzera, a Barcellona, Madrid, Bordeaux, Helsinki, Gent ecc. L’idea di base è quella che chi abita un territorio ha il diritto di decidere sulle questioni che lo riguardano. L’Unione Europea sostiene, con fondi e bandi, l’evoluzione dei sistemi decisionali verso modelli più inclusivi, basati sull’iniziativa dei gruppi locali spontanei che innescano processi a sostegno di particolari scelte politiche o per autogestire beni comuni. La cosa più sorprendente è che, quando gli abitanti s’incontrano e si confrontano, scoprono di essere d’accordo su molte cose, di non essere i soli a pensarla diversamente, di appartenere a una comunità, di sentirsi rafforzati dalla solidarietà.

Nel 2019, Macron ha promesso al movimento dei “gilet gialli” una consultazione popolare su larga scala, assemblee cittadine di 150 partecipanti in ogni città, con tanto di formazione da parte di esperti, per cercare soluzioni contro il cambiamento climatico. Le posizioni degli abitanti si sono dimostrate molto più responsabili e radicali di quelle dei loro rappresentanti. È risultato che gli abitanti vogliono vietare i voli a corto raggio, la pubblicità di auto a combustione, introdurre il reato di ecocidio, una tassa sui grandi patrimoni, ecc. Queste voci trovano eco in altri movimenti spontanei che chiedono di sottrarre al mercato tutti i beni fondamentali (cibo, acqua e casa, spazio pubblico), di togliere la proprietà intellettuale alle scoperte innovative socialmente utili, di vietare l’obsolescenza programmata, di tassare al 100% gli utili sopra un milione di euro (Kohei, 2020, p. 174). È utile ricordare che anche l’ormai celebre principio dell’economia circolare – nessuno lo dice – presuppone la responsabilità del produttore sui prodotti anche dopo la vendita, con il loro recupero e riciclo a fine vita (Stahel, 2019).

Chi vuole processi decisionali partecipativi crede che essi siano indispensabili per far convergere la giustizia sociale e ambientale, come sostiene l’ecologia sociale (Bookchin, 1989), cercando nuove forme di governo, come l’eco-crazia o la socio-crazia, che vogliono valutare le scelte non solo rispetto al capitale economico ma anche a quello ambientale e sociale, includendo così tutte le forme di vita nel processo decisionale. Ci sono diversi modelli e livelli di partecipazione, dalla semplice informazione alla consultazione, dalla decisione consensuale al controllo diffuso delle istituzioni. Lungo questo percorso l’Italia è rimasta molto indietro. L’informazione sull’attività politica locale è molto debole e la sola consultazione degli abitanti è un’eccezione, presentata ancora come una regalia, tanto da convincere i cittadini che la partecipazione è solo un altro tipo di propaganda. Nel nostro paese sono pochi i casi di co-gestione di beni comuni, mentre altrove si approfitta dell’intelligenza collettiva riguardo a importanti settori, come il bilancio, l’urbanistica, l’istruzione e la cultura.

Non bisogna aspettarsi che la legge autorizzi delle strategie partecipative, sono le iniziative locali organizzate dal basso che cambieranno la legge (Hamant, 2023). Com’è sempre successo per i diritti civili, sono le manifestazioni e la perseveranza di singole azioni legali a ottenere, dall’opinione pubblica e dai giudici, il sostegno per riconoscere legalmente un nuovo diritto. L’evoluzione dei processi decisionali è inevitabile. Ogni sistema vivente, per sopravvivere, si deve adattare alle circostanze in continuo mutamento e i sistemi di governo centrale e gerarchico, che si crede più efficiente e rapido, sono troppo rigidi e inappropriati a causa dell’eccessiva burocrazia e della distanza dai problemi reali. Il governo locale partecipato, invece, riesce a rispondere più precisamente alle sfide contemporanee, coordinandosi con i vicini per reagire coralmente anche in caso di emergenza. Il cambiamento in atto alla scala locale ha una risonanza d’intenti con la scala globale, dove gli stessi principi di autonomia, orizzontalità, collaborazione e decentramento sono applicati nella condivisione di programmi evolutivi gratuiti, di prodotti auto-costruiti a bassa tecnologia, di reti decentralizzate, di moneta locale.

 

Riferimenti bibliografici

Murray Bookchin, Per una società ecologica, Elèuthera, 1989.

David Graeber, David Wengrow, L’alba di tutto, Rizzoli, 2022.

Olivier Hamant, La robustesse du vivant, Gallimard, 2023.

Saito Kohei, Il capitale dell’antropocene, Einaudi, 2020.

Matthieu Richard, Tania Singer, Pour un pouvoir altruiste, Allary, 2018.

Walter R. Stahel, Economia circolare per tutti, Edizioni Ambiente, 2019.

 

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Angelo Ferrari

Angelo Ferrari è architetto-urbanista, si occupa di spazi pubblici e progetti partecipati. Lavora da vent’anni in gruppo, su appalti pubblici italiani ed esteri. È attivista sociale in difesa dei diritti dei cittadini e dei beni comuni. Sostiene i movimenti ecologisti e partecipa alle azioni per l’autogestione locale a piccola scala.

2 commenti su “Urbano comune. Tra potere altruista e democrazia partecipativa”

  1. Bellissima analisi, con un orizzonte reale di azione che indebolisce il senso di impotenza e frustrazione di ogni cittadino! Grazie

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