Ai cambiamenti climatici e alle recenti ondate di calore – in mancanza di un Piano nazionale che colpevolmente esiste solo sulla carta – le città italiane rispondono con iniziative e interventi creativi. A Roma viene consentito agli over 70 di accedere gratuitamente a 17 piscine comunali, mentre a Venezia musei gratis per gli over 75 con l’iniziativa «Ocio al caldo». A Napoli tre chiese sono destinate ad ospitare i senzatetto, mentre a Palermo unità di soccorso in strada rafforzate e 35mila ventagli da distribuire. Ad Ancona il Comune consegna a domicilio condizionatori portatili alle persone fragili, mentre a Bari bottigliette di acqua a casa sempre dei fragili. Genova ha realizzato una rete di «rifugi freschi» in biblioteche, musei e sedi municipali, così come Milano ha individuato 116 luoghi «spazi freschi». A Verona sono state individuate oltre cento Oasi climatiche, così come a Padova le zone «fresche» si trovano con l’app. Bologna ha messo su 24 “rifugi climatici”, comprese le biblioteche, dove trovare aria condizionata, sedute gratuite e acqua potabile.
Ma cosa sono veramente questi “rifugi climatici”, di cui tanto si sta parlando? Sono spazi pubblici e privati, individuati dalle amministrazioni locali per aiutare i cittadini a fronteggiare le temperature elevate e le ondate di calore sempre più frequenti. I rifugi climatici, ad accesso libero e gratuito, possono essere biblioteche, musei, parchi dotati di ampie zone d’ombra, posti freschi che devono rispondere ad alcuni criteri minimi, che non interessano solo la temperatura, ma comprendono anche la possibilità di trovare acqua potabile, sedute, servizi igienici e, nel caso degli spazi aperti, un’ombreggiatura superiore al 70% della superficie.
La prima grande città europea a dotarsi di una rete strutturata di rifugi climatici è stata Barcellona, che nel 2019 ha censito e reso disponibili oltre 400 luoghi tra biblioteche, centri civici, scuole e aree verdi, destinati in particolare alle persone più vulnerabili. Negli anni successivi il modello è stato adottato anche da altre metropoli europee, tra cui Parigi, che ne ha ampliato la diffusione in vista delle Olimpiadi del 2024. In Italia, le prime reti ufficiali sono state attivate nell’estate del 2025, in primis Bologna e Firenze. Ma vediamo in particolare cosa avviene a Firenze.
Nel capoluogo toscano i rifugi climatici sono 53, individuati e geolocalizzati in tutta la città, ma di questi ben 41 sono semplici giardini pubblici con alberature, panchine e una fontana: dal parco delle Cascine al giardino di piazza Oberdan, dal Parco di villa Strozzi al giardino di piazza Fardella Torrearsa, dal Parco di villa Fabbricotti al giardino di piazza Giorgini, fino al giardino di piazza Tasso, di Viale Malta, di via Novelli, di piazzale Donatello e altri ancora. Nessun intervento specifico che trasformi quei luoghi in un vero “rifugio”, senza contare che alcuni di questi offrono ben poco refrigerio. Infine vengono considerati “rifugi climatici” 7 biblioteche comunali con l’aria condizionata, dalle Oblate all’Orticoltura, e le 5 sedi dei Consigli circoscrizionali dei Quartieri, ma solo negli orari di apertura al pubblico.
Nessun provvedimento specifico come ingresso gratuito a piscine e musei, nessun centro climatizzato appositamente attrezzato per i senza dimora e le persone fragili, che sono tra le categorie più a rischio.
Un’etichetta applicata a quel che già esiste, più che un provvedimento salvavita.
Sarebbe da suggerire al Comune un nuovo elenco, altrettanto importante, delle zone di Firenze da evitare, quello delle “isole di calore”, dove durante le giornate di caldo torrido, l’asfalto può raggiungere temperature superiori ai cinquanta gradi, a causa dell’alta densità di edifici e della pavimentazione in asfalto che trattiene il calore. Secondo uno studio del Cnr le aree sono Novoli, viale Guidoni, l’Osmannoro, la Mercafir, piazza del Mercato Centrale e Largo Annigoni, ma, volendo, si potrebbero aggiungere anche l’area di fronte alla stazione di Santa Maria Novella e l’aeroporto di Peretola.
Sarebbe quindi da realizzare anche l’elenco degli “inferni climatici”, che rischiano di moltiplicarsi se si continua a voler cementificare i pochi spazi ancora liberi da asfalto e cemento, come i 42.000mq delle ex Officine Grandi Riparazioni dietro la Leopolda.
Forse i nostri amministratori dovrebbero ispirarsi a esempi virtuosi, come la città di Malaga, che ha puntato sul verde e su altri accorgimenti strutturali e non estemporanei. Perché è l’urbanistica che può rendere più vivibili le città, non i finti “rifugi” estivi.
Maurizio Da Re
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Refrigerio nel Giardino di piazza Oberdan, conosce il luogo? Hanno capitozzato gli alberi, in quale punto del giardino vuole appellare il termine refrigerio?
In data primo luglio sul sito ufficiale si legge questo avviso: “Risolti parzialmente i problemi di climatizzazione, la Biblioteca Orticoltura riapre lunedì 29 giugno alle ore 14. Tutti i servizi sono garantiti. Rimane invece chiusa la sala studio al primo piano, dove proseguono i lavori di climatizzazione”.
L’uso che a Firenze si fa della parola giardino è non solo estensivo (piazze alberate anche piccole promosse a giardino) ma piuttosto improprio, e un esempio è il “giardino“ Chelazzi in via dell’Agnolo: ci sono sì alcuni alberi
(solo al perimetro) ma si tratta sostanzialmente di una ampia spianata di asfalto, sgradevole con qualunque temperatura.
L’uso che a Firenze si fa della parola giardino è non solo estensivo (piazze alberate anche piccole promosse a giardini) ma piuttosto improprio, e un esempio è il “giardino“ Chelazzi in via dell’Agnolo: ci sono sì alcuni alberi
(solo al perimetro) ma si tratta sostanzialmente di una ampia spianata di asfalto, sgradevole con qualunque temperatura.