Di nuovo la Palestina ci dà la possibilità di conoscere il nostro sistema più a fondo, e di vederlo per quello che è. In questo caso è un abuso colto in flagrante, il progetto di un impianto agrivoltaico a Ribolla, a offrirci questa opportunità. Analizzeremo brevemente i fatti, e poi le reazioni di istituzioni e politici.
A Ribolla, provincia di Grosseto, un gruppo di cittadini ha scoperto che ad aver richiesto l’autorizzazione per la costruzione di un impianto agrivoltaico, sotto la dicitura di SPV Energy 3, si tratta di un colosso delle costruzioni israeliano, la Shikun e Binui. Questa non è semplicemente un’azienda israeliana, è una multinazionale complice di violazioni dei diritti umani commesse sul popolo palestinese. Ha costruito parte della barriera che cinge d’assedio Gaza, rendendola un campo di concentramento, ed ha realizzato impianti nei territori occupati illegalmente, facendo proprie e sfruttando terre e risorse non sue. Per questo è stata inserita nella banca dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani che elenca le imprese coinvolte nell’occupazione illegale dei Territori Palestinesi Occupati. E per questo è stata oggetto di disinvestimenti da parte di importanti fondi sovrani e pensionistici internazionali (come il fondo pensione statale della Nuova Zelanda e quello della Norvegia), proprio per violazione delle linee guida etiche sui diritti umani.
I cittadini di Ribolla che hanno scoperto la reale proprietà dietro la SPV Energy 3 hanno così costituito un collettivo, Diritti in Palestina, ed iniziato una mobilitazione ed una raccolta firme, che in circa un mese ha raggiunto le 15000, ed ha ottenuto l’importante risultato di portare alla
luce l’esistenza di altri quattro progetti della Shikun e Binui sul territorio toscano, a diversi stadi di approvazione: Collesalvetti (località Mortaiolo), Grosseto (Località Podere Cavazza), Casciana Terme Lari (Pisa, Località Lavaiano) e Gavorrano (Grosseto, Località La Merlina). Grazie al loro lavoro quindi è stata svelato un fatto molto grave: un’azienda responsabile di crimini internazionali può investire, costruire, e fare profitti in Toscana attraverso società veicolo senza dipendenti e con poche migliaia di euro di capitale sociale, e nessuno nelle istituzioni se ne accorge.
È solo grazie al lavoro degli attivisti di Ribolla che le istituzioni sono state costrette ad esprimersi. La risposta di Giani, appena la questione è venuta fuori, è stata (9 agosto): “Al momento è tutto fermo perché stiamo lavorando a una legge sulle aree idonee per le rinnovabili, la nostra giunta ha presentato una proposta che verrà discussa a settembre, dopodiché valuteremo i singoli progetti”. La Regione ad agosto si impegnava a valutare “sulla base dell’aderenza o meno alla linea socio-economica e valoriale della Toscana espressa nella nostra proposta di legge”.
E Francesco Limatola (PD), sindaco di Roccastrada, comune di cui fa parte Ribolla, seppur con toni più in sintonia con la voce del territorio, ha tuttavia seguito la linea tracciata da Giani. Ha dichiarato che il progetto dev’essere fermato, proprio attraverso la nuova legge: “non possiamo
transigere. La transizione etica dev’essere anche eticamente responsabile. Uno strumento importante è la legge sulle aree idonee, se i nostri emendamenti verranno approvati dal Consiglio Regionale, potremo avere una transizione energetica che sia anche etica”.
Quindi sia Giani che Limatola fanno intendere, seppure senza dirlo esplicitamente, che con la nuova legge sulle aree idonee il progetto può essere fermato. Questo però si è rivelato essere falso, come ci hanno confermato direttamente due membri del Consiglio Regionale: questa legge non potrà essere applicata a progetti che sono stati già presentati. Inoltre nella legge non sono stati inseriti criteri etici, quindi non è certo con questa legge che potranno essere fermati progetti di aziende criminali, neppure in futuro.
Perché le due massime autorità sul territorio, Giani e Limatola, hanno offerto una soluzione inesistente? C’è davvero nelle nostre istituzioni la volontà di fermare questi progetti? È legittimo chiederselo. Non si registrano infatti prese di posizione o impegni seri neppure da parte di altri membri della Giunta, ed all’interno del Consiglio Regionale l’unico approccio in sintonia con le richieste dei movimenti locali è stato quello del consigliere regionale Falchi (AVS), il quale ha presentato un’interrogazione alla giunta in cui chiede di verificare che il capitale investito nei progetti agrivoltaici non provenga da attività legate all’occupazione illegale in Palestina e Siria. Come ha spiegato lo stesso Falchi al Manifesto: “All’inizio anch’io non ero sicuro che la Giunta avesse margine giuridico per negare l’approvazione dei progetti. Tuttavia, confrontandomi con alcuni giuristi esperti di diritto internazionale è emerso che invece questo margine c’è, la Regione è un’articolazione dello Stato e come tale è tenuta a rispettare le norme internazionali. Se nell’attività di monitoraggio emergesse che questi investimenti comportano il rischio concreto di contribuire al permanere o l’aggravarsi della violazione del diritto internazionale, ho chiesto che la Regione valuti la negazione di tali progetti.”
Anche i consiglieri del Movimento 5 stelle hanno sostenuto in modo chiaro che il progetto non debba essere approvato, ma senza tirare in ballo le responsabilità della Regione. Hanno infatti lamentato “l’assenza di uno strumento legislativo specifico che consenta alla Regione di escludere dai procedimenti le società con interessi economici nei Territori Occupati”. La Regione non può far nulla, quindi: “Le responsabilità politiche sono oggi del Governo nazionale e dell’Unione Europea, ed è da questi livelli che devono arrivare atti restrittivi chiari”. “Le richieste arrivino forti a Roma e a Bruxelles”, hanno tuonato.
Posizione simile a quella dei consiglieri PD, che si sono espressi con cautela assoluta: “Quando si è forza di governo occorre qualche approfondimento in più prima di prendere posizione”. Poi la posizione l’hanno presa: mandare tutto a Roma, dove i loro colleghi di partito hanno chiesto al governo di “fare chiarezza”: gli investimenti nelle rinnovabili “devono essere trasparenti, tracciabili, riconducibili a soggetti solidi non coinvolti in azioni che violano il diritto internazionale.” Le stesse cose che il PD potrebbe chiedere ai colleghi di partito impegnati ad amministrare la Toscana, o no?
La disputa sulla possibilità o meno per gli enti locali di far valere il diritto internazionale è stata uno degli argomenti di cui abbiamo parlato con Michela Arricale, giurista e avvocata militante per i diritti umani, in un’intervista che abbiamo realizzato il 2 settembre scorso. Secondo Arricale il progetto di Ribolla può essere fermato innanzitutto facendo presente che va considerato parte di un’unica opera, e non un progetto separato. Così facendo, la VIA regionale dovrebbe essere revocata, perché sommando i Mwh totali degli impianti collegati si supererebbe la soglia di Mwh, e si renderebbe necessario richiedere una VIA nazionale. La stessa società israeliana ha dichiarato agli investitori che si tratta di un progetto unico: costruire una pipeline italiana, un progetto di rilevanza strategica nazionale, per questo le varie VIA regionali potrebbero essere revocate. La presentazione dei progetti separatamente è qualcosa che l’azienda avrebbe fatto in modo doloso, per evitare quelle che a livello nazionale sono
normative più stringenti. “Questo è uno di quei casi in cui tutto il potere discrezionale che è in capo alla Pubblica Amministrazione deve essere utilizzato per cercare di impedire che un oggetto straniero pericoloso come Israele possa entrare nel nostro territorio.”
Rimandare il tutto al governo nazionale, annullando le autorizzazioni regionali, può far sì che si guadagni tempo, finché verrà approvato un regolamento europeo sugli investimenti, per cui un’azienda responsabile di crimini di guerra non potrà più investire in Italia.”
Oltre a questo aspetto tecnico, che ai fini dell’obiettivo da raggiungere può essere la strada più efficace, abbiamo affrontato anche il tema politico ed etico. Per Arricale non è vero che non si può far niente: “non è mai vero, soprattutto quando si tratta di queste cose, della difesa dei diritti umani, che sono diritti fondamentali. Anche la Regione Toscana nel suo statuto dice che la sua azione è impostata al rispetto dei diritti fondamentali, e quindi questo dovrebbe trapelare anche dalle sue azioni. E quale migliore modo di difendere i diritti umani che cacciare via un amico dei genocidi?”. Arricale denuncia il balletto della politica, per cui “si fanno le mozioni in cui ci si dichiara contrari al genocidio, e poi? Lo fanno per tranquillizzare la base, e poi, non appena hanno un briciolo di potere, non lo utilizzano mai per portare avanti le cose che dicono”.
Fermare i progetti agrivoltaici israeliani, in sostanza, è possibile. È chiaro che si può andare incontro ad una battaglia legale, specialmente quando i progetti sono in una fase autorizzativa avanzata come quello di Ribolla. Per questo ci vuole la volontà della politica, quella che al momento sembra in gran parte assente. Serve una forte determinazione da parte della politica regionale a riaffermare il primato del diritto, dell’etica e della giustizia.
Non ci dobbiamo abituare alla barbarie, “il diritto purtroppo non è una cosa che basta enunciarlo e si materializza. Non è una cosa che viene concessa da chi ha il potere, è una cosa che dobbiamo rivendicare. Non ci dobbiamo stancare di rivendicare l’aderenza alla Costituzione e il
boicottaggio di Israele”.
Il caso di Ribolla e degli altri progetti della Shikun e Binui è un banco di prova importante, l’ennesima opportunità che la politica e le istituzioni toscane hanno per dimostrare che alle parole di condanna per Israele ed alle dichiarazioni di solidarietà con il popolo palestinese si fanno seguire azioni concrete. Se questa opportunità venisse colta, sarebbe la prima volta.
Simone Sorani
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