Il Board of Peace è l’ultimo chiodo nella bara del diritto internazionale

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Un club privato esclusivo, con miliardari, criminali di guerra, amici e parenti di Trump, dovrebbe ricostruire Gaza con grattacieli futuristici per farci vivere i palestinesi? Ecco la prima, più grande manipolazione: non si tratta di “ri-costruire” Gaza, ma di costruire, da zero, un’area speciale, una città-esperimento, uscita non da un romanzo di fantascienza distopico ma dalla mente di questi nuovi oligarchi.

Come funziona il Board of Peace: fu presentato all’interno della risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, a ottobre ‘25, come organismo preposto alla gestione di Gaza ed alla sua ricostruzione. In realtà nella sua carta fondativa presentata al meeting di Davos, questo compito non è menzionato. Si definisce un “organismo necessario per costruire la pace, più agile ed efficace di altri”. Richiede “il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”. Max Blumenthal, giornalista e autore americano, ha notato che il Board of Peace è il tentativo di Trump di rimpiazzare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e creare un governo mondiale di cui lui è il capo. Un laboratorio per l’umanità, il progetto per un modello globale di controllo e repressione.

Trump infatti ne è il presidente, ma attenzione, non in quanto presidente degli Stati Uniti, proprio in quanto Trump, imperatore a vita di questo nuovo organismo internazionale abusivo. Egli detiene enormi poteri, a partire da quello di nominare gli Stati membri del consiglio, il cui incarico, dalla durata di tre anni, sarà rinnovabile, sempre da lui, Trump. Si potrà però anche essere membri permanenti, sarà sufficiente versare, al momento dell’iscrizione, un miliardo di dollari. Questo organismo si riunirà “in qualsiasi momento e luogo ritenuto opportuno dal Presidente”. Come detto la carica di presidente per Trump è a vita, con poteri ed autorità assoluti anche sui membri del Consiglio, che può destituire in ogni momento (salvo veto posto dai due terzi). Anche nel caso in cui il Consiglio direttivo dovesse stabilire la sua incapacità (con voto unanime), sarà comunque lui a designare il suo successore. Si può immaginare un regolamento più autocrate di questo?

Come hanno spiegato numerosi analisti, tra cui Yanis Varoufakis in una intervista molto interessante, approvare la Risoluzione 2803 (con cui si accettava il piano in 20 punti per Gaza) ha significato ratificare la fine delle Nazioni Unite. Chi ha accettato che a occuparsi di Gaza fosse un organismo privato, illegittimo per il diritto internazionale, è responsabile del definitivo accantonamento e superamento della legge, che viene ufficialmente sostituita dal potere. Si è accettata la creazione di un organismo illegittimo pensando che si sarebbe occupato solo di Gaza, terra di un popolo abbandonato da tutti, per poi scoprire che si sarebbe occupato di tutto il mondo. Di conseguenza il pianto di ex potenze come Francia, Gran Bretagna e Canada per quanto riguarda il tentativo statunitense di appropriarsi della Groenlandia è ridicolo, ipocrita. Il discorso del premier canadese Carney, “memorabile” per il Corriere della Sera, “un leader perfetto per l’Europa”, è un isterico lamento di chi ammette che l’ingiustizia perpetrata verso gli altri fosse accettabile, anzi utile al nostro benessere.

Ma se la demolizione del diritto internazionale viene ad intaccare il nostro territorio… allora non va più bene: “Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero auto-esentati quando conveniente. […]. E che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.” Carney lo sapeva, ma lo ha accettato, e come lui tutti i placidi e ordinati centristi europei. Abbiamo accettato che neanche un genocidio fosse una linea rossa, abbiamo anzi continuato a sostenere il progetto israeliano con tutte le nostre forze, e adesso pretendiamo che la Groenlandia sia una linea rossa? Dopo aver aperto il vaso di Pandora per cui la violenza brutale e incontrastata di Israele è stata lasciata scatenarsi su una popolazione civile, potevamo pensare che questo non avrebbe avuto conseguenze? Non finisse per qualificare lo spirito del tempo? L’estremamente tenue opposizione, l’indifferente accettazione, quando non la manifesta complicità, verso i crimini israeliani che il nostro sistema ha dimostrato, hanno evidenziato come non c’è argine reale.

Cos’è “la pace” oggi

Pace è un termine che è diventato banale, oggi è semplicemente assenza di guerra, assenza di combattimenti. Non prevede giustizia, non prevede la presenza di condizioni che possano permettere il libero sviluppo della vita umana. La pace in questo senso è la condizione necessaria per il business. Il bene da perseguire è questo, come inteso da Jared Kushner, genero di Trump e membro del Board of Peace: stabilità, possibilità di profitto, libero mercato. Tutto mascherato come da manuale attraverso concetti umanitari: pace, libertà, sviluppo, e così via, per fornire il necessario materiale ai media occidentali. Sterminare un popolo con ogni mezzo, e costringere i superstiti a vivere perennemente reclusi, sotto occupazione, sotto una dittatura militare di fatto, non è incompatibile con questo concetto di pace. La pace non come fine, ma come mezzo attraverso cui instaurare le condizioni per fare soldi. Per questa pace il popolo palestinese deve sottomettersi, cioè Gaza deve diventare una “zona libera dal terrorismo, deradicalizzata e smilitarizzata, che non rappresenti una minaccia “. L’ingiustizia, la violenza e lo sfruttamento sono ormai la norma, dati di fatto ineluttabili.

I campi di concentramento e rieducazione

Ciò che è escluso dai progetti degli oligarchi riuniti a Davos sono le persone, la loro vita. In questo momento gli abitanti di Gaza sono confinati nella zona costiera, in immense tendopoli e aree semi distrutte, dove cercano di sopravvivere tra enormi privazioni e bombardamenti continui. Proprio in quell’area dovranno sorgere i moderni grattacieli, quindi dovrà essere svuotata, e gli edifici rimasti in piedi rasi al suolo. Anche la “capitale”, la città più importante, in cui ancora ci sono dei quartieri non completamente distrutti, dovrà essere quindi lasciata dai suoi abitanti. E in che modo convincerli a spostarsi? Con la scusa della necessità di “disarmare Hamas”, i bombardamenti a tappeto sono sempre un’opzione. Allo scopo di “ricollocare” i palestinesi durante i lavori stanno sorgendo, nell’area controllata da Israele, delle aree definite “comunità pianificate”, veri e propri campi di concentramento che Israele sta costruendo nella zona est di Gaza, e che saranno sotto il pieno controllo dell’esercito.

Dropsitenews, sito di informazione indipendente che ha ottenuto i progetti di costruzione di questi campi, ne ha parlato come di “Panopticon”, l’utopia del carcere ideale utilizzata da Michel Foucault come metafora di una società in cui, sapendo di essere costantemente sorvegliati, ci si autoregola e si interiorizza l’opportunità di accettare un dominio esterno sulle nostre vite. I palestinesi ammessi nelle comunità pianificate dovranno innanzitutto passare attraverso un checkpoint, “Tutti i residenti in ingresso saranno registrati con documentazione biometrica per consentirne l’identificazione”. “Tutti gli individui saranno sottoposti a controlli di sicurezza per impedire l’ingresso di armi o elementi di Hamas.” Coloro che l’esercito israeliano considererà “Hamas” verranno deportati, arrestati o reclusi nei centri di detenzione e tortura, un inferno in terra anche per l’ONG israeliana B’tselem. Altri dettagli, che ci avvicinano alla comprensione della New Gaza di Trump: i palestinesi potranno commerciare attraverso una moneta elettronica, con “portafogli elettronici in shekel”, controllabili dall’autorità. Ci saranno ospedali, con il trasferimento a quanto pare delle strutture sanitarie attualmente presenti a Gaza all’interno di queste zone occupate, privando così della residua assistenza chi deciderà di non entrarvi. Ci saranno scuole, i cui programmi educativi dovranno essere “non basati su Hamas”, e diretti ad evitare attività “disallineate”. Questo il commento di Jonathan Witthall, alto funzionario delle Nazioni Unite in Palestina tra il 2022 e il 2025: “Dopo che Gaza è stata rasa al suolo, ridotta alla fame e deliberatamente sottoposta a blocco negli ultimi anni, queste ‘nuove’ comunità costruite sulle macerie delle case non sono solo laboratori di governance per testare il controllo e la sottomissione definitivi, ma sono anche la reincarnazione dei campi profughi. Sono progettate per contenere una nuova generazione di palestinesi espropriati, di fatto selezionati e relegati in zone sempre più ridotte sotto il controllo israeliano in cambio della sopravvivenza. Nel frattempo, le cosiddette ‘zone rosse’ rimangono sotto attacco, sempre più isolate da un sistema umanitario che viene deliberatamente ostacolato”.

In sintesi queste “comunità pianificate”, se sviluppate, conterranno e controlleranno i residenti attraverso sorveglianza biometrica, posti di blocco, monitoraggio degli acquisti e programmi educativi che promuovano la normalizzazione dell’occupazione. La scrittrice palestinese-americana Susan Abulhawa ha fornito la miglior definizione di questo progetto: “cancellare il carattere indigeno di Gaza, trasformare ciò che resta della sua gente in una forza lavoro a basso costo per gestire le loro ‘zone industriali’ e creare una costa esclusiva per il ‘turismo’”. “Le tradizioni indigene e il tessuto sociale di questa terra saranno completamente cancellati”, ha affermato su X.

Il laboratorio

Se è vero che Gaza ha rappresentato un test per la coscienza occidentale, Gaza e la Palestina sono anche altro: il laboratorio in cui non vengono testate solo nuove armi, ma anche un nuovo modello sociale. E siccome quello che dicono “i cattivi” va ascoltato con attenzione, ricordiamoci che la “smart city” è, per i miliardari delle Big Tech, una reale prospettiva su cui lavorare per il futuro dell’umanità.

Peter Thiel cofondatore di PayPal e Palantir, uno tra i più potenti oligarchi, è anche un sodale di Trump, e come Elon Musk ha davvero l’influenza necessaria per condizionare le scelte del governo americano. Ed è il suo un progetto reale, quello di impossessarsi di terreni pubblici per costruire città private, controllate dalle aziende, che operino come “nazioni startup”, luoghi in cui democrazia, regole e tasse non avranno valore. Viene pubblicizzato come innovazione, ma in realtà si tratta di una via di fuga: un sistema di bunker miliardari per sottrarsi alla democrazia e alla responsabilità pubblica. Esperimenti di questo tipo sono già in atto in Honduras e in California, ad esempio.

Riuscire a costruire una New Gaza, in cui anche il popolo più ribelle della terra verrà soggiogato attraverso un complesso modello di controllo sociale assoluto, è forse il miglior spot pubblicitario per le nuove tecnologie che permettono l’instaurazione “in sicurezza” di regimi fascisti, autoritari. Telecamere che 24 ore su 24 monitorano ogni movimento “sospetto”, controllo totale dell’attività online, censura e incriminazione di ogni espressione del dissenso, indottrinamento che passa per i programmi scolastici e per la diffusione di una verità manipolata… se anche i palestinesi di Gaza possono essere addomesticati, vuol dire che questo sistema funziona e può sempre più essere esteso…

Il piano Trump però non è l’unica opzione

Si dà generalmente per scontato che siano tutti d’accordo su questo progetto, “non c’è un piano B”, ha detto Kuschner, eppure non è così. Israele dovrebbe infatti rinunciare ad impossessarsi della Striscia di Gaza, e anche alla espulsione di massa dei palestinesi, che nel piano Trump dovrebbero come abbiamo visto restare, nella doppia funzione di manodopera a basso costo e cavie nel laboratorio del controllo totalitario su corpi e menti. Il quotidiano israeliano Maariv ha riferito che Israele si starebbe preparando per il collasso del piano Trump e la ripresa degli attacchi su vasta scala e “senza restrizioni”, adesso che non ci sono più ostaggi. Il potente ministro delle Finanze Smotrich, da sempre chiaro nelle sue intenzioni, ha ribadito come lo scopo sia imporre il controllo israeliano sulla Striscia e insediarvisi in modo permanente. A questo scopo Netanyahu starebbe, come sempre, sabotando ogni sviluppo possibile verso una soluzione che non sia quella “finale”. Le possibilità al momento sono queste due dunque, il piano Trump o il piano Netanyahu, in entrambi i casi Gaza dev’essere espropriata ai suoi legittimi abitanti, e tutto questo con il supporto totale del nostro sistema politico e di potere.

La Palestina e noi

Un concetto controintuitivo ma con cui dovremmo iniziare a fare i conti: se il popolo palestinese è sacrificabile, lo siamo anche noi. Quella che Francesca Albanese ha definito “israelizzazione-palestinizzazione” dei rapporti tra potere e persone è all’opera, e riguarda tutti. Se negli Stati Uniti un’agenzia governativa ha la facoltà di sparare in testa ai cittadini senza nessuna conseguenza, arrestare arbitrariamente persone per strada e sul posto di lavoro, arrestare bambini di 5 anni, vuol dire che il modello è Gaza. Se in Italia si può venire arrestati per aver raccolto soldi per organizzazioni benefiche che rifornivano i palestinesi di beni necessari, il modello è Gaza. Se gruppi di pressione pro Israele riescono a far adottare leggi che puniscono come “razzista” la critica ad Israele, considerando addirittura “antisemita” il boicottaggio di uno stato genocida con il pretesto di proteggere una minoranza discriminata, noi non siamo più liberi. La Palestina è già qui, noi occidentali possiamo già oggi essere arrestati, discriminati, licenziati, per l’esserci schierati contro il crimine peggiore dei nostri tempi. Per permettere “pace e sicurezza” stiamo già finendo dentro un modello che costantemente si dota di nuovi strumenti per controllare, reprimere e rieducare. Mai come adesso sarebbe urgente non farci “deradicalizzare”.

 

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Simone Sorani

Simone Sorani, nato a Firenze nel 1981, laureato in Filosofia, lavoro come cuoco. Attivo nel collettivo di Firenze per la Palestina.

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