A proposito del project financing applicato alla sanità e l’intervento tardivo della Corte dei Conti regionale

Nel gennaio del 2013 il nostro comitato promosse, assieme alla CUB sanità, un convegno sulla situazione generale della sanità in Toscana, sulle minacce sempre più avvertite dai cittadini alla tutela della salute, all’accesso universale alla cura e all’assistenza.

Tutto ciò a causa di un processo sempre più spinto di aziendalizzazione delle Asl e di piani sanitari regionali ispirati a una logica di privatizzazione e di risparmio i cui capisaldi si fondavano sulla “partecipazione alla spesa” (ticket ) e sull’aumento delle liste d’attesa, sulla diminuzione dei distretti sanitari, sul taglio dei posti letto e dei costi di degenza, sul blocco del turn over fra medici e infermieri, nonché sulla vendita del patrimonio immobiliare e storico in capo alle stesse aziende sanitarie.

In quel convegno furono anche denunciate le storture di cui soffriva il tanto esaltato modello toscano: altissimi stipendi per i massimi dirigenti, ingenti sprechi e un carente sistema di controllo dei bilanci delle varie Asl, come testimoniato dal clamoroso buco milionario di Massa, riconducibile a pratiche contabili poco trasparenti, e da altri casi toscani, poco chiari, di deficit di bilancio.

Fra gli sprechi, intesi come sperpero di denaro pubblico a favore dei privati, oltre all’acquisto di nuovi edifici pagati ben oltre il loro valore di mercato pur avendo a disposizione un enorme patrimonio di immobili inutilizzato, emerse, grazie alla rigorosa analisi del compianto Ivan Cicconi, quello della costruzione dei quattro nuovi ospedali (Massa, Lucca, Pistoia, Prato) utilizzando il cosiddetto “project financing”.

Un sistema, la finanza di progetto, che prevede la costruzione di questi ospedali da parte di un concessionario privato, che gestisce direttamente l’opera e i suoi costi anche se gran parte del finanziamento è a carico delle Asl. Per compensare l’apporto del privato all’operazione, la parte pubblica riconoscerà al concessionario un canone fisso garantito, per minimo 19 anni da esso stesso determinato, in cambio del quale erogherà, a pagamento e in condizioni monopolistiche, tutti i servizi non sanitari, commerciali e di manutenzione della struttura ospedaliera.

Ivan Cicconi spiegò nel convegno come tale partenariato pubblico-privato, che già con la TAV era servito a mascherare dietro il millantato finanziamento privato quello enorme a totale carico del pubblico, con il conseguente incremento del debito a carico delle future generazioni, applicato alla sanità, avrebbe parimenti danneggiato gli interessi collettivi incrementandone i costi con il risultato di arricchire solo i privati e impoverire le già scarse risorse del welfare.

Oggi, come rileva la stessa Corte dei Conti, sappiamo che i nuovi ospedali sono costati 379 milioni, di cui circa 303 sborsati dal pubblico, che si è accollato anche una parte consistente degli oneri finanziari e fiscali relativi ai prestiti bancari sostenuti dal privato, il quale ne ha messi solo 75. Con questa operazione il privato incamera non solo i guadagni sulla costruzione, ma soprattutto una rendita sicura e sproporzionata (1,227 miliardi) che si tradurrà in un vero e proprio salasso per i bilanci sanitari.

Da rilevare, inoltre , come l’edilizia ospedaliera quale nuovo business privato, ha prodotto un’altra deleteria conseguenza: tutti i quattro ospedali toscani presentano problemi strutturali e di impiantistica fin dalla loro apertura: dall’acqua che penetra dal suolo a causa del sito inadatto prescelto, alle porte che non isolano né chiudono, alle sale   operatorie scarsamente funzionali, ecc.  Infatti, la Corte dei Conti, a questo proposito, rileva che è stata “modesta l’attività di controllo, anche a causa della direzione dei lavori, affidata, per disposizione legislativa, all’esecutore stesso”.

E che dire, in ultimo, di queste scelte incentrate sui grandi ospedali che si accompagnano, malgrado le forti e motivate opposizioni delle popolazioni locali, alla chiusura o al depotenziamento di storici e indispensabili presidi ospedalieri, in particolare quelli delle aree disagiate e di montagna?

I cittadini devono prendere sempre più coscienza di questi problemi, delle responsabilità politiche che sono alla base delle mancanze sempre più gravi del sistema sanitario pubblico, della progressiva mercificazione e privatizzazione del diritto alla salute.  

*Comitato San Salvi chi può
www.firenzecomitatosansalvi.blogspot.com




Luglio col male che ti voglio…

Un mese tragico, e non per la canicola esagerata che ci ha investito. Tre Nardellate in sequenza che superano abbondantemente i 40 gradi.

Prima Nardellata

Il 12 luglio, con una presenza muscolare mista, carabinieri, polizia, finanza e vigili urbani, viene sgomberata Kulanka, dal 2008 esperienza autogestita di auto-aiuto dei profughi somali (a fronte di un’assenza quasi totale delle istituzioni nel garantire diritti internazionali riconosciuti) e da pochi anni anche sede del Movimento di lotta per la casa. Con il ricordo ancora caldo della scomparsa di Lorenzo Bargellini, l’azione del “nostro” ribadisce il suo “coraggio” sociale e politico, degno del pataccaro che lo ha preceduto e sponsorizzato. Un esercito per sgomberare 50 profughi. Che, ovviamente, hanno rioccupato in via Baracca. La motivazione pelosa è la solita, locali inadeguati. E, naturalmente, il mantra della “illegalità”, a senso unico.

Seconda Nardellata

La dichiarazione “orgogliosa” di voler buttare via ancora soldi pubblici per un sistema di telecamere in periferia “stile Tel Aviv”, con riconoscimento elettronico dei volti, tipo zona di guerra. Si prende spunto da oppressori certificati per dotarsi dei loro mezzi. E qui bisognerebbe rivolgersi agli studi più recenti per capire la sindrome da accerchiamento che coinvolge in maniera confusa sempre più politici di professione e, purtroppo, sempre più concittadini. Si parla di vigili di quartiere, oltre alle telecamere. La risposta alle esigenze delle periferie è dunque solo una, la militarizzazione.

Terza Nardellata (la più kitch)

L’esibizione in Piazza Signoria del “bottino” dei sequestri del commercio ambulante illegale, fatto soprattutto da ragazzi africani nel centro storico, una delle location commerciali più esclusive al mondo, dove anche queste briciole di reddito non possono essere raccolte se non dai soliti pluribottegai di lusso, veri padroni della città. Ci si gonfia il petto davanti ai fotografi per la gioia dei media prezzolati, roba da “duri”.

La pochezza politica di questa amministrazione è un tratto distintivo della rappresentazione istituzionale di questi tempi.

La famosa guerra alla povertà è, come era sempre stato predetto e come dimostrato nei fatti, guerra contro i poveri, i quali non devono permettersi di affacciarsi nella Firenze in piena gentrificazione.

Per concludere il menù di luglio, accanto a queste tre portate principali, ci sono un paio di contorni: la richiesta, pochi giorni dopo il patetico show di Piazza Signoria, di togliere il permesso di soggiorno a chi delinque, in barba ad ogni procedura garantista (invocata sempre se si tratta di politici o imprenditori) e non distinguendo la tipologia di “reato” eventualmente commesso, e qui almeno c’è coerenza con il “Nardella uno di noi” espresso dai consiglieri della Lega Nord pochi mesi fa. Nel delirio comiziale c’è sempre coerenza.

Poi, l’assegnazione di cinque (5!) case ad affitto “calmierato”, cioè per famiglie che non possono permettersi affitti di mercato ma non sono abbastanza poveri da essere inseriti nei bandi ERP, una roba spacciata come “welfare” ma che nella maggioranza dei casi si rivela un pacco per gli assegnatari.

Insomma, buon appetito (e tanto maalox)!

*Alessandro De Angeli




Due pesi e due misure: l’ipocrisia di Enrico Rossi in Toscana

Senza entrare in considerazioni di carattere antropologico, noi umani non siamo tutti uguali e questa è cosa risaputa; così non si può certo dire che sono tutti uguali gli appartenenti ad una comunità (come potrebbe essere – ad esempio – per coloro che vivono in Toscana). Questo assunto però non vale – ovviamente – in tema di doveri, diritti e tutele, dove tutti noi dovremmo essere considerati allo stesso modo.

E qui il condizionale è d’obbligo perché, invece, in alcuni casi, c’è la tendenza a fare dei distinguo.

Prendiamo, ad esempio, i residenti nel territorio tra Firenze e Prato interessati dalla realizzazione del nuovo aeroporto di Peretola, e i cittadini di Rosignano Solvay coinvolti nella realizzazione del terminale di rigassificazione GNL della Società EDISON.

A leggere le “carte” relative alle procedure amministrative che sottendono la realizzazione dei due progetti, non può sfuggire come le due comunità siano state considerate in modo diverso, e ciò non perché trattasi di progetti completamente diversi tra loro, cosa comunque ovvia (aeroporto, stoccaggio gas), bensì perché la politica è intervenuta con una diversa attenzione tra le due problematiche, introducendo così un principio di disuguaglianza tra cittadini.

Per spiegare l’accaduto dobbiamo partire dalla fine, e cioè dai pareri positivi alla realizzazione delle due opere espressi dal Ministero dell’ambiente (per l’aeroporto – in verità – siamo tutti in trepida attesa della firma del decreto VIA da parte del Ministro, firma annunciata da oramai otto mesi ed ancora non pervenuta). La Regione toscana ha invece partecipato ai due procedimenti di VIA, esprimendo sia per l’aeroporto, sia per il rigassificatore un parere tecnico negativo.

Fin qui niente di strano. E’ già successo altre volte che non si sia trovato un accordo tra il Ministero e la Regione.

Dove è allora la particolarità? La particolarità è presto spiegata:

  • per l’aeroporto di Firenze la Giunta regionale ha deciso di andare, come si dice, a diritto, deliberando un parere positivo senza tener conto del pronunciamento negativo del Nucleo di VIA, dove in modo chiaro ed inequivocabile sono state descritte l’illegittimità del procedimento, le gravi carenze progettuali, gli impatti ambientali non considerati e i marcati errori del proponente nella predisposizione dei quadri emissivi;
  • sul rigassificatore della EDISON, a seguito del pronunciamento negativo del Nucleo di VIA, la Giunta regionale ha invece – coerentemente – deliberato un parere negativo. In verità, leggendo i giornali, apprendiamo che il Presidente Rossi ha fatto di più: ha dichiarato il 21 luglio scorso “La Regione mantiene il suo no”. In un lungo articolo ricco di citazioni, il Presidente parla di “… giudizio pesantemente negativo …sia di merito che di metodo…”, “… non si possono creare condizioni di aggravio ulteriore del rischio sul territorio, con una sorta di effetto domino …”, “… Qualcuno dovrà assumersi la responsabilità innanzi ai cittadini di Rosignano e Vada”, fino a dichiarare “… negheremo l’intesa …”.

Plauso A Rossi per la fermezza e determinazione con cui tratta l’argomento, ciò detto però il sottoscritto, ma anche molti altri toscani, sono curiosi di sapere dal Presidente cosa l’ha spinto a ritenere gli abitanti di Rosignano e Vada più meritevoli delle sue attenzioni (e quelle dell’intera giunta), rispetto alle migliaia di persone che vivono e lavorano tra Firenze, Campi Bisenzio, Sesto Fiorentino, Calenzano, Poggio a Caiano, Prato e Carmignano, per le quali non una parola è stata spesa.

Voglio ricordare – a riguardo – che l’unica discutibile proposta fatta dal Presidente per l’aeroporto di Firenze è stata l’autoproclamazione a capo di un Osservatorio ambientale, a garanzia della buona realizzazione delle opere (quando e se sarà). Non sfuggirà a molti che gli Osservatori ambientali, in Italia, sono serviti, e servono tuttora, solo ad arricchire i curricula di quanti vi fanno parte; per il resto sono scatole vuote, o meglio organismi del tutto inutili.

Da questi paralleli, non vorrei dover desumere che le decisioni politiche, qualche volta, si differenziano così marcatamente tra loro, semplicemente perché l’interesse non è garantire stessi diritti e tutele per tutti , ma consentire a qualcuno (ad esempio certa finanza e certe lobby) la realizzazione di quanto desiderato, senza se e senza ma e, diciamola tutta e fino in fondo, senza preoccuparsi più di tanto di chi quelle decisioni le dovrà subire.

Per chi abita nella piana di Firenze, Prato e Pistoia, anziché in riva al mare, sarebbe grave se il futuro fosse semplicemente legato alla sorte.

Spero di essere smentito.

*Fabio Zita




Bel Paese, terra di inchini: il ministro Galletti e il rapporto perverso con Confindustria

Bel Paese, terra di inchini!
Come non dimenticare quello disastroso di Schettino all’isola del Giglio: 32 morti con contorno di disastro ambientale. Oppure quello celebrato a Roma durante i funerali del boss Casamonica, con tanto di elicottero distributore dall’alto di variopinti e profumati petali di rosa. Amaramente famoso quello di Corleone, dove, al suono della campanella, la processione si ferma, guarda caso, proprio davanti alla casa del boss mafioso Totò Riina.

La storiografia degli inchini è ricca di episodi in cui sacro e profano si intrecciano strettamente, in cui è molto difficile separare il grano di una presunta cortesia dal loglio di un servilismo ad arte camuffato.

Nell’incertezza, la definizione della Treccani ci soccorre: l’inchino è inteso come “Atto di riverenza che si fa piegando un po’ la persona o anche soltanto il capo (talvolta accompagnato, spec. nel passato, da una leggera genuflessione): fare un inchino; s’allontanò con mille inchini; inchino col baciamano; fare un inchino davanti alla croce, a una reliquia, in segno di venerazione e di culto. Figurativo, atto di umiliazione, comportamento di ossequio interessato: è arrivato a quel posto a forza d’inchini”.

Come non ascrivere quindi alla categoria degli “inchini” più o meno ossequiosi la presentazione della riforma, in realtà della controriforma della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) che Carlo Galletti, sorprendentemente Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, terrà il 27 luglio nella sede della Confindustria a Roma?

È proprio curioso constatare che, a soli sei giorni dall’entrata in vigore, il Decreto Legislativo n. 104/2017, quello che, forzando la corretta interpretazione della relativa Direttiva europea, rende risibile qualsiasi residua affidabilità delle verifiche di compatibilità ambientale dei progetti delle grandi opere, non sia presentato nelle competenti sedi istituzionali.

A queste, con grande solerzia e tempestività, il ministero ha deciso di privilegiare (rendere omaggio?) l’interlocuzione con l’associazione degli industriali, che, come è noto, raccoglie gli interessi dei costruttori, dei proponenti i progetti, che hanno tutto l’interesse nel vedere smantellate le precedenti procedure della Valutazione di Impatto Ambientale.

Il ministro ci spieghi il motivo di questa scelta che riteniamo errata e profondamente ingiusta, pregiudizievole dell’autonomia che il ministero dovrebbe rigorosamente esprimere nei confronti delle parti in causa di un suo provvedimento. Davvero singolare!

Non solo, ma visto che un considerevole numero di associazioni ambientaliste, comitati e gruppi di cittadini, durante l’iter di approvazione del Decreto, ha presentato serie e motivate osservazioni, peraltro limitatamente prese in considerazione laddove il testo di legge era palesemente errato, visto che si era anche formato un vasto movimento di opinione, perché preferire la Confindustria al mondo della cittadinanza che sarà costretta a subire le conseguenze della pericolosa controriforma del ministero?

Forse perché prevale il fondato timore di incorrere, in questo caso, in una pubblica e sonora bocciatura del provvedimento, al contrario di quanto potrà avvenire nella accogliente e riconoscente assise degli industriali?

Perché il ministero non promuove una serie di incontri con la popolazione durante i quali avrebbe l’opportunità di celebrare le maggiori garanzie di tutela della salute e dell’ambiente offerte da questo decreto? Perché si sottrae al confronto?

Forse sarebbe in difficoltà se dovesse spiegare che il decreto in questione prevede una minore partecipazione dei cittadini, una semplificazione degli elaborati dei progetti, la facoltà da parte dei proponenti di contrattare il dettaglio degli elaborati, la nomina ministeriale dei componenti della Commissione Via, in precedenza selezionati per concorso, la risibilità delle sanzioni previste e la possibilità di proseguire i lavori anche in caso di inadempienza, l’invenzione del Provvedimento unico in materia ambientale che, accogliendo la richiesta di tempi di approvazione più brevi, semplifica pericolosamente le procedure di verifica e approvazione.

Perché il ministro non viene a Firenze a spiegarci la bontà del suo provvedimento, proprio là dove un aeroporto intercontinentale potrebbe prendere il posto del tanto desiderato Parco della Piana, là dove in virtù del suo nuovo Decreto, le 142 prescrizioni della Commissione VIA potranno essere strappate e al loro posto Enac potrà aderire alle nuove e più vantaggiose norme, presentare progetti meno dettagliati e sperare in procedure e verifiche più che semplificate?

Noi aspettiamo il ministro, che però potrà stare sicuro che ci adopereremo in tutte le sedi, da Bruxelles a Roma a Firenze, per dimostrare il minor grado di tutela del suo Decreto e ricusarne l’approvazione, ci impegneremo a contribuire alla costruzione di un vasto movimento in difesa della salute e dell’ambiente, pericolosamente minacciati dal suo decreto.

*Antonio Fiorentino
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Burocrazia o qualità

Timbra, timbra, timbra? e basta dai! Lasciami lavorare! Diciamolo, ci saremmo aspettati un atteggiamento differente e un po’ più coraggioso da parte del nostro datore di lavoro, la Regione Toscana. Quella che si è sempre detta innovativa e di sinistra.

Di fronte ad un’inaccettabile condanna complessiva, totale e senza appello dei dipendenti pubblici, fondata su una giustizia sommaria, su argomentazioni superficiali e approssimative, profondamente ingiuste e vessatorie, la Regione Toscana NON ha affermato con decisione e coraggio il nostro valore, le nostre capacità, i risultati positivi del nostro lavoro, e neppure ha pensato di ricordare che quello che conta alla fine è la qualità del lavoro non la mera quantità, è la creatività e l’impegno in prima persona non la burocrazia, che va abbattuta.

Di fronte a lavoratori che offrono spesso competenze, cultura, grado di istruzione ben superiore a quello previsto per la propria categoria (l’opposto succede per gli infami raccomandati di ogni risma che rovinano il nome e la qualità), la regione dunque non trova di meglio che accettare supinamente il punto di vista della parte peggiore dell’opinione pubblica, quella stessa che si esprime nel razzismo, nel sessismo, nella guerra fra poveri. Un’opinione pubblica peraltro costruita ad arte da chi vuole sviare l’attenzione dalle vere ragioni della crisi della pubblica amministrazione, che purtroppo è reale, e consegue in primo luogo a scelte politiche fra cui: la privatizzazione delle funzioni di servizio e di governo; lo svuotamento del ruolo di sostegno alla maggioranza della popolazione; e da pratiche come la corruzione endemica e diffusa (compresa quella definibile così anche se non è punita dalle leggi) e le infami raccomandazioni che costruiscono le carriere degli incapaci, quelli che fanno danni (tecnici) e che rendono davvero poco efficiente il lavoro nella pubblica amministrazione.

La regione dunque, preso atto dell’opinione pubblica e di alcuni fatti che si sono verificati  e sono stati diffusi dalla cronaca, invece di spiegare cosa conta davvero in un luogo di lavoro: la creatività, la cultura, la conoscenza, il lavoro comune, il sentirsi considerati come persone e non solo come erogatori di funzioni, sembra che abbia ipotizzato di irrigidire le norme tanto da arrivare addirittura a immaginare che per andare a prendere un caffè in un bar interno si debba prendere un permesso timbrando. Oltre a non avere senso ci si chiede: chi ha ideato queste norme ha mai lavorato in vita sua? Almeno una volta? Stiamo parlando di lavori che in gran parte riguardano l’uso dell’intelligenza, la soluzione di problemi a cui non si pensa solo quando si è incollati a una sedia, che implicano le relazioni e le discussioni con gli altri, che come tutti sanno possono avvenire in luoghi anche informali, ma il cui fulcro è il contenuto, non dove avvengono.

La pausa breve di 15 minuti massimo con timbratura ha senso se si deve uscire dalla propria sede di lavoro, ma non se vi si rimane.

Ci sembra che già si timbri tutto in continuazione e che aggiungere altre regole non sia sostenibile: il controllo e le regole disciplinari sono anche troppe, ma rischiano di soffocare la voglia stessa di lavorare bene. Potete costringerci a lavorare, ma lavorare bene, con impegno, passione e disponibilità è una scelta e in parte può essere impossibile quando si è trattati da criminali senza esserlo, quando manca il rispetto di noi come persone al di là quindi della nostra funzione come lavoratori. Siamo prima di tutto persone che pretendono il rispetto pieno e assoluto che comporta non essere  accusati e perseguiti per colpe di altri, e che non si presuma la nostra colpevolezza per partito preso.

Siete sicuri, come datori di lavoro, di voler percorrere questa strada? Siete sicuri di voler coagulare la rabbia e anche il disprezzo dei vostri dipendenti?

Siete arrivati a prefigurare addirittura un report periodico per individuare eventuali comportamenti anomali dei dipendenti, da parte dei dirigenti. Anomali? Scusi posso respirare?

Vogliamo ritornare con i piedi per terra e far funzionare bene quest’ente invece di pensare di essere ad Alcatraz? Chi sogna Alcatraz, visto che per fortuna è chiuso da tempo, cambi sogno.

Chiediamo che non si istituiscano ulteriori e nuove forme di controllo e report perché sviano dal concentrarsi su quello che conta davvero: la qualità del lavoro; chiediamo che si riconosca la correttezza e l’ammissibilità della pausa caffè senza timbratura nei bar interni; che si chiarisca esplicitamente che il centro direzionale di Novoli è un’unica sede di lavoro; la pausa breve di max 15 minuti è accettabile solo per chi vuole recarsi all’esterno (non quindi in bar interni). Si lavora quando si è nella propria stanza, nelle stanze dei colleghi, nel corridoio e in ogni angolo di questi orrendi edifici (scrivo da Novoli). In sintesi, lasciateci lavorare in pace!

 

*Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

https://rtcobas.wordpress.com/

 




Le armi nucleari sono fuorilegge

Firmato lo storico Trattato Onu contro la proliferazione. Se 72 anni vi sembran pochi. I negoziati in corso all’Onu dallo scorso marzo si sono conclusi con l’approvazione da parte di due terzi dei 192 Stati membri delle Nazioni Unite di un Trattato dai toni molto netti per la proibizione delle armi nucleari. La società civile a livello internazionale, organizzata da Ican (International Campaign to Abolish Nuelear weapons), è stata l’agente determinante che ha consentito di raggiungere questo obiettivo, ed ha preso parte attivamente ai negoziati. Il testo del Trattato, oggetto di animate discussioni che hanno prodotto varie formulazioni intermedie introducendo importanti anche se contrastati miglioramenti, è stato adottato con il voto a favore di 122 Stati, un voto contrario e un astenuto, e salutato da cinque minuti di applausi e la profonda commozione della presidente della Conferenza, la costaricense Elyane Whyte.

L’ampia partecipazione degli Stati a questi negoziati, e la lunga campagna vi ha dato origine, si basano sulla profonda sfiducia verso il Trattato di Non Proliferazione del 1970 e l’arrogante inadempienza del suo Art. VI che imponeva «trattative in buona fede per concludere quanto prima un disarmo nucleare e generale» Al contrario, da allora il numero di testate negli arsenali nucleari mondiali è più che raddoppiato da 30.000 a 70.000, e il numero di Stati dotati di armi nucleari è passato da 6 a 10 (compreso il Sudafrica che nel frattempo ha smantellato il proprio arsenale).

Questo Trattato non è ancora un accordo per procedere all’effettiva eliminazione delle armi nucleari, dal momento che gli Stati nucleari (Usa, Russia, Francia, Israele, Gran Bretagna, Cina, India, Pakistan e Corea del Nord) e i paesi della Nato, molti dei quali ospitano testate nucleari degli Stati Uniti, non hanno aderito e partecipato ai negoziati. Tuttavia resterà una pietra miliare e condizionerà comunque ogni passo futuro. Fino ad oggi esistevano trattati che stabilivano l’illegalità delle armi biologiche (1972), chimiche (1993), delle mine (1997), delle bombe a grappolo (2008), il cui uso è classificato come un crimine nel diritto internazionale. Pensiamo alle recenti strumentalizzazioni del presunto arsenale chimico di Assad in Siria, con minacce di intervento militare, ma se gli USA sferrassero un ben più devastante attacco nucleare non sarebbe finora stata possibile una denuncia di violazione del diritto internazionale. Da oggi questa denuncia sarà possibile, anche se per ora tutt’altro che automatica.

Tra i paesi Nato ha partecipato ai negoziati solo l’Olanda. E sembra essere stata una quinta colonna dell’Alleanza poiché si è opposta all’approvazione del Trattato per consenso ed ha espresso l’unico voto contrario (l’astenuto è Singapore).

Premessa fondamentale del Trattato è il riconoscimento, importantissimo in uno strumento giuridico internazionale, delle “catastrofiche conseguenze umanitarie” delle armi nucleari, e che la loro completa eliminazione “rimane il solo modo di garantire che esse non siano mai usate in qualsiasi circostanza”. L’Art. 4 suona “Verso la totale eliminazione delle armi nucleari”, e l’Art. 12 impegna gli Stati aderenti a farsi promotori del bando presso gli altri Paesi, in modo che il Trattato raggiunga l’universalità.

Il nucleo del Trattato è l’Art 1 che vieta in termini molto fermi agli Stati che vi aderiranno di: sviluppare, testare, produrre, acquisire qualsiasi dispositivo nucleare esplosivo, qualunque sia la sua potenza; trasferirli o riceverli a/da chicchessia; consentirne lo schieramento (vieta quindi esplicitamente il nuclear sharing, in base al quale l’Italia ospita circa 70 testate termonucleari statunitensi); assistere, incoraggiare o indurre chicchessia in siffatte azioni proibite. Il Trattato vieta non solo l’uso delle armi nucleari, ma anche la minaccia, negando quindi la legittimità della deterrenza che ha consentito la crescita demenziale degli arsenali nucleari durante la Guerra Fredda, e la folle corsa agli armamenti (purtroppo oggi ripresa, lo spreco più scandaloso di risorse, un affronto ai problemi drammatici del mondo.).

Il Trattato inoltre garantisce una specifica assistenza ai colpiti dall’uso o dalla sperimentazione di armi nucleari, e sancisce la necessità di bonifica ambientale (articolo 6).

Usa, Gran Bretagna e Francia hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che “Non firmeremo, ratificheremo e aderiremo mai” al Trattato, affermando che esso “non affronta le preoccupazioni per la sicurezza che continuano a rendere che necessaria la deterrenza nucleare”. Senonché una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta, come dichiarò nel 1984 una fonte insospettabile, il presidente Ronald Reagan, ed hanno ribadito il 27 giugno scorso in una lettera aperta ai presidenti Trump e Putin personaggi di levatura internazionale, Wolfgang Ischinger, Sam Nunn, Igor Ivanov e Desmond Browne.

L’ambasciatrice Usa all’Onu Nikki Haley ha affermato: «Qualcuno pensa che la Corea del Nord eliminerebbe le armi nucleari?». Ma quale credibilità hanno gli Usa per sostenere la non proliferazione, quando hanno finanziato un colossale programma trentennale di modernizzazione di queste armi di ben mille miliardi di dollari?. La “resistibile” ascesa nucleare della Corea del Nord ha cause che risalgono al voltafaccia di Bush Jr. rispetto all’Agreed Framework del 1994.

Il nuovo Trattato costituirà in qualsiasi caso una pietra miliare, generalizzerà e rafforzerà la consapevolezza e la pressione dell’opinione pubblica (i media non potranno perpetuare l’ignobile cortina di silenzio che hanno steso sui negoziati, e ora sul Trattato.), eserciterà inevitabilmente un’influenza sui governi ora refrattari e condizionerà la loro azione. I trattati che hanno messo al bando le armi biologiche e chimiche, le mine e le bombe a grappolo hanno dimostrato come armi in precedenza accettate sono ora rifiutate dalla comunità internazionale. Questo Trattato sarà un forte strumento nelle mani degli Stati non nucleari nelle prossime scadenze, come la Conferenza dio Riesame del Tnp del 2020.

Vi sono nel Trattato anche delle ombre, che comunque non possono appannare il valore storico di questo risultato. I contrasti, anche forti, che vi sono stati mostrano che questo Trattato è il risultato migliore che si poteva ottenere nelle condizioni presenti. I maggiori contasti sono stati sull’Art 17, che dà la possibilità ai Paesi aderenti di recedere dal Trattato in caso di «eventi straordinari legati all’oggetto del trattato» che ne abbiano «compromesso gli interessi supremi». La società civile che ha partecipato ai negoziati, sostenuta da molti Stati, si è opposta strenuamente a questa clausola, considerandola giustamente un controsenso, ma un blocco di Stati intransigenti ne ha impedito l’eliminazione: una guerra nucleare non può essere in ogni caso una risposta, non potrebbe essere “vinta” e i suoi effetti sarebbero deleteri per l’umanità intera, per cui gli obblighi del Trattato dovrebbero essere assolutamente vincolanti.

Un limite è anche di continuare ad insistere sul diritto degli Stati di sviluppare le tecnologie nucleari per usi civili, che ormai si sono dimostrate la porta per accedere alle tecnologie militari, poiché il dual-use è la caratteristica intrinseca e ineliminabile di questa tecnologia.

Un ulteriore appunto che mi sento di muovere è che non è stata accettata né considerata la proposta che era stata avanzata da rappresentanti italiani e francesi della società civile di estendere una definizione generale di “dispositivo nucleare esplosivo” a “qualsiasi tipo di arma la cui esplosione sia dovuta a un processo di fissione o fusione nucleare qualsiasi sia la potenza” dell’arma che si ottiene: non era una questione di lana caprina, anche se molto specialistica, perché nei laboratori militari sono in corso ricerche per realizzare micro-esplosioni tramite la fusione nucleare di minime quantità di nuclei leggeri senza la necessità di innescarla con l’esplosione di una bomba a fissione, che necessita della presenza di una massa critica di plutonio. La Convenzione che vieta le armi biologiche è attualmente messa a rischio da progressi delle biotecnologia che erano impensabili nel 1972.

Il Trattato sarà aperto alle firme il 20 settembre, ed entrerà in vigore entro 90 giorni da quando sarà ratificato da 50 Paesi. Esso prevede la prima revisione ufficiale 6 anni dopo l’entrata in vigore, ma emendamenti, secondo l’art. 10, possono essere proposti e fatti circolare in ogni momento. Essi possono essere approvati dalle riunioni degli Stati aderenti e dalle Conferenze di revisione con una maggioranza qualificata di 2/3. Gli emendamenti entrano in vigore dopo che la maggioranza degli Stati aderenti al momento dell’adozione depositano la ratifica.

Il compito più urgente per le reti organizzate in Ican è ora la campagna per le firme e le ratifiche. Il gruppo internazionale di Parlamentari che hanno preso parte ai negoziati ha elaborato un documento programmatico per coordinare le pressioni sugli Stati per la firma e la ratifica del Trattato. Nel Parlamento italiano giacciono in proposito 4 mozioni, di orientamento diverso: la loro discussione era prevista alla fine di giugno, ma poi è stata spostata e non si sa quando verrà calendarizzata.

C’è da augurasi che i principali quotidiani e notiziari nazionali rompano finalmente l’ignobile congiura del silenzio (perché non si promuove un mail bombing sui Direttori delle testate?), e che la consapevolezza e la volontà dell’opinione pubblica crescano, esercitando una pressione crescente sul nostro governo perché aderisca alla campagna che da questo storico momento si impegnerà per eliminare le armi nucleari dalla storia.

Articolo apparso su Left

Questo il video dell’intervento (Video di Giancarlo Venturi):

*Angelo Baracca




Sindaco Nardella gli alloggi di via de’ Pepi sono Erp e non vanno venduti. Lo dice anche la Regione Toscana.

La giunta Nardella, sempre pronta a farsi paladina della legalità quando si tratta di contrastare i diritti e le lotte dei ceti popolari, non esita a calpestare ogni norma per continuare a trasformare la città, secondo una precisa logica di classe, in un resort di lusso, in cui si ha cittadinanza esclusivamente in base alla ricchezza. La brutta storia della tentata vendita di 60 alloggi in zona centrale non è che una conferma. Lo abbiamo detto più volte: quegli alloggi sono in gran parte case popolari, usate da sempre a fini sociali, e tali vanno mantenute. Ora lo dice anche la Regione Toscana, che in materia di ERP ha competenza esclusiva: quegli alloggi, a partire da quelli di via dei Pepi, “sono senz’altro ascrivibili al patrimonio ERP”, e come tali soggette a precise norme che, fra l’altro, prevedono la possibilità di vendita esclusivamente agli assegnatari e a prezzi calmierati. Non avevamo bisogno di pareri di questo o quell’Ente per saperlo, ma è comunque una conferma importante e “ufficiale”.

Il tentativo di speculazione, l’ennesima, in nome del profitto, della rendita, dell’espulsione degli abitanti storici dei quartieri (ex) popolari, da confinare in qualche periferia fuori dagli sguardi dei ricchi consumatori di questa città ormai degradata a merce, deve chiudersi qui. Le ridicole parole dell’assessore Gianassi per cui quegli alloggi “non hanno le caratteristiche dell’edilizia popolare” solo perché a due passi dal Duomo e da Santa Croce,  e quindi molto appetibili per ricchi speculatori, tornano al mittente come uno schiaffo. 

Noi intanto, insieme a tutti i movimenti per il diritto alla città e ad un abitare dignitoso, non faremo un passo indietro, e continueremo le mobilitazioni insieme agli abitanti della zona e non solo. Riprendiamocela questa città, non è proprietà di Nardella e dei suoi sodali delle fiere immobiliari.

 

 




Galletti conosce i suoi polli. (Nuova) VIA all’aeroporto di Firenze

Il partito del cemento e del tondino ha messo a segno un altro colpo!

L’occasione è stata fornita dal creativo/distorto recepimento della Direttiva europea del 2014 sulla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) necessaria per la realizzazione delle cosiddette grandi opere, che sappiamo essere non solo inutili, ma fortemente dannose per l’ambiente e lucrose per i vari comitati d’affari che attorno ad esse si addensano e che premono per realizzarle.

L’occasione era ghiotta e il governo Gentiloni, ministro dell’Ambiente Carlo Galletti, non se l’è lasciata scappare. Così si è provveduto a modificare e integrare la precedente normativa VIA del 2006 in totale dispregio degli obiettivi dichiarati ai vari livelli di “proteggere la salute umana, contribuire con un migliore ambiente alla qualità della vita, provvedere al mantenimento delle specie e conservare la capacità di riproduzione dell’ecosistema in quanto risorsa essenziale per la vita”.

Le nuove norme, approvate lo scorso giugno, in realtà si muovono in direzione decisamente contraria semplificando le regole del gioco a favore del cosiddetto proponente l’opera stessa, riducendo la partecipazione dei cittadini, intensificando il controllo politico sugli organismi tecnici, consentendo ai progetti già presentati di sottrarsi alle precedenti norme, decisamente più rigorose delle attuali, per affidarsi ai nuovi dispositivi molto più vantaggiosi.

Proprio quest’ultima opzione, come vedremo, avrà delle pesanti ricadute sulla realizzazione del nuovo aeroporto di Firenze, nel senso di offrire una via d’uscita rispetto allo stallo che si era determinato in seguito alle numerose (ben 142) e onerosissime prescrizioni che la Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale VIA era in procinto di inviare all’ENAC, proponente dell’opera.
Di fatto si tratta di una vera e propria “bocciatura mascherata”, di una conferma dell’irrealizzabilità del nuovo aeroporto intercontinentale che l’ENAC vorrebbe incuneare tra numerosi centri abitati (Firenze, Prato, Pistoia, Sesto Fiorentino, Calenzano, Campi Bisenzio, ecc.), al centro di un’area densamente popolata (più di un milione di abitanti), occupando gli spazi che, dopo anni di estenuanti trattative, erano stati riservati al Parco della Piana, ultimo polmone verde di un’area così densamente antropizzata.

A ben vedere sembra quasi di essere di fronte a normative approntate su richiesta dei portatori di interesse, tagliate su misura della volontà di distruggere gli equilibri di un’area, quella fiorentina, già fortemente compromessa e su misura della sola redditività economica dell’impianto (tutta da dimostrare) e delle sue ricadute sulle politiche estrattive di marketing territoriale (speculazione storico-immobiliare) su Firenze e sulla Toscana.

Certo, non sono delle novità, ormai siamo abituati a queste procedure adottate da un ceto politico avariato e servilmente posto alle dipendenze di una catena di comando economico e finanziario del quale vorremmo vedere la dissoluzione e per la quale ci battiamo con sempre più rinnovate energie.

Gli interessi in gioco sono enormi, basti pensare che, secondo le stime del governo, i procedimenti pendenti di competenza statale hanno un valore che si aggira sui 21 miliardi di euro. È un boccone troppo ricco che non può essere messo in discussione.

E infatti la semplificazione delle procedure prevede che il rilascio del provvedimento di VIA possa avvenire su di una documentazione ancor più generica, meno determinata, con una deteriorata qualità e un ridotto livello delle informazioni, tali da compromettere l’efficacia della partecipazione dei cittadini e da consentire a posteriori modifiche del progetto. Infatti dalla presentazione del Progetto definitivo (che individua compiutamente i lavori) si passa ora a un meno stringente Progetto di fattibilità.

Non solo, ma anche la verifica della assoggettabilità alla VIA potrà avvenire sulla base di un etereo Studio preliminare ambientale al posto del precedente Progetto di fattibilità.
I cittadini, le associazioni, i comitati non potranno più presentare le osservazioni alla Verifica di assoggettabilità, al contrario di quanto stabilito dalla precedente normativa e dalle Direttive europee. Non solo, ma è loro preclusa anche la possibilità di presentare le osservazioni nel caso in cui ci siano modifiche sostanziali del progetto e dei relativi impatti ambientali.

Il controllo politico sarà esteso alla nomina dei membri della Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale VIA, la cui funzione, come sappiamo, è decisiva sia nell’istruttoria che nell’adozione dei pareri di compatibilità ambientale. Il ministro potrà nominare direttamente i commissari “senza obbligo di procedura concorsuale”, come avvenuto finora. Saranno indeterminati i riscontri oggettivi delle competenze tecniche e amministrative dei componenti della Commissione, mentre possiamo immaginare che la selezione potrà essere condizionata dal grado di vicinanza e di affinità politica dei candidati alle prospettive del governo. Non che il precedente sistema fosse indenne da procedure poco trasparenti e da conflitti di interesse dei commissari. La Corte dei Conti lo ha notato e lo scorso agosto ha bocciato la nomina alla VIA voluta dal ministro Galletti. Non osiamo immaginare quel che potrà avvenire con le nuove norme!

Al proponente l’opera è riconosciuta anche la facoltà di contrattare con l’autorità pubblica e di definire “la portata delle informazioni e il relativo livello di dettaglio degli elaborati progettuali”. Ma poiché il livello di dettaglio, con riguardo allo Studio di Impatto Ambientale, al Progetto di fattibilità e al Progetto definitivo, sia sufficientemente chiaro e individuato dalle norme in vigore, il proponente cosa vorrebbe ancora contrattare?

L’esenzione dalla procedura VIA è estesa, oltre ai casi di evidente urgenza relativi ad opere per la Protezione Civile, a generici casi eccezionali di cui non è ben chiara la portata.

In caso di inadempienza il sistema sanzionatorio delle irregolarità è davvero ridicolo. Per chi realizza un progetto o una sua parte in assenza di VIA è prevista una sanzione amministrativa, udite udite!, da 35.000 a 100.000 euro, cifre risibili se commisurate all’importo milionario delle grandi opere. Questi valori sono ridotti a 20.000 e 80.000 euro se il proponente, in possesso di VIA, non ne osserva le condizioni ambientali. Importi da far tremare di paura e che, in realtà, costituiranno un considerevole incentivo a delinquere.

Non è finita, ma se il proponente viene colto sul fatto, ossia se sta realizzando l’opera in assenza di VIA o se questa è stata annullata dal TAR o dal Consiglio di Stato, l’autorità molto educatamente assegna un termine all’interessato entro il quale avviare un nuovo procedimento consentendo la prosecuzione dei lavori, ossia l’iterazione dell’irregolarità purché – questa è davvero grossa! – essi avvengano “in termini di sicurezza con riguardo agli eventuali rischi sanitari, ambientali o per il patrimonio culturale”. Ma come è possibile rispettare questi termini se manca l’autorizzazione che dovrebbe individuarli? Il ministro Galletti, per favore, ci spieghi questa torsione logica che ci lascia esterrefatti.

A noi sembra, molto più concretamente, che si stiano aprendo le porte ai comportamenti e alle scelte più dissennate delle quali pagheremo i costi in termini di salute pubblica e di ulteriore compromissione dei già risicati equilibri ambientali.

Infine, ma non per ordine d’importanza, la nuova VIA consente, come già detto, ai progetti in corso di poter fare riferimento alla recente normativa, molto generosa nei confronti dei proponenti e decisamente avara e dispotica nei confronti di noi tutti. Per non farci mancare nulla, offre loro anche un fantomatico Provvedimento unico in materia ambientale, “comprensivo di ogni autorizzazione, intesa, parere, concerto, nulla osta, o atto di assenso in materia ambientale, richiesto dalla normativa vigente per la realizzazione e l’esercizio del progetto”.
Il tema sarà da approfondire, ma a noi ricorda molto da vicino i pastrocchi approvati con gli Accordi di programma o le Conferenze dei servizi, responsabili, in molti casi, di procedure e verifiche superficiali, poco attendibili, contingentate nel tempo, alla base di tanti progetti e piani poco raccomandabili.
Quest’ultimo punto offre la possibilità di prevedere cosa potrà accadere con l’aeroporto di Firenze. Quasi sicuramente l’ENAC, tirando un grande sospiro di sollievo ed entro 60 giorni dalla entrata in vigore del decreto (21 luglio 2017), si avvarrà delle nuove norme e in particolare formulerà la richiesta di Provvedimento unico in materia ambientale per azzerare e mettere a tacere le numerose e fondate perplessità su questa opera.
Negli ambienti coinvolti l’euforia è impazza, la speranza di tutti e che con la prossima estate si possano cominciare i lavori.
Le contraddizioni delle procedure non mancano, anzi sono delle travi poste sul percorso della realizzabilità dell’opera, dalla portata delle Direttive europee, al triplice conflitto di interessi di ENAC, ai piani di rischio presentati e non convincenti.
Insomma, pensiamo che questa euforia sia mal riposta perché il livello di guardia delle popolazioni residenti, ma anche del mondo della cultura e dell’ambientalismo, del mondo accademico, è cresciuto enormemente. Nuove e più stringenti alleanze si stanno costituendo per rendere impraticabili i piani di distruzione della nostra Piana, dei nostri territori, del nostro ambiente di vita.
Ne vedremo delle belle!

*Antonio Fiorentino

Il confronto puntuale delle nuove norme con le precedenti è contenuto in questa SCHEDA




Nardella, Firenze come Tel Aviv? Ma anche NO!

Udite, udite! Nardella ha un piano sicurezza per le periferie: il “modello Tel Aviv” con tanto di telecamere con riconoscimento facciale sarebbe la sua ricetta.
Ci chiediamo se Nardella abbia queste “illuminazioni” dopo qualche serata sopra le righe o se a nostra insaputa abbia assunto a chiamata uno stratega militare in Palazzo Vecchio.

Si rende conto di cosa sta parlando?

Il “modello Tel Aviv” o “modello Israele” che dir si voglia rappresenta una realtà improntata totalmente sul piano militare, dove ogni civile presta servizio militare per tre anni, dove la discriminazione e la segregazione sono all’ordine del giorno sia nei confronti dei palestinesi che nella stessa società israeliana.
Probabilmente vittima della sua stessa propaganda, a forza di parlare di questa famosa”invasione”, Nardella ha scambiato Firenze per territorio di una sua personale guerra.

Anche si ci risulta difficile pensare a dei check point alle Piagge o alle Minime, sappiamo che niente è impossibile. Dopo “i fochi” a numero chiuso di San Giovanni, arriva l’annullamento dei fuochi di San Romolo di Fiesole; azioni di propaganda con le quali, più che garantire sicurezza, si continua ad abituare la popolazione a vivere una realtà di restrizioni, continui controlli, perquisizioni, giri di tornelli e esibizione di documenti.

Se Nardella pensa di “arginare destra e populismo” con queste trovate forse non si rende conto che ha scelto di giocare nel loro campo, che è la destra a fare le squadre e tra un po’ andrà a casa con il pallone.
Lo stesso Nardella in tutto questo poi ci viene a dire che, per quanto i reati a Firenze siano in calo, la percezione è quella dell’insicurezza. Ma secondo lui questa percezione da cosa dipende se non dalla sua stessa propaganda? Ci stanno risucchiando in un vortice dove “non c’è sicurezza e quindi aumento i controlli”, “aumento i controlli e quindi la popolazione percepisce che il problema è serio” e così via…
Ma ci chiediamo: siamo stati forse noi a creare questa situazione? Sicuramente no, ma siamo noi a farne le spese in termini di restrizioni delle libertà individuali e collettive quando andiamo a scuola, a lavoro e nel nostro tempo libero.

La domanda è sempre la stessa: è questa la città che vogliamo?

Siamo sicuri che la risposta non stia nell’emergenza senza fine e nel dibattito ormai trasversale a tutti gli schieramenti parlamentari che inveiscono contro terrorismo e immigrazione quando sono loro i primi portatori di guerra, terrore e miseria!
I quotidiani interventi del sindaco Nardella sulle questioni sicurezza e degrado da un lato servono alla creazioni di misere carriere politiche, soffiando dove il fuoco è più alto, dall’altro nascondono l’incapacità delle istituzioni, private di potere e risorse, a dare le “sicurezze” necessarie per una vita dignitosa.

La nostra sicurezza si chiama lavoro, casa e servizi pubblici gratuiti e popolari ma evidentemente Nardella e i compari hanno altro a cui pensare…

*CPA Firenze sud




Toscana Aeroporti aggredisce la Piana, a difenderla solo gli abitanti

A seguito dell’importante giornata di lotta di ieri, che ha visto attivisti e abitanti della piana contrapporsi all’inizio dei lavori sui terreni dove vorrebbero costruire la nuova pista dell’aeroporto, non poteva mancare la solita canea mediatica aizzata da Toscana Aeroporti spa. E infatti stamani sono arrivati puntuali i primi articoli nei quali si parla di fantomatiche aggressioni da parte dei Comitati a danno dei lavoratori delle ditte incaricate per i carotaggi.

Come abitanti e attivisti sappiamo bene, al contrario di quanto vorrebbero far credere, chi sono i nostri veri nemici. I nostri nemici non sono certo gli operai, lavoratori come noi, che anzi subiscono questo sistema di sfruttamento tanto caro a chi in questi anni sta portando avanti questa, come altre, opere di devastazione del territorio.

Negli articoli della stampa Carrai, evidentemente in difficoltà, si trova costretto ad affermare anche che i lavori non sarebbero iniziati e che si tratterebbe solo di sondaggi “a tutela dell’ambiente”. Mente sapendo di mentire. Noi invece vogliamo gridarlo forte: i lavori per il nuovo aeroporto sono già partiti, non esistono “sondaggi buoni” e che questo avvio di lavori ha preso il via nonostante lo stralcio del Pit.

Evidentemente si pensava di poter far passare la cosa sotto silenzio e procedere ignorando le contrarietà – che anche dal punto di vista legale- si trovano davanti, tanto che lo stesso Carrai già parla di espropri, pur sapendo benissimo di non avere in mano alcuna autorizzazione a procedere in tal senso.

La risposta isterica di Toscana Aeroporti e dei suoi giornalai, in cui si minacciano denunce, non è altro che la prova che stiamo agendo nel modo giusto e si configura come un attacco a tutti e tutte coloro che in questi anni si sono attivati sul territorio, hanno portato avanti lotte, creato nuovi modelli di socialità e condivisione, unito esperienze e provenienze eterogenee in nome della difesa di valori collettivi.

Si vorrebbero impaurire coloro, dagli abitanti, ai proprietari dei terreni, ai lavoratori che spendono gran parte della loro vita in quei luoghi, che immaginano un domani diverso per Piana. Nel frattempo ogni giorno sui giornali leggiamo dell’invasione di milioni di turisti, della necessità di limitare l’accesso alla città; dall’altra si progetta un aeroporto per passare da 2milioni di passeggeri a 8milioni, per una città già profondamente snaturata e trasformata in un parco giochi, e periferie rilegate a attrattori di funzioni sgradite.

Come attivisti e attiviste non possiamo fare altro che promettergli e prometterci che ci troveranno al nostro posto ogniqualvolta tenteranno di procedere con questa aggressione al territorio e alla nostra salute. L’aggressione attualmente in atto è quella da parte di chi specula sulle nostre vite, di chi cementifica quello che dovrebbe essere un Parco, di chi vuole trarre profitto dalla costruzione di grandi opere nocive come l’aeroporto e l’inceneritore.

GLI UNICI LAVORI DA FARE SONO QUELLI PER LA COSTRUZIONE DEL PARCO AGRICOLO DELLA PIANA!

Per ritrovarci, condividere e discutere su quanto accaduto in questi giorni e per rilanciare la lotta, fino all’interruzione dei sondaggi, ci vediamo in Assemblea Pubblica – Giovedì 13 Luglio ore 21.00 al Presidio NoInc-NoAero in via dell’Osmannoro a Sesto Fiorentino.

Assemblea del Presidio Noinc-Noaero




È uscito il #67 della Città invisibile

Il nuovo numero della rivista di perUnaltracittà: notizie, analisi e commenti direttamente da chi anima le vertenze sociali e diffonde strumenti critici per la comprensione della realtà, oltre il pensiero unico.

Leggi, stampa, condividi sui social i singoli articoli.

Un ottimo modo per sostenere la rivista.

Buona lettura… e arrivederci a settembre.

Buona estate!




How to survive a plague

Il Pride Month si è appena concluso. In tutto il mondo il mese di giugno è il mese delle manifestazioni dell’orgoglio LGBT in ricordo di quella notte del 27 giugno 1969 in cui scoppiarono i moti di Stonewall. Lo Stonewall Inn era ed è il più famoso locale gay nel cuore del Greenwich Village a New York. Dopo 10 anni da questi fatti il Village divenne l’epicentro di una delle più terribili epidemie che il mondo abbia mai conosciuto, era il 1979 e l’Aids fece la sua comparsa nel mondo occidentale. La comunità gay del Greenwich Village fu una delle più pesantemente colpite, un mondo che finalmente si stava liberando dalle catene delle violenze della polizia e dalle continue repressioni cominciò a crollare sotto i colpi della malattia, persone nel fiore degli anni che si ammalavano e morivano nell’indifferenza della politica e di chi, non essendo gay, pensava che quella malattia non l’avrebbe mai colpito. In mezzo a questa catastrofe un gruppo organizzato formato da attivisti, artisti, medici eterodossi e scienziati in pensione decise che nessuno sarebbe più morto nel silenzio e che se il governo e la politica e la Food and Drug Administration (FDA) non si decidevano ad agire contro questo flagello che stava decimando la loro comunità l’avrebbero fatto da soli. Nacque così ACT UP, un movimento che cambiò la storia della malattia e che fu capace di tener testa alle multinazionali del farmaco, ai membri del congresso finanche ai presidenti degli Stati Uniti e riuscì a far entrare la ricerca sull’Aids nell’agenda politica.

How to survive a plague è il documentario che racconta questa battaglia epica; realizzato dal regista David France interamente con materiali d’archivio provenienti dalle collezioni degli stessi attivisti, copre i dieci anni dalla fondazione del movimento alla scoperta del cocktail di farmaci che permette tutt’ora la sopravvivenza ai malati di Aids avvenuta tra il 96 e il 97. Un contatore inesorabile alla fine di ogni anno solare appare sullo schermo per mostrare le vite perse in un decennio di indecisione e di incapacità di agire della politica. Nel 2012, anno di realizzazione del film, i morti per Aids erano 35 milioni in tutto il mondo, ed è Peter Statey, uno degli attivisti più celebri di ACT UP, a stigmatizzare questa colpevolezza del mondo politico quando ricorda che se il presidente Reagan avesse cominciato a inserire la lotta all’Aids nella propria agenda politica milioni di vite sarebbero state salvate.

How to survive a plague sa far piangere e commuovere per ognuno degli attivisti che vediamo lottare e poi cadere nel corso del documentario, ma sa anche esaltare lo spettatore con ogni battaglia e ogni manifestazione. L’assalto alla sede di Rockville in Maryland della FDA, la protesta contro la chiesa cattolica e il Cardinale O’Connor durante una messa nella cattedrale di St.Patrick, il blitz geniale armati di un profilattico gigante contro la casa del senatore repubblicano Jessie Helms, che si era sempre battuto contro qualsiasi spesa federale per lotta all’HIV.

Ma il cuore del film, il suo messaggio più importante ruota attorno alla maniera in cui un gruppo di artisti e persone lontane dalla medicina lottò per abbassare il prezzo dei medicinali sui quali l’industria farmaceutica speculava e cominciò a studiare ricerche mediche e a pretendere risposte da immunologi e ricercatori e ad elaborare un proprio protocollo contro la malattia. Furono tanto in gamba da far sì che il loro report A National AIDS Treatment Agenda, presentato alla quinta conferenza mondiale sull’AIDS a Montreal, fosse adottato dai ricercatori presenti per il loro futuro lavoro. Non mancano, però, i momenti in cui tutto sembra perduto: gli anni in cui farmaci che si credevano utili si dimostrano inefficaci, il momento in cui il movimento si spacca letteralmente in due a causa delle faide e dei litigi tra chi privilegia la lotta politica e chi invece decide di lavorare insieme alle ditte farmaceutiche per trovare una cura.

David France ha un occhio speciale per i particolari, dopo la fine del film sono quelli che restano impressi nella mente: i guanti in lattice dei poliziotti mentre fronteggiano i manifestanti, i sacchi di plastica nera per portare via dagli ospedali le persone morte, le ceneri dei defunti sparse sul prato della Casabianca. E le parole, sono quelle che scandiscono il ritmo del documentario. Un momento su tutti quello in cui Larry Kramer, attivista, scrittore e sceneggiatore, ripete la parola plague per far tacere i litigi durante un’assemblea. We are in the middle of a plague, ripete con l’aria stralunata di un predicatore e non a caso utilizza una parola che evoca la Bibbia e che France utilizzerà per il titolo del suo lavoro.

Alla fine del film la battaglia è vinta e alcuni degli eroi sono sopravvissuti, ma 20 anni dopo nei loro occhi non c’è orgoglio né forza, ma smarrimento perché nessuno di loro credeva di sopravvivere, perché nessuno di loro era preparato ad avere davanti a sé tutta la vita. Sono sopravvissuti agli amici, ai compagni, hanno vissuto anni in cui il loro scopo era la lotta e quello che oggi fanno è raccontare, come accade a molti sopravvissuti. Larry Kramer ha visto l’adattamento televisivo del suo ormai classico teatrale The normal heart vincere un Emmy Award come miglior film tv nel 2014, Peter Statey continua la sua lotta per informare e sensibilizzare sull’HIV, altri hanno fondato associazioni o sono tornati ai loro lavori, altri ancora si sono persi incapaci di tornare ad una vita normale.

Quello che alla fine resta di How to survive a plague è come un gruppo di attivisti determinato e assolutamente deciso a non arretrare di un millimetro sia riuscito ad incidere sulla politica, sull’industria farmaceutica, e ad ottenere, infine, con una lotta durata più di dieci anni cure efficaci e un incredibile peso politico.