The Loving Story: un documentario contro il razzismo

Il personale è politico, dicevano le femministe italiane negli anni ’70. Questo non è mai stato vero come per Richard e Mildred Loving, una coppia di virginiani che si sposò a Washington D.C. nel giugno 1958. Un mese dopo il loro matrimonio la polizia fece irruzione nella loro casa e li arrestò, il loro reato? Essere lui bianco e lei nera (per l’esattezza Mildred era per metà afroamericana e per metà nativa). All’epoca i matrimoni interrazziali erano contro la legge dello Stato della Virginia. Da questo momento iniziò una dura battaglia legale che si concluse soltanto 9 anni dopo di fronte alla Corte Suprema degli Stati Uniti.
Nel 2010 la documentarista Nancy Buirski si imbattè in questa storia che già era molto nota e decise che voleva raccontarla a modo suo, senza retorica, facendo parlare i protagonisti dell’epoca. Richard e Mildred, però, erano morti e i loro figli non avevano voglia, dopo tante delusioni, di dare in pasto ai media la storia della loro famiglia per l’ennesima volta.

La Buirsky però era determinata e scoprì che la regista Hope Ryden con il suo cameraman aveva passato diversi mesi nel 1965 insieme alla famiglia Loving e aveva filmato molto materiale per un film che poi non era mai stato realizzato. Nancy Buirsky chiamò la Ryden che non solo aveva conservato perfettamente tutto il girato, ma fu anche entusiasta di aiutare questa produzione con il suo materiale inedito in stile cinema veritè.

Non solo, riuscì ad avere anche le bellissime foto della vita quotidiana dei Loving realizzate da Grey Villet che vennero pubblicate sulla rivista Life nel ’66. Poiché Life aveva pubblicato solo 9 immagini degli oltre settanta rullini scattati dal fotografo, la moglie di Villet concesse l’uso delle immagini inedite per il documentario, mentre Peggy Loving, la primogenita dei Loving, e gli avvocati Bernard S. Cohen and Philip J. Hirschkop acconsentirono a farsi intervistare.
Nacque così The Loving Story che HBO decise di produrre e di far uscire nel giorno di San Valentino del 2012. Dopo 5 anni  il documentario viene ancora proiettato nelle sale (specializzate, ovviamente) ed è molto utilizzato nelle scuole.

The Loving Story è la storia di come due persone umili, riservate e non particolarmente erudite cambiarono la storia di un paese come gli Stati Uniti, la loro battaglia legale solitaria e determinata andò avanti per quasi un decennio in contemporanea ai movimenti per i diritti civili.
Per comprendere quanto era ed è istituzionalizzato il razzismo negli Stati Uniti basta pensare che l’anno dopo la marcia su Washington capeggiata da Martin Luther King e nel pieno delle battaglie per i diritti civili il giudice federale Leon M. Bazile dello stato della Virginia bocciò il ricorso dei Loving con queste parole: “Dio Onnipotente ha creato le razze, bianchi, neri, gialli, rossi, e li ha messi su continenti distinti. E se non si fosse interferito con le sue decisioni (mettendo razze diverse sui medesimi continenti n.d.r.) non ci sarebbe alcuna ragione per tali matrimoni. Il fatto che Dio abbia separato le razze dimostra che non ha nessuna intenzione di mescolarle”.
Per Mildred e Richard tutto questo non aveva senso, loro due erano innamorati da quando erano ragazzini, avevano due figli, vivevano in una piccola comunità rurale dove bianchi e neri convivevano da sempre, volevano soltanto restare a casa loro e fare la loro normalissima vita. Proprio per questo non si diedero pervinti, Mildred scrisse a Robert Kennedy che all’epoca era Ministro della Giustizia ed aveva fatto parte dell’American Civil Liberties Union e infine si rivolsero alla Corte Suprema che diede loro ragione ed abolì il Racial Integrity Act che risaliva al 1924. Le motivazioni furono scritte dal Earl Warren, capo della Commissione Warren che condusse le indagini sull’assassinio del Presidente Kennedy.

Nella vicenda dei Loving la storia con la S maiuscola si mischia al quotidiano: John e Bob Kennedy, Earl Warren, Mildred e Richard. E questo si coglie perfettamente in The Loving Story che Nancy Bruisky ha voluto fortemente realizzare proprio perché a cavallo del primo decennio degli anni 2000 il razzismo era ed è tutt’ora ancora molto forte negli Stati Uniti e i suprematisti bianchi stavano riprendendo piede nell’america più rurale. Ciò che rende straordinario questo documentario è il continuo dialogo tra presente e passato, gli spezzoni di verità di Hope Ryden, le foto di Villet, le interviste realizzate allora e quelle realizzate oggi, gli audio degli interventi alla Corte Suprema, si alternano in un racconto pacifico come le campagne della Virginia ma che si fa sempre più incalzante via via che si addentra nella battaglia legale.
Nancy Buirsky quando presenta il suo film ama dire che i Loving ci ricordano che chiunque può cambiare la storia, ma di sicuro quando la politica e i movimenti spingono nella tua stessa direzione la storia si muove più velocemente anche per tutti i Loving del mondo.

*Francesca Conti 




Licenziare significa prima di tutto disciplinare

Le colpe dei potenti hanno tre gradi di giudizio, vanno in prescrizione e si insabbiano, quelle presunte dei subordinati si puniscono, e subito, senza se e senza ma! E voi avete capito cosa sta succedendo?

Sui licenziamenti nel pubblico impiego

“…E dal momento che questo principio è l’ingiustizia, ecco che l’uomo ingiusto diventa, regolarmente, il giusto, e non solo per effetto di un’illusione o di un inganno, ma in quanto è sostenuto dall’onnipotenza della legge che governa la riproduzione della società”

(Adorno Theodor, 1954, [1951], Minima moralia, 1946-47, Einaudi, pag. 221)

Due pesi e due misure

I membri del consiglio di presidenza di Giustizia e Libertà hanno chiesto a fine marzo 2017 le dimissioni della ministra Marianna Madia dopo l’inchiesta del Fatto Quotidiano sulla sua tesi di dottorato: “Il Fatto ha documentato che la tesi di Dottorato del ministro Marianna Madia contiene intere frasi plagiate da opere di altri autori. Comunque si vogliano leggere le percentuali di testo non originale è un fatto molto grave, ed è gravissimo che i grandi giornali italiani non se ne stiano occupando. Perché qui non si tratta di quantità. Si tratta di qualità, si tratta di etica”. Il dottorato è stato conseguito presso IMT di Lucca. Libertà e Giustizia afferma: “Ora, questo comportamento diventa gravissimo quando riguarda chi è ora un ministro della Repubblica. Ed è politicamente insostenibile quando riguarda un ministro che ha proposto una riforma della Pubblica amministrazione che brandisce il vessillo della ‘meritocrazia’ e si propone la caccia si ‘furbetti’. Ora la ministra Marianna Madia ha la possibilità di migliorare davvero la Pubblica Amministrazione. Dimettendosi” (F.Q., “Tesi di Dottorato copiata”, Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2017).

La Ministra tedesca dell’istruzione Annette Schavan aveva plagiato parti della sua tesi di dottorato e il titolo le è stato revocato dall’Università di Dusseldorf dove l’aveva conseguito e la ministra ha presentato subito le dimissioni.

La ministra Madia ha risposto minacciando “valuteranno i giudici i danni che ho subito”. Da fine marzo niente più nuove sul tema. Insabbiato? Timori delle denunce della ministra? Molti articoli parlano di “presunto plagio” sapendo che i potenti quando vengono colpiti attaccano, possono attaccare, hanno i soldi per le cause, a differenza di chi sta in basso. Con il nuovo testo unico sul pubblico impiego, noto come Madia, fra le cause di licenziamento ci sono “le false attestazioni per ottenere posti e promozioni”. Le regole evidentemente sono per i sudditi, non per i re, per questo vanno calpestati.

Non abbiamo letto nulla su questo argomento su Toscana Notizie

Il 15 maggio 2017 su Toscana Notizie appare uno scarno comunicato: “In applicazione di quanto previsto dalle nuove regole in materia di sanzioni disciplinari nella pubblica amministrazione, un dipendente della Regione Toscana è stato licenziato per falsa attestazione in servizio tramite timbratura del cartellino. Il provvedimento è stato preso dall’ufficio disciplina nei giorni scorsi, sulla base della cosiddetta normativa Madia che ha introdotto la procedura abbreviata” (Paolo Ciampi, “Licenziato dipendente”, Toscana Notizie, 15 maggio 2017).

Così apprendiamo che in Italia si possono insabbiare i processi per le stragi di stato, si possono non punire le torture avvenute durante il G8 di Genova 2001 perché non c’è una legge sul reato di tortura, apprendiamo che non è un reato grave che presuppone il licenziamento in tronco la tangente che ruba miliardi ai fondi pubblici, ma lo è l’uso scorretto del cartellino, è ovvio, non si può non punire l’uso scorretto del cartellino! Sarà perché in una società capitalista il tempo è denaro, peccato che lo stipendio del pubblico dipendente, non del raccomandato, ma di quello assunto con concorso, (e non del dirigente che è super-pagato) in Italia sia simile a un sussidio di disoccupazione di altri paesi europei! Visto che un’ora del lavoro del funzionario della Regione Toscana è pagata 10 euro lordi, e noi le tasse le paghiamo per intero, si tratta di ben poca cosa dal punto di vista economico, quando parliamo di una frazione di tempo in meno di lavoro.

Inoltre la pena per l’uso scorretto del cartellino non differenzia una scollamento di pochi minuti da assenze protratte perché queste sottigliezze sono delegate ai giudici che in questo caso possono intervenire solo quando la sanzione è comminata. Ma la punizione è urgentissima?!

Va ricordato che l’assenza dal lavoro senza giustificazione era già, prima di Madia, una delle ragioni di licenziamento nel pubblico impiego. In questo caso invece il licenziamento in tronco senza nessun grado di giudizio, avviene non per assenza dal lavoro, ma per “falsa attestazione in servizio tramite timbratura del cartellino”, che può ridursi ad un mero errore nella timbratura. Licenziamento immediato che come sappiamo non è previsto per reati ben più gravi (mafia e tangenti).

La presunzione di colpevolezza

Ma i giornalisti che scrivono sul tema con tanto odio per i dipendenti pubblici, hanno mai timbrato, da un minimo di quattro a sei volte al giorno o più? Hanno mai riempito gli estenuanti moduli in burocratese che devono giustificare tutti i permessi personali, ma anche il servizio esterno alla sede, la missione, il corso di formazione etc, etc? Sanno che in caso di missione per i dipendenti della Regione Toscana il tempo di viaggio non è considerato tempo di lavoro e quindi si configura come un tempo di lavoro non retribuito? Sanno che va fatta una timbratura e compilato un modulo per ogni piccolo spostamento? La disposizione che va effettuato servizio esterno (cioè lavoro fuori dalla sede di servizio, tipicamente in altra sede della regione ma nella stessa città della propria sede), o missione (fuori dalla propria città di assegnazione) è del dirigente ma il dipendete deve compilare il modulo di richiesta del servizio esterno e inoltrarla allo stesso dirigente, come se chiedesse un permesso personale, poi deve compilare quella dello svolgimento del servizio esterno, o svolgimento della missione, ovviamente dopo e solo se il dirigente ha vidimato il permesso per il servizio esterno o la missione. E sanno che se il dipendente va in missione oltre a chiedere di andare in missione attraverso un modulo, deve pure comprarsi i biglietti e chiedere l’anticipo? No, questo trattamento che presume la colpa non è un trattamento destinato a tutti i lavoratori: probabilmente per i giornalisti viene valutato come lavorano, non ogni singolo spostamento (per esempio l’interruzione del lavoro per cibo, gabinetto, caffè, bottiglietta d’acqua, dopotutto siano esseri umani), ritenuto irrilevante ai fini della loro attività.

Il lavoro dei dipendenti pubblici è sottoposto a molteplici vagli: oltre alla timbratura del cartellino che segna la presenza in servizio, c’è la valutazione degli apporti individuali contenuti nei piani di lavoro ogni sei mesi con tanto di voti (da 0 a 7) sui vari compiti e attività e sui vari comportamenti. Poi ci sono gli strumenti elettronici: telefono e computer. Su ogni computer è installato un software che è in grado di controllare tutto proprio come immaginato dal Orwell, ma ovviamente è a fin di bene, contro i cattivi, ma questo lo credono solo i fessi e i criminali che ritengono che il fascismo sia contro il male, e non il male in sé.

La cosa sconcertante è che la Regione Toscana fa seguire i corsi anti-corruzione obbligatori ai dipendenti che non hanno nessun potere decisionale e non a chi potrebbe essere corrotto, perché prende decisioni discrezionali (compresi i politici esentati ovviamente da questi corsi che sono uno scarica barile a cui non crede nessuno). Ma siamo in un paese che non ha fatto i conti con il fascismo e se ne sente ancora il peso.

Sui giornali che parlano del licenziamento nessuno ha usato la formula “presunto uso scorretto del cartellino”. Sintomo che non temono cause contro di loro. I subordinati non fanno paura, si presume che non siano in grado di difendersi. E in un paese che ha fatto dell’ingiustizia la sua bandiera purtroppo questo è in parte vero. Ma la storia ci insegna che una strada c’è.

Punire in basso a casaccio per salvaguardare i veri colpevoli del dissesto del paese

Tutti in regione sanno che l’obbligo ad un orario di lavoro giornaliero predefinito ce l’hanno solo i dipendenti e non i dirigenti (e questo è vero in tutta Italia in base al CCNL per il personale con qualifica dirigenziale del comparto regione- autonomie locali del 10/4/1996). Quindi lo stesso comportamento del dipendente licenziato se adottato da un direttore o un dirigente non avrebbe comportato il licenziamento. Il CCNL citato infatti non prevede riferimenti all’entità del debito orario giornaliero del dirigente, né tanto meno esiste un orario predefinito, quindi risultano prive di rilievo le assenze orarie. I contratti sono differenti, ma siccome non sono una legge di natura, né una legge divina, ma una legge elaborata dai parlamenti e dai governi, il responsabile di questa iniqua differenza è presto trovato. E quindi? Due pesi e due misure, e questo è il nocciolo sella questione. I direttori sono scelti dal presidente della regione e quindi automaticamente leali al politico in modo diretto, non mediato dalle leggi, come dovrebbe essere; i dirigenti sono scelti dai direttori che sono scelti dalla politica; le posizioni organizzative sono scelte dai direttori. Restava fuori dalla cooptazione il funzionario che poteva appunto applicare la legge e applicare la ragione tecnica e non rispondere direttamente all’ordine del politico. Ora, facendo capire ai dipendenti che la discrezionalità è massima e prima o poi tutti possono incorrere in un piccolo errore, con gravi conseguenze, il pubblico dipendente verrà disciplinato. Anche quello che aveva deciso di accettare di non fare carriera per non asservirsi alle richieste del potere, non mediato appunto dalla legge. Ecco lo scopo della campagna contro i dipendenti pubblici: disciplinare, ma non per servire meglio la collettività, ma per servire meglio le élite al potere, senza discussioni e anche al di fuori della legge, ma legalmente, è ovvio. Tutto quello che fa l’élite al potere è legale per definizione. E quello che è fuori per una svista, presto va in prescrizione o diventa legge. Ma attenti a chi non timbra correttamente il cartellino! Che criminali! Mi rubano preziosi centesimi!

Il valore dell’autonomia: per sostenere il bene comune

Se guardiamo in prospettiva il diritto del lavoro vediamo lontano lontano, un periodo di grande forza negli anni Settanta che poi è stato smontato pezzo per pezzo con accuratezza certosina. Qui siamo all’ultimo stadio: limitandoci al discorso sul pubblico impiego, ormai quasi tutto quanto il dipendente pubblico può ottenere in termini di miglioramento economico e di qualità del lavoro, come la soddisfazione nel lavoro, dipende dalla discrezionalità del direttore e del dirigente. Questo esclude un punto focale per la qualità del lavoro nel pubblico impiego: il dover rendere conto alla collettività e non al singolo dirigente con incarico politico e quindi di parte. Il pubblico dipendente dovrebbe rispondere all’interesse collettivo (della maggioranza, delle classi subalterne) e non ai politici al potere, i cui ordini dovrebbero essere mediati dalle leggi, uguali per tutti, almeno fino a quando le leggi non cambiano. Ricordiamo che l’obbligo del concorso pubblico nel pubblico impiego e quindi il diniego della cooptazione dei funzionari pubblici da parte dei politici, nella nostra costituzione repubblicana era dovuto all’obiettivo di evitare rapporti funzionario-politico troppo stretti che avrebbero potuto portare ad asservimenti illeciti, alla corruzione e agli scandali che hanno caratterizzato la storia italiana dalla nascita dello stato.

Lo scopo della punizione esemplare per l’uso improprio del cartellino è semplice: disciplinare i dipendenti pubblici, obbligarli ad applicare senza farsi domande gli ordini impartiti, il comando è comando. Rompere le ultime riluttanze a vedersi come ruote di un ingranaggio e non come persone tutte intere che vogliono far funzionare bene un ente pubblico perché ha effetti sulla vita di tutti noi, compresi i lavoratori. Non si guarda alla qualità del lavoro perché questo metterebbe in crisi tutte le bande di raccomandati incapaci di scrivere una frase che stia in piedi. E mostrerebbe che la qualità dei servizi e delle normative offerte dalla pubblica amministrazione dipendono dall’organizzazione del lavoro ordinata dal datore di lavoro (direttori e dirigenti) e non dalla buona volontà dei singoli che si scontra contro i muri del “non disturbare il manovratore, sa lui cosa è meglio per tutti”, detto in altri termini, come ci ricordano sempre nel corso delle trattative sindacali, l’organizzazione del lavoro è competenza del datore di lavoro, è sotto gli occhi di tutti con quali conseguenze.

Il vero scopo: disciplinare mentre noi vogliamo salvaguardare e riprodurre i beni comuni

Il fatto di non timbrare correttamente può comprendere casi così diversi, che trattarli tutti come se fossero uguali è davvero ingiusto. D’altra parte i tre gradi di giudizio dovrebbero servire proprio a discernere i casi in cui non è come sembra. In cui si deve usare il “presunto” non per paura di cause ma per il rispetto dell’altro. Invece questo è uno dei casi in cui non c’è discussione. In caso di licenziamento in tronco non c’è nessun grado di giudizio, altroché tre. Ma lo stesso non avviene in Italia per le tesi di dottorato copiate: nessun automatismo, deciderà il giudice, chissà quando.

Le leggi le fanno i governi e i parlamenti e il fatto che la tangente in flagrante non provochi il licenziamento in tronco, mentre l’uso scorretto del cartellino lo provoca, dovrebbe far pensare e far capire a cosa serve questa regola.

Serve a spaventare i pubblici dipendenti, a disciplinare i dipendenti pubblici ma non con lo scopo di farli lavorare di più e meglio (e d’altra parte chi ha mai ottenuto qualcosa di buono attraverso la violenza della classe dirigente?), ma con lo scopo di impedire la loro autonomia (slegata da lobby politiche) nel condurre il lavoro per la collettività. Significa che il pubblico dipendente potrà contrastare con difficoltà l’uso improprio delle leggi, la cui interpretazione troppo facilmente cambia a seconda del potere sociale ed economico (e quindi, in un sistema che fa dell’ingiustizia la sua bandiera, politico) di chi fa l’istanza, a scapito dell’uguaglianza di fronte alla legge; potrà difficilmente opporsi nel caso di scelte inspiegabili dal punti di vista tecnico perché motivate da tangenti. Gli si toglie la possibilità di difendere il bene comune. Solo un dipendente pubblico rispettato e non dichiarato colpevole per definizione (addirittura furbetto, fino a prova contraria), può essere il rappresentante dell’interesse pubblico (dei più deboli, dove essere deboli è un pregio visto che la forza è basata sulla cieca violenza e sulla sopraffazione e non certo sulla giustizia) e non dell’interesse di chi è protetto da lobby politiche.

Fa così fragore, la storia del cartellino timbrato in modo scorretto, perché le classi al potere sono riuscite a indirizzare il disprezzo mediatico sul dipendente pubblico invece che sui politici responsabili delle scelte socialmente ingiuste, degli accordi con la mafia, con la criminalità e con le imprese più corrotte. Sono riuscite ad indirizzare la colpa delle loro ruberie sul dipendente pubblico, che si presume colpevole, invece che su chi offre finanziamenti pubblici in cambio di tangenti a spese di tutti quelli che, come i lavoratori dipendenti e i pensionati, pagano le tasse per intero: come se i servizi pubblici non fossero al collasso perché le assunzioni sono bloccate insieme al turn over, perché i finanziamenti vanno alle opere inutili e dannose come la TAV o come gli inceneritori, invece che ai settori pubblici sociali, come sanità, istruzione, università, cultura, biblioteche, musei, cura anziani, cura del territorio; perché i servizi vengono privatizzati con la promessa che il privato funzionerà meglio mentre farà pagare di più il servizio, escluderà chi non può pagare e pagherà di meno i dipendenti usando le leggi che glielo permettono (pagare meno i dipendenti nella vulgata italiana non è da furbetti, è da furbi). Per la stampa non è furbetto chi non paga le tasse; chi usa le leggi infami come il jobs act per pagare meno i dipendenti e far accettare loro condizioni inumane, come un pagamento non congruo del loro tempo di lavoro, che è sottrazione di tempo di vita. Un’accusa quella del furbetto del cartellino, che sposta l’attenzione dai fatti.

Il lavoratore pubblico che fa danno è chi non usa il cervello per migliorare le politiche per la collettività ma per favorire le classi dirigenti. Abbiamo bisogno di lavoratori pubblici che non accettano supinamente gli ordini e promuovono il bene comune e lottano per produrlo e riprodurlo, e per farlo devono essere persone libere, non asservite e ridotte a servi sbeffeggiati.

È davvero l’ora di svegliarsi. Su la testa!

“Ogni forma di morale si è costituita sul modello dell’immoralità e l’ha riprodotta, fino ad oggi, ad ogni stadio dello sviluppo. Non c’è che dire. La morale degli schiavi è veramente cattiva, poiché è pur sempre la morale dei signori” (Adorno Theodor, 1954, [1951], Minima moralia, 1946-47, Einaudi, pag. 222).

*Marvi Maggio




La stazione di Santa Maria Novella a Firenze: ieri e oggi

Nell’agosto del 1932 fu bandito il concorso per il nuovo Fabbricato Viaggiatori della stazione di Firenze, di cui risultò vincitore il Gruppo Toscano composto dagli architetti: Nello Baroni, Pier Niccolò Berardi, Italo Gamberini, Sarre Guarnieri, Leonardo Lusanna e dal prof. Arch. Giovanni Michelucci, tutti, escluso Berardi, allievi neolaureati del professore, capogruppo.

Nel settembre del ’33 si cominciò la demolizione del vecchio fabbricato per far posto al nuovo. Il corpo del nuovo Fabbricato Viaggiatori venne arretrato rispetto all’abside della chiesa e via Nazionale, in seguito alle demolizioni di via Valfonda, fu allargata nell’immissione sulla piazza per consentirne la vista diagonale che evidenzia la plasticità rigorosa e potente dei due fronti, esaltata quasi impercettibilmente dalla maggior quota del FV rispetto allo spazio circostante.

“L’edificio costituisce il fondale della piazza e volumetricamente crea un giusto equilibrio di masse. Il suo movimento orizzontale valorizza il movimento verticale di S. Maria Novella. E’ stato evitato ogni asse di falsa simmetria essendo tutta la piazza asimmetrica. L’edificio è in pietra forte la sua altezza è di 15 metri. La caratteristica del ‘muraglione’ è tipicamente fiorentina.” A questo essenziale rapporto di Michelucci vale la pena aggiungere le considerazioni degli altri progettisti, “bravi, geniali, talentuosi,” riunitisi per discutere l’articolo uscito su L’illustrazione Italiana, dopo l’inaugurazione avvenuta il 30 ottobre 1935.

L’architetto Giovane (Gamberini) afferma che il corretto verso di lettura di questo FV è quello dall’ingresso monumentale (peristilio e salone della biglietteria), alla galleria di testa, alle pensiline, (definite da R. Papini -il Critico- una grande sala ipostila). Con ciò sostenendo la sua appartenenza alla città e non un “prolungamento del paesaggio ferroviario” (Michelucci).

Il secondo architetto giovane (Baroni, forse il più talentuoso) ricorda agli altri che la copertura della galleria di testa e la continuazione nella pensilina delle partenze, il salone delle biglietterie, sono di bellezza senza pari nel panorama dell’edilizia ferroviaria italiana e straniera. Il terzo (Lusanna) accenna che la struttura di c.a. è coerente, quella metallica ardita, l’apparato lapideo durevole. Il quarto (Berardi) che gli oggetti di design, gli arredi, le decorazioni sono congruenti con l’estetica dell’architettura.

Molto si potrebbe ancora indugiare sulla bellezza dei particolari; dagli infissi in bronzo, ai beverelli sotto le pensiline, ai pezzi unici degli arredi in legni e metalli accuratamente scelti, alla partitura lapidea quasi un’antologia delle pietre d’Italia. E sulla bellezza d’insieme; dalla “cascata di vetro” posta sulla sezione aurea dell’intero fronte principale, agli interni: l’atrio dove“Vien voglia di non partire” come scriverà Papini, la galleria di testa come un passage urbano, condensatore di esperienze di viaggio. L’uscita ovest sulla scalinata dove si innesta il fronte “espressionista” dell’edificio postale, vero pezzo di bravura progettato in corso d’opera dai soli architetti giovani. Al Capogruppo toccherà invece la progettazione più conforme allo ‘stile nazionale’ della Palazzina Reale sul lato di via Valfonda con Berardi, che si occuperà degli arredi.

Un’opera irripetibile questa stazione fiorentina, lo si vede nelle successive “imitazioni” (Roma, Venezia) che alle concatenazioni del linguaggio architettonico moderno unisce la sorprendente misura e qualità dello spazio interno. Mentre all’esterno lo sviluppo lineare delle facciate e quello curvilineo, plastico, dell’ edificio delle poste che si estende alla curva della scalinata in crescendo, mette in tensione ogni settore della piazza e si risolve in dinamico bilanciamento di tutte le parti. Non solo il famoso rivestimento in pietraforte, ma anche nel movimento impresso allo spazio trapezoidale della piazza sta il vero legame con l’antica abside basilicale. Una configurazione che pur in scala maggiore, ha una forte analogia con la piazza medievale della rinascita della città.

LA STAZIONE OGGI
La torsione mercantilistica e commerciale impressa alle Stazioni ferroviarie negli ultimi anni non ha risparmiato questa fiorentina che appartiene alla città come le chiese e palazzi pubblici della sua lunga e celebrata storia. E se si può apprezzare il mantenimento delle scritte a carattere gigante in ottone sopra le vetrate delle sale di aspetto, un tempo divise in tre classi poi ridotte a due, non altrettanto l’occupazione di quelle splendide sale da parte dei due Vip clubs dell’Alta Velocità.

Una trasformazione molto significativa della polarizzazione sociale in atto. Mentre il pubblico ordinario è stato scaraventato in poche sedie da aeroporto nei venticelli gelidi dell’ Atrio delle biglietterie, maestoso come una porta di città, a ricordarci le foto d’epoca di ormai lontane migrazioni. Un richiamo al nostro presente-futuro e forse una inquietante premonizione.

Nota : L’intricata vicenda che accompagna il concorso per il progetto e i lavori della nuova Stazione di S.M.N. a Firenze è stata restituita con efficacia nel libro di Vittorio Savi , De Auctore, EDIFIR , Firenze, 1985, da cui sono tratte le notizie storiche e le citazioni.

*Roberto Budini Gattai




Ex bar dell’Annona a Pistoia: un nuovo spazio autogestito contro l’abbandono dei beni comuni e degli spazi sociali

Da quattro anni ormai, l’amministrazione comunale promette, anche pubblicamente, di dotare la città di uno spazio sociale in cui far crescere la cultura dell’autogestione e dell’autorecupero.

Dopo essere stati sloggiati dallo stabile occupato nell’area ex Breda, ancora irrisolta e ridotta a un cumulo di macerie, e dopo le prime promesse, abbiamo dovuto anche subire la lunga attesa dell’approvazione di un Regolamento comunale che, a detta dello stesso sindaco Bertinelli, avrebbe dovuto essere la risposta politica di questa amministrazione a quanti da anni hanno posto il problema dell’abbandono dei beni di proprietà del Comune e del loro recupero ed utilizzo da parte della cittadinanza.

Su questa base è iniziata un’estenuante e inconcludente trattativa con l’amministrazione per individuare e recuperare un immobile di proprietà del Comune da poter utilizzare per fini sociali.

Regolamento della partecipazione attiva e per la collaborazione dei cittadini alla cura dei beni comuni” è l’altisonante nome dato ad un fallimento annunciato: il maldestro tentativo di dotare la città di uno strumento normativo sulla partecipazione attiva si è arenato sulla prima secca incontrata: vizi di forma e dirigenti ostili a firmare i patti di collaborazione e chissà quanto altro, hanno palesemente evidenziato l’incapacità di questa amministrazione di dare seguito all’impegno che avevano preso con il nostro Collettivo.

In una città ricca in patrimonio immobiliare pubblico abbandonato, questo è inaccettabile.
Lasciar marcire quello che è stato pagato dai cittadini non può essere più tollerato da chi ha a cuore i beni comuni. Abbiamo quindi deciso di reagire.

Ormai sono anni che l’area dell’ex Annona (dove si svolge il Mercato ortofrutticolo) è lasciata all’incuria e all’abbandono e i segni del tempo sono già visibili su alcune strutture.

Riteniamo inaccettabile che uno spazio pubblico in cui potrebbero trovare casa le decine di Associazioni e Gruppi di cittadini in attesa da anni di una sede o di un luogo dove svolgere le proprie attività, venga lasciato a se stesso, in attesa che il tempo e vandali lo rendano inutilizzabile.

Dopo quattro anni di promesse non mantenute di assegnazione di uno spazio, abbiamo deciso di costituire un Presidio permanente all’interno dei locali dell’ex bar annonario.

Vogliamo restituire alla cittadinanza un luogo di incontro e di scambio tra i cittadini, un luogo dove costruire nuova coscienza attraverso l’autogestione e l’autorecupero, uno spazio aperto alle molteplici vertenze che animano il territorio.

Pensiamo che l’amministrazione debba riconoscere il nostro presidio, le motivazioni sociali che ne sono alla base e ci assegni lo spazio oggetto della trattativa con il nostro Collettivo.
La nostra pazienza ha un limite!

*Collettivo Slebest – ex Macello




La solitudine dei numeri rossi

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia 

E.Montale

 

La matematica, si sa, è ostica, per questo ci si aiuta con la magia: formulette che permettono di impararla e tavole in cui raccapezzarsi se non si è spediti nel calcolo a mente. Ci si accorge così che i numeri non sono tutti uguali, ci sono i naturali, i primi, gli interi, i dispari e gli immaginari….

I rossi no, non ci sono più.
In una qualunque strada cittadina, contate i rossi. Quanti ne avete trovati, cinquanta? State certi che ripassando il giorno dopo ne troverete trentacinque e una settimana dopo solo sette, soli soletti. 

Che fine hanno fatto gli altri?Se li è mangiati il mercato immobiliare. Come? Con una semplice sottrazione. L’operazione si può ripetere un numero infinito di volte: la mattina, alle otto meno cinque, passa il muratore, scarica il materiale, si fa aprire e comincia il lavoro che consiste nell’erigere un muro di foratini dove prima c’era un negozio. Poi stende l’intonaco, una mano di vernice a rullo ed è fatta, il rosso scompare! Del negozio non c’è più traccia, al suo posto si intravede un “basso” in cui si stringono alcuni esseri umani costretti a vivere in una conigliera.

Un tempo questa operazione era vietata e sanzionata, ma da qualche tempo il comune la autorizza senza pensarci due volte. Male! Andrebbe sempre fatta la riprova.
Provate voi a dormire in una stanza al livello della strada, con una porta-finestra simile in tutto ai box dei cavalli. Se avete il sonno leggero, sarete svegliati dal traffico: provate allora a contare i letti che ingombrano la vostra camera, quanti sono? Due, tre, sei? Inalate l’aria dell’abitacolo, sa di mirto o di bestiame?

Abbiamo appena detto che adesso tutto questo è diventato legale, ma è giusto?
Ed è giusto che il piano terra dei palazzi, invece di essere aperto a chi passa, sia sottratto alla città da una muraglia di foratini?
Mettetevi nei panni di chi percorre un muro uniforme e spoglio, interrotto soltanto da finestre chiuse, senza poter sostare in un negozio, senza potersi fermare a comprare, curiosare, chiedere.

Dicevano gli indiani che si può capire una persona solo dopo aver camminato a lungo nei suoi mocassini. In una strada blindata dai “bassi” senza nessun esercizio che offra ombra, ristoro e stimolo, quelle scarpe si consumeranno presto.

 

 * Massimo De Micco




Accoglienza, tutta in divenire

Non è un caso che a Firenze la presentazione del Dossier “Accoglienza. La propaganda e le proteste del rifiuto, le scelte istituzionali sbagliate” da parte di Grazia Naletto, Presidentessa dell’Associazione Lunaria si sia tenuta presso la Biblioteca Torregiani di Via Palazzuolo, luogo attraversato da tante storie di accoglienza dal basso. Lunaria si occupa di diritti di cittadinanza, inclusione sociale e dialogo interculturale, temi di fondamentale importanza per il concetto stesso di democrazia. Il Dossier ha la preziosa funzione di monitorare 210 episodi di “rifiuto” in forma di propaganda, iniziative pubbliche, raccolte firme, barricate fino ad azioni violente  avvenute in Italia nell’arco del 2016, con maggior ricorrenza in centri piccoli e nel Centro – Nord, ma con una crescita preoccupante in Toscana ed Emilia Romagna. 

Un intero anno di avvenimenti gravi che, letti nel loro insieme, ci danno una chiave di lettura applicabile su tutto il territorio nazionale e la cui caratteristica è la continua e fitta collaborazione tra attori “tradizionali” quali Forza Nuova e Casapound (a cui sono riconducibili 42 delle 79 azioni documentate) a “nuovi” Comitati di cittadini e Comitati per il NO, nati spesso sulla base di notizie, nella maggior parte dei casi infondate, della nuova apertura di Centri di accoglienza o dell’arrivo di migranti in zone considerate come “territorio loro”. Dal tam tam sui social si avviano poi presidi, raccolte firme, fino a minacciare barricate che danno vita a proteste “preventive”. La soggettività dei Comitati è varia ma spesso i promotori sono persone che non hanno alle spalle una tradizione politica ma vengono incitati e contattati da soggettività di destra. Un contatto, spesso via social, che mira ad “unire piazze lontane a paure vicine” in una declinazione territoriale del dibattito pubblico nazionale. 

Gli argomenti più comuni delle proteste sono: i costi dell’accoglienza, la fantomatica invasione di profughi e una logica binaria del noi/voi che prende forma in una pericolosa concorrenza nel mondo del lavoro, specialmente in zone in cui esso è poco o assente. Fra i protagonisti delle proteste anche genitori, soprattutto mamme che si attivano per tutelare “i nostri figli” come testimoniano i fatti di Ventimiglia, un fenomeno in crescita che desta non poca preoccupazione.

Oltre ai social, anche la televisione ha un ruolo centrale nella costruzione della “società della paura” con un incremento dei programmi che si occupano di temi legati all’accoglienza, seppur raccontandone solo le lacune. Bersaglio di queste proteste di piazza, lo Stato ed i vari Ministri susseguitisi, colpevoli di aver accolto troppi migranti e di non aver dato una ferma risposte alle paure dei cittadini. Paure che invece hanno leggittimato Governi ed Istituzioni ad unire temi come accoglienza e sicurezza, limitando a tutti gli effetti i diritti degli stranieri e aumentando i poteri dei Sindaci in materia di sicurezza con una grave criminalizzazione dei cittadini stranieri a cui invece andrebbe rivolta maggior solidarietà sociale.

Quello che inoltre testimonia il Dossier è la totale mancanza di scelte strategiche e di visioni realistiche e sostenibili per un progetto d’accoglienza che non sia solo di tipo emergenziale ma che potrebbe trovare nel cambiamento del Trattato di Dublino e nell’apertura di corridori umanitari due buoni punti di partenza. Criticità viene espressa invece per il nuovo decreto Minniti-Orlando in quanto continuazione delle politiche migratorie adottate tra il 2005 e il 2012 e basate su concetti di respingimento, espulsione  e rimpatri con ulteriori perdite di diritti, come quello di appello, e l’inserimento del concetto, poco chiaro, di lavoro non pagato in forma volontaria. Lunaria offre come argomento contro la crescita del razzismo testimoniato dal Dossier, un ampliamento del sistema di accoglienza ordinario gestito dai Comuni con la collaborazione di tutti gli attori istituzionali e soprattutto un impegno istituzionale più diretto contro i discorsi di odio.

I recenti attacchi fascisti al Festival del Mediterraneo di Prato e le scritte razziste documentate di recente in Via Palazzuolo e in Piazza Tasso testimoniano quanto descritto nel Dossier, episodi apparentemente locali ma che inseriti in un contesto nazionale preoccupante necessitano di una pratica antirazzista da portare avanti quotidianamente. Il Dossier si può leggere interamente sul sito dell’Associazione: http://www.lunaria.org/2017/03/23/dossier-lunaria-accoglienza-la-propaganda-e-le-proteste-del-rifiuto/

*Elena Pontil




Sgrana & (Tra)Balla 2017 Tre giorni di Musica Popolare 25/26/27 Maggio 2017

Anche quest’anno per l’ultimo fine settimana di Maggio torna lo “Sgrana e (Tra)Balla”, al Centro Popolare Autogestito Firenze Sud.

La musica popolare sarà la protagonista della tre giorni, ma anche, come ogni anno, la voglia di stare insieme in uno spazio liberato dalle logiche del mercato e del profitto, di condividere la festa della musica, le tavolate, i balli e i bicchieri levati.

In una città sempre più indirizzata verso la vendita di se stessa, in cui tutto sembra contare solo in funzione dei meccanismi economici per l’accumulazione e lo sfruttamento, si tratti di svendere il patrimonio pubblico o di favorire l’ormai dilagante industria del lusso, in cui la vita dei cittadini è ridotta a fattore subordinato, e le relazioni sociali e la cultura sono declinati esclusivamente in funzione delle potenziali rendite che possono produrre, gli spazi di resistenza sono doppiamente preziosi. Perchè, come nel caso di Sgrana e (Tra)Balla, danno voce a proposte di qualità escluse dai circuiti mainstream, e perchè dimostrano che c’è una città diversa, che non accetta le logiche dominanti, e si autorganizza per una realtà altra.

Fra una grigliata e un brindisi, i protagonisti saranno i gruppi provenienti da tutta Italia e non solo, dalle fiorentine  Musiquorum ai bretoni Digresk, dai Kalamu che ogni anno vengono dalla Calabria ai cretesi Kritiki Musiki, agli occitani Lou Tapage, e molti altri.

Ci sarà, come ogni anno, da divertirsi!

https://www.facebook.com/events/1254838677931120/permalink/1351860881562232/




Urbanistica: riqualificazione fa rima con compensazione, ma anche con speculazione?

Sono oltre 40 le “aree di trasformazione” che il sindaco Nardella vuole approvare in questi 5 anni di mandato. Nella relazione sui suoi primi 1000 giorni durante il Consiglio Comunale del 15 maggio Nardella ha detto con orgoglio: “governiamo la più grande trasformazione della città degli ultimi 150 anni in termini di riqualificazione e grandi infrastrutture”.
 
E si riferiva non solo alla TAV e alle tramvie, ma anche agli interventi urbanistici strategici già approvati e quelli futuri. E’ la concretizzazione dell’idea dei “volumi zero”, di renziana memoria e “rubata”, mistificandola, all’allora opposizione dezordiana. Ma secondo il sindaco è “riqualificazione urbanistica e immobiliare senza cedere alle speculazioni”, perché  è un “mix di funzioni” (sic). Ed è lo sviluppo del concetto della “compensazione” e monetizzazione degli impatti delle opere, che ricorda i tempi della TAV del Mugello con le compensazioni ai Comuni e quelli attuali della TAV di Firenze con i 76 milioni di trasferimenti da RFI al Comune, di cui quasi 28 ml già incassati dal 2013, anche senza l’avvio del cantiere di Campo di Marte.
 
La riqualificazione urbanistica prevede le “compensazioni” tramite le convenzioni consentite con il Regolamento Urbanistico per “gli impatti generati dall’incremento/modifica del carico urbanistico generato dalla trasformazione” della singola area: è l’art. 16, comma 2 punto 4 delle Norme Tecniche di Attuazione, sulla cui legittimità può sorgere il dubbio.
In Consiglio il sindaco ha accennato a 13 interventi già “convenzionati”, poi altri 19 in via di convenzione e ancora altri 13 già “attenzionati”.  Infatti dall’approvazione il 2 aprile 2015 del Regolamento Urbanistico sono già passate dal Consiglio Comunale “riqualificazioni” come il campus della olandese Student Hotel nel palazzo delle ex Ferrovie di viale Belfiore (il “Palazzo del Sonno”), il negozio della Apple nella ex BNL di piazza della Repubblica e l’altra ex BNL di via Cerretani, il Campeggio di Rovezzano, la Metro nell’ex deposito Lazzi di via Mercadante, l’ex Enel Campofiore, l’ex magazzino già affittato al Comune in via Erbosa 89, i complessi immobiliari Inarcassa ex Inpdap in Viale Matteotti 15 ed ex Inps in via Foggini 2, quelli in via della Piazzuola 4,e in via dell’Erta Canina 26/a. Con le convenzioni l’amministrazione monetizza gli impatti delle opere tramite “la realizzazione di opere e attrezzature pubbliche, oppure di servizi di manutenzione urbana straordinaria…o in un corrispettivo economico sulla base della stima fornita dal Comune”.
 
Ad esempio per l’impatto del campus al Palazzo del Sonno (con investimento di 40.milioni di Student Hotel, che starebbe acquistando anche l’area di Belfiore) sono stati stabiliti oltre 2 milioni di euro in opere, come il rifacimento di piazza della Vittoria e della Costituzione (più marciapiedi e piste ciclabili), mentre per il negozio Apple in piazza della Repubblica il Comune ha incassato direttamente 986 mila euro. Ma la maggiore compensazione potrebbe avvenire nel prossimo futuro con l’area ex Officine Grandi Riparazioni e la dismissione dei binari ferroviari della Leopolda trasformati in linea tramviaria 4 con meno vincoli edilizi: i giornali hanno indicato in oltre 30 milioni di euro il possibile incasso dalla vendita dell’area da parte di RFI e con il successivo piano di recupero sarebbero previsti 14 milioni di euro nelle casse comunali.
 
Continueremo ad opporci in Consiglio Comunale a queste presunte riqualificazioni, nonostante il PD abbia i numeri per approvare gli atti e nonostante la discussione, anche da parte dei gruppi di opposizione, sia limitata al merito delle compensazioni. Criticare i progetti significa farsi definire contrari allo sviluppo della città a “volumi zero” e agli investimenti che generano posti di lavoro.
 
Un’ultima considerazione, ispirata da Paolo Maddalena: in questo modo di amministrare è radicato il concetto che il proprietario è assoluto padrone dei suoi beni, non tenendo conto del fatto che il fenomeno dell’edificazione produce effetti non solo sui beni in proprietà del privato, ma anche sui beni che sono in proprietà collettiva , come il paesaggio, che, essendo un aspetto del territorio, è in proprietà collettiva del popolo, a titolo di sovranità.
 
*Miriam Amato, Maurizio Da Re



Santificare le feste o del diritto al “lusso”

Spesso si dà una visione della festa come sovvertimento delle regole del quotidiano, come mondo alla rovescia. Questo aspetto, seppur abbia un suo fondamento, ci dà una visione della festa come momento ricalcato sulla quotidianità, come tempo di non lavoro, attribuendo così alla festa una dimensione pensata in negativo. 

Come ben sottolinea Agamben c’è invece un taglio interpretativo che legge l’inoperosità – intesa non come inerzia totale, ma come sospensione dal lavoro – come momento che accoglie degnamente l’invito alla santificazione della festa stessa. La festa è allora il luogo della sospensione dei bisogni, il dove e il quando, nei quali il lato utilitaristico di una visione del mondo legata spesso a questioni di mera sopravvivenza, può non essere presa in considerazione. «Nelle Questioni conviviali, Plutarco racconta di aver assistito a Cheronea a una festa chiamata “espulsione della bulimia”. (…) Si caccia di casa a colpi di verga di agnocasto uno dei servi, gridando: “Fuori la bulimia, dentro la ricchezza e salute”. Boulimos, in greco, significa “fame da bue”». [1] Nella festa della “espulsione della bulimia” si scaccia dunque “la fame da lupi”, non per godersi una sazietà ritrovata, ma per imbastire un banchetto che celebri il cibarsi finalmente scollegato dalla fame, dal bisogno cioè di nutrirsi. Ci si muove cioè in un terreno che è oltre il nutrirsi, nella sua parte ludica, quella connessa con il puro piacere. Similmente ecco che la festa chiama allora la danza che infatti non è altro che la possibilità di muoversi del corpo in modo e in

WGL5326 Garden of the Hesperides, 1891-92 (oil on canvas) by Leighton, Frederic (1830-96); diam: 169 cm; © Lady Lever Art Gallery, National Museums Liverpool.

termini per un verso inutili, per l’altro invece, appunto in un modo che susciti il piacere, come un’ostentazione del lusso che le articolazioni del corpo finalmente si concedono. Danza che segue e si accompagna ad un altro eccesso, la musica e il canto che costituiscono anch’essi quell’elemento lussuoso che esalta la voce oltre e prima la semplice significazione. Al di là del suo lato semantico c’è infatti una voce che evoca, celebra, chiama, a volte semplicemente si rivela, coglie la possibilità di un mettersi a disposizione; una voce ansiosa, paurosa, gioiosa, vogliosa, amorosa. 

La festa, questo tipo di festa, esprime una possibilità della messa in atto di questa inoperosità, ma c’è anche un ulteriore modo di fare festa: quello di un’inoperosità attiva che coincide con una neghittosità indolente, che non è non fare, ma è semplicemente non fare quello che si dovrebbe fare. Che è anche un lasciarsi andare, distendersi e non erigersi, come un largo, caldo e smussato modo di rendersi disponibile. Una indolenza accogliente, una indolenza nel senso che non si cura di ciò che sarebbe dovuto, che neglige, nega gli obblighi, una indolenza che fa altro. Un «ozio – che non è affatto il non fare nulla, ma piuttosto il fare una quantità di cose non riconosciute dai dogmatici regolamenti della classe dominante – […]»[2] diceva l’autore dello Strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Tutto questo gioca e si determina in opposizione o in appoggio a una visione che è antica, così per Rousseau, la festa dei “selvaggi” è, da una parte – rifiuto del lavoro come obbligo forzoso, rifiuto del lavoro imposto dalla avidità – dall’altra

[…] è la pausa che scandisce le fasi del lavoro non corruttore, necessario e tale da sviluppare le potenzialità umane, ed è la pausa che consente (o anzi è) l’accesso alla riserva di energia latente, implicita nello stato di pacifica gioia e di liberazione ciclica dal condizionamento del dover essere[3]

Max Ernst with rocking horse, Paris, 1938 – © 2013, ProLitteris, Zurich – Photo: Max Ernst Museum Brühl des LVR, Stiftung Max Ernst

Nel contesto attuale, postfordista e neoliberista, la centralità del lavoro si è fatta meno chiara, sfuma e si allarga sino a comprendere “l’altro dal lavoro”; lavoro e tempo libero, lavoro e gioco sembrerebbero ormai catturati all’interno del modo di produzione neoliberista.

Questo presuppone uno spostamento che è, adesso, il bisogno cardinale delle lotte contro il neoliberismo: rovesciare una volta per tutte l’equivoco che mette il lavoro al centro dell’attenzione, che vede il tema della libertà del lavoro a fare ormai da freno all’esigenza di spostarsi invece verso il tema della liberazione dal lavoro. Spostamento e cattura che fanno si che anche l’ozio stesso venga monopolizzato dal capitale, che il tempo libero come tempo per lo sviluppo dell’individuo, contribuisca alla produzione del capitale fisso. L’ozio andrebbe cioè ad aumentare il capitale umano. Concetto che invece andrebbe rovesciato. Quindi per riappropriarci veramente della libertà occorre pensare che il tempo libero provenendo dall’Altro dal lavoro non dovrebbe essere più una forza produttiva e non dovrebbe lasciarsi trasformare in forza lavoro. 

Per fare questo occorre mettere in atto alcune strategie: «Il nostro futuro dipenderà dalla nostra capacità di fare uso dell’inutilizzabile, al di là della produzione». «L’uomo è una creatura del lusso» Dice Byung-Chul Han. «Nel suo significato originario la parola “lusso” non indica una pratica consumistica: è piuttosto una forma di vita libera dalla necessità».[4] Oggi il lusso è monopolizzato dal consumo, occorre invece riuscire a pensarlo, come anche il gioco, oltre il lavoro, oltre quindi ogni forma di consumo. Luogo dell’espletamento del desiderio al di là del bisogno, «il gioco rende possibile un uso delle cose completamente diverso, le libera dalla teologia e dalla teleologia del capitale»[5] aggiunge Han, riuscendo a mettere in campo un potenziale emancipativo che ben risponde all’attacco del capitale neoliberista e che riesce a sfuggire alla cattura dal processo di produzione che caratterizza la fase post fordista del capitale. È un’interpretazione del gioco che lo coglie nella sua capacità di profanazione. Profanazione, secondo Agamben, significa restituire al libero utilizzo, all’uso umano, quelle cose che appartenevano alla divinità. La profanazione diviene quindi una prassi della libertà che ci libera dalla trascendenza, da ogni forma di soggettivazione». La profanazione apre una possibilità, «uno spazio di gioco dell’immanenza»[6] Se essere dell’ordine del religioso è appannaggio di tutte quelle cose che abbisognano di un’attenzione quale quella che equivale ad una rilettura (dal latino relegere), allora un atteggiamento non curante tipico del gioco, ne provocherà la profanazione, la restituzione cioè all’uso profano, la sottrazione quindi alla trascendenza del capitale (alla sua capacità di cattura).

Messa in gioco che liberi energie che contrastino anche l’altro apparato di condizionamento e assoggettamento: il senso di colpa connesso al debito. Ma quello o questo è un altro discorso ancora…


[1] Giorgio Agamben, Una fame da bue. Considerazioni sul sabato, la festa e l’inoperosità. In: Idem, Nudità, Nottetempo, Roma 2009.

[2] Robert Louis Stevenson, Elogio dell’ozio, Stampa Alternativa, Roma 2005, p. 6.

[3] Furio Jesi, Conoscibilità della festa, in idem, Il tempo della festa, Nottetempo, Roma 2013, p. 87.

[4] Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, Roma 2016, p. 63

[5] Ivi, p.65

[6] Ibidem

*Gilberto Pierazzuoli




Firenze 2004-2014: la città storica

Tema fondamentale per la corretta gestione delle città storiche, e di riflesso dell’intera città, è il possesso pubblico di un congruo numero di edifici specialistici, civili o religiosi, atti ad ospitare, in un’ottica di riappropriazione urbana, le attrezzature che connotano la vita collettiva. Si tratta in sostanza della destinazione di monumenti al sociale e alla cultura, come è avvenuto nell’esempio internazionalmente riconosciuto di Bologna, che si è mosso dall’ipotesi secondo la quale «il monumento, da sempre espressione (e sede) del potere, simbolo della classe dominante – dai signori al clero, dalla chiesa alle caserme – deve diventare il luogo della collettività»[1].

A scopo di rammemorazione, elenchiamo di seguito, senza pretesa di completezza, le attrezzature di interesse territoriale, urbano e di quartiere che potrebbero essere collocate nei “contenitori” monumentali dismessi o in dismissione, e nelle loro pertinenze.

Di interesse territoriale: università e studentati, tribunali, ospedali, teatri, biblioteche, musei.

Di interesse urbano: scuole medie superiori, biblioteche, emeroteche, mediateche, centri culturali, auditorium, centri sportivi, centri studenteschi, attrezzature speciali per la cultura e la ricerca che non possono essere di corredo ad ogni scuola (piccoli musei sperimentali con attività didattiche e laboratori, biblioteche specializzate, laboratori di ricerca e sperimentazione, atelier), residenze per studenti e anziani, parchi pubblici.

Di interesse di quartiere: scuole materne, asili, scuole elementari, scuole medie inferiori, mense scolastiche, poliambulatori preventivi, sale polivalenti per attività assembleari, per conferenze e per mostre, teatri sperimentali, circoli culturali, atelier di produzione artigianale, giardini pubblici.

Tutto ciò, laddove opportuno e necessario, concentrato in “centri di servizi” atti ad assumere il ruolo di poli di focalizzazione della vita collettiva, sapientemente disposti e intervallati all’interno del tessuto urbano.

È certo degna di interesse, in quest’ottica, la pervicacia con la quale le amministrazioni comunali fiorentine – dalla giunta Domenici, a quella Renzi, all’attuale giunta Nardella – si sono prodigate, con intensità crescente, nella vendita, o forse sarebbe più appropriato dire svendita, del patrimonio immobiliare pubblico, meglio se monumentale, quasi nel ruolo di curatori fallimentari del Comune di Firenze[2].

Contro tale tendenza dissolutiva si è mossa la lista di cittadinanza in numerose occasioni; tra queste, alcune appaiono particolarmente rilevanti per il significato più vasto che assumono: ne è un esempio lo sgombero tramite forza pubblica dell’immobile di via dei Conciatori, proprietà comunale passata alla speculazione privata, «dove da anni associazioni, gruppi e pezzi di movimento svolg[eva]no attività politica e culturale aperta alla popolazione»[3]. Così proseguiva il comunicato della lista Puc: «La proposta di autorecupero dello stabile da parte del “Progetto Conciatori” non è mai stata presa in considerazione da parte dell’Amministrazione comunale che ha proceduto con la messa in vendita dell’immobile, la sua aggiudicazione con una base d’asta irrisoria per il centro storico […] e la richiesta di esecuzione dello sgombero con la forza pubblica. Si è avallata un’operazione di speculazione urbanistica senza mai incontrare i soggetti che hanno animato le attività nell’immobile e che a più riprese avevano richiesto almeno un confronto con l’amministrazione comunale. Con questa operazione la città perde due volte, si impoverisce di una esperienza di autogestione importante per il tessuto sociale fiorentino e vede una accelerazione verso lo svuotamento del centro storico di funzioni sociali e aggregative»[4].

Sul tema del patrimonio di proprietà pubblica alienato – in più, in questo caso, di carattere monumentale e già destinato a funzioni sociali e collettive –, assume valore anche simbolico la vendita dell’ospedale San Giovanni di Dio. Così, in quell’occasione, si esprimeva la lista di cittadinanza: «L’antico ospedale di borgo Ognissanti fu fondato da Simone di Piero Vespucci che, prima di morire, nell’anno 1400, lo donò alla Compagnia di Santa Maria del Bigallo, che già si occupava di altri luoghi di cura. Ma per essere sicuro che mantenesse le caratteristiche originarie di assistenza, fissò precise condizioni: i beni mobili e immobili da lui lasciati alla Compagnia si dovevano destinare unicamente “all’ospitalità e al servizio uso e vantaggio, utilità accoglienza sostentamento dei poveri e degli infermi e delle persone miserabili per il tempo che verrà” ad esclusione di ogni altro “uso e servizio”. Si dà il caso però che, 612 anni dopo, la Asl fiorentina, nella forsennata politica di alienazioni del patrimonio che contraddistingue le attuali amministrazioni pubbliche, ha ceduto […] lo storico immobile ad una società privata anglo-belga che intende realizzarvi una residenza privata per anziani, con tanti saluti ai “poveri e alle persone miserabili”[5].

Le operazioni di svendita del patrimonio immobiliare pubblico, fino a quel momento episodiche, assurgono a regola nel marzo 2012: «L’ultima decisione dell’amministrazione sulle alienazioni di immobili di proprietà comunale da inserire nella discussione sul bilancio con contestuale cambio di destinazione d’uso per “valorizzare” gli immobili stessi, rappresenta la negazione del concetto stesso di urbanistica e di pianificazione – si legge nel comunicato della lista di cittadinanza –. Si sottrae definitivamente a qualsiasi dibattito […] una parte importante della pianificazione del territorio: senza alcuna valutazione […] di equilibri urbani […], di distribuzione complessiva delle funzioni sul territorio cittadino, si pretende di intervenire, solo per un immediato vantaggio economico, con scelte che avranno conseguenze importanti […]. Nel merito poi si continua l’impoverimento del patrimonio pubblico, l’alienazione di beni ambientalmente rilevanti come la villa di Rusciano»[6], quattrocentesca, sull’arco collinare che cinge a Sud la città, a un tiro di schioppo dai popolati rioni di Ricorboli e Gavinana, giunta in proprietà al Comune di Firenze in seguito ad un lascito con la clausola, analogamente allo spedale di San Giovanni di Dio, del perseguimento di finalità istituzionali a favore dei minori.

Non sfugge alla lista perUnaltracittà, d’altra parte, la fondamentale importanza del popolamento della città storica: il tema dell’edilizia residenziale pubblica nella città entro le mura arnolfiane – da realizzarsi tramite recupero –, viene ribadito con costanza in sede consiliare e nelle attività politico-culturali organizzate a margine dalla lista medesima. Durante l’elaborazione del Piano Strutturale da parte dell’amministrazione comunale, la lista promuove numerose iniziative, tra cui un convegno in Palazzo Vecchio, durante il quale si auspica «la riscoperta dei “centri storici” come “grembo” della rinascita della città attraverso il loro ripopolamento»[7], con un «grande cantiere, fatto come un arcipelago di tante isole sperimentali, strutturato come un processo partecipato di rivitalizzazione del centro storico, dei suoi ambiti verdi e degli spazi civili»[8]

E ancora: il nuovo Piano Strutturale «si deve caratterizzare come Piano del risarcimento urbano in cui prevedere modalità di restituzione alla città e ai suoi abitanti dei beni primari sottratti in questi anni. Proponiamo quindi che le aree dismesse, le alienazioni del Comune e dello Stato siano il serbatoio necessario per queste operazioni di riequilibrio ecologico della città, le bombole d’ossigeno che consentono di evitare il soffocamento di Firenze; è necessario prevedere […] una voce specifica relativa al Risarcimento, ossia alla quota parte di patrimonio immobiliare dismesso (pubblico e privato) da utilizzare per la dotazione dei servizi pubblici (aree verdi attrezzate, spazi pubblici, centri di quartiere, verde di prossimità, corridoi ecologici ciclo-pedonali, ecc.) e dell’edilizia residenziale sociale di ciascuna zona»[9].

Nello stesso ambito temporale, il Gruppo Urbanistica perUnaltracittà produceva un Manuale d’uso per un Piano Strutturale partecipato, trasparente e a consumo di suolo zero, nel quale si affrontava partitamente il tema della città storica; sulla residenza così ci si esprimeva: «Il desertum contemporaneo è la città intramuros […]. PerUnaltracittà ha già formulato la proposta di incrementare le residenze popolari nel centro storico, secondo l’esempio, ancora, di Bologna del 1972, o il più recente di Saint-Macaire (presso Bordeaux). È perciò necessario bloccare le alienazioni degli alloggi pubblici e pensare a nuove acquisizioni di abitazioni per formare un patrimonio di case da concedere in locazione alle famiglie delle fasce deboli, utilizzando a questo fine i fondi per l’edilizia residenziale pubblica»[10]. Certo, anche i “contenitori storici dismessi” o in dismissione (Sant’Orsola, ospedale militare di San Gallo, caserma Cavalli, tribunali, etc.) potrebbero in parte servire allo scopo: «la loro possibile destinazione a atelier di produzione artigianale, a luoghi deputati alla socialità, a servizi, ma anche a residenze sociali, soddisfa il criterio dell’utilità collettiva»[11]. Nel senso appena illustrato va l’intervento della capogruppo Puc in consiglio comunale nel momento in cui si profila il passaggio dei beni demaniali al Comune, ivi comprese le caserme dismesse, «da utilizzare in primo luogo per affrontare l’emergenza abitativa, e non per farci speculazioni». Si ritiene infatti «necessario definire da subito quali dei grandi contenitori dismessi della città saranno destinati all’Edilizia Residenziale Pubblica per rispondere alle tante persone che vivono l’emergenza abitativa»[12].

La presentazione delle osservazioni al Piano Strutturale adottato dal Consiglio comunale è l’occasione per ribadire quale sia l’approccio della lista di cittadinanza alla pianificazione della città storica. L’osservazione sul tema chiede infatti:

«di integrare il PS, nelle sue parti conoscitive, grafiche e disciplinari, con una specifica elaborazione relativa alla città storica, articolata in:

– accrescimento del Quadro Conoscitivo, anche avvalendosi di studi e progetti elaborati dall’Università degli Studi di Firenze;

– introduzione di specifiche salvaguardie che operino in attesa del Regolamento Urbanistico, e che limitino le possibili trasformazioni del tessuto e del patrimonio storico, attualmente espressione in prevalenza di fenomeni speculativi, di espulsione di residenti, di sfruttamento intensivo a fini commerciali e turistici;

– introduzione di specifiche e vincolanti prescrizioni al Regolamento Urbanistico perché sia redatto uno strumento di dettaglio che disciplini le trasformazioni e gli interventi ammissibili nel contesto della città storica, dagli interventi edilizi ai caratteri degli elementi di arredo urbano».

Tale strumento, che nella consuetudine urbanistica italiana ha assunto la forma di Piano particolareggiato esecutivo per il centro storico, si porrà gli obbiettivi principali di:

«– operare per la salvaguardia del tessuto urbano storico nei suoi caratteri materici, figurativi e tipologici;

– promuovere il mantenimento e il reinsediamento della residenza stabile, del commercio di vicinato e delle attività artigianali e di servizio alla residenza;

– riconoscere e valorizzare il ruolo degli spazi sociali e di relazione, sottraendoli alle logiche di sfruttamento intensivo turistico e/o speculativo, quali elementi fondamentali per la vita dell’organismo urbano»[13].

Tema di accese polemiche tra i cittadini e l’amministrazione comunale è stato quello dei previsti parcheggi interrati nelle piazze storiche fiorentine. Nell’incontro Parcheggi interrati nella città storica: le ragioni del no, una esponente della lista di cittadinanza, chiariva i termini delle questione:

«I parcheggi interrati nella città storica sono da evitare per più ordini di ragioni, anche qualora fossero realizzati con meccanismi finanziari e concessòri trasparenti, e secondo pratiche pianificatorie condivise. Innanzitutto dal punto di vista della tutela degli insediamenti di carattere storico, artistico e di particolare pregio ambientale, che è un obbligo costituzionale[14]. Le piazze storiche, di proprietà collettiva, sono a tutti gli effetti patrimonio monumentale nella loro consistenza aerea, subaerea e ipogea: la conversione della loro superficie lastricata in solaio cementizio (segnato dalle grate di aerazione) del sottostante garage non deve essere consentita. In secondo luogo, è convincimento diffuso globalmente che i centri urbani debbano essere liberati dalla morsa del traffico privato su gomma e, possibilmente, dalle automobili medesime: un parcheggio interrato si limita invece a nascondere sotto il tappeto parte delle automobili in sosta, attraendo contemporaneamente nuovi volumi di traffico non residente. La gestione in project financing comporta infatti tariffe orarie elevate destinate all’uso veloce e, non favorendo la sosta di chi abita nel quartiere, di fatto contribuisce al processo in atto di gentrification ed estromissione dei residenti»[15].

Va da sé che un approccio alla gestione della città fondato sul recupero, implica l’esistenza e lo sviluppo di competenze artigiane di alto livello e un’alta intensità di lavoro, come traspare dalle riflessioni sul tema condotte dalla lista di cittadinanza: «È tempo di invertire la marcia: si è indicata la via […] per muovere investimenti produttivi e lavoro di tipo sostenibile. Bisogna compiere un passaggio obbligato verso la “città paesaggio” considerando la trasformazione, la manutenzione o il restauro dell’esistente come fattori di qualità urbana»[16].

E ancora, instaurando un’analogia tra città storica e villaggio:

«occorrerebbe che le azioni sulla città storica si inquadrassero nella dimensione della cura, delle pratiche positive, orientate a ciò che Gandhi definiva autonomia di villaggio: autonomia nella produzione e riproduzione di risorse (alimentari, energetiche, culturali etc.) e di saper fare, di riappropriazione dei saperi. Su quest’ultimo punto, la città può offrire molto in termini di lavoro di prossimità e di alta manualità. Scalpellini per il ripristino e manutenzione dei selciati; muratori, restauratori, falegnami, imbianchini per l’edilizia storica nonché produzione di atlanti e guide per il suo recupero; fontanieri (in una città così poco generosa d’acque); artigiani di qualità, che esercitano a scala familiare la produzione manuale, secondo modelli e tecniche tradizionali, attualmente soffocati dagli affitti e dalla normativa che li equipara a industrie di piccola (ma mica tanto) dimensione. Chi scrive – prosegue Ilaria Agostini – ritiene necessario e possibile prefigurare strategie che prevedano l’istituzione di uno status speciale per l’artigiano della città storica che consenta l’affrancamento dal vigente sistema contributivo e previdenziale, e la liberazione dalla rendita privata attraverso l’istituzione di appositi locali pubblici destinati a laboratori artigiani, nonché attraverso la libertà dell’apprendistato»[17].

Un accenno è infine inevitabile al tema della cosiddetta pedonalizzazione della via che lambisce Duomo e Battistero. Si è trattato in realtà dell’eliminazione del trasporto pubblico (autobus urbani e taxi) che vi transitava e che serviva la zona, essendovi il trasporto privato già interdetto da molti anni. La fruizione, da parte degli abitanti di Firenze, dei luoghi centrali della città ne è risultata ostacolata, se non impedita. È banale osservare che garantire l’accessibilità pubblica del centro monumentale della città rientrerebbe tra i compiti di un’amministrazione che volesse dirsi adeguata al ruolo che riveste.

* Daniele Vannetiello

[Il testo è apparso nel libro Urbanistica resistente nella Firenze neoliberista: perUnaltracittà 2004-2014, a cura di Ilaria Agostini, Aión, Firenze, 2016, pp. 79-87; del libro, abbiamo già pubblicato i capitoli: Un’altra idea di città, della curatrice; Firenze 2004-2014. Un caso nazionale, di Paolo Berdini; Dal Palazzo al città, e ritorno di Ornella de Zordo; L’urbanistica in consiglio comunale di Maurizio Da Re; Comunicare il pensiero critico di Cristiano Lucchi; Piani neoliberisti, Ilaria Agostini; La città in svendita, Maurizio de Zordo]

 

Note al testo

[1] Pier Luigi Cervellati, Una politica per i monumenti, “Parametro”, settembre 1974, n. 29 (num. monogr. Bologna, Centro storico: gli antichi «contenitori» oggi), pp. 53-54.

[2] La semplice elencazione degli edifici in vendita, o in trasformazione, è disarmante: teatro Comunale, palazzo Vivarelli Colonna, palazzo Demidoff, il convento dei Filippini in piazza San Firenze, l’ospedale di San Giovanni di Dio, la villa di Rusciano, il cosiddetto palazzo del Sonno, la caserma in Costa San Giorgio, il Monte dei Pegni di via Palazzuolo, l’ex Borsa merci in via Por Santa Maria, l’ex cinema Capitol alla loggia del Grano, il complesso delle Murate, le poste di Michelucci in via Pietrapiana, la Cassa di Risparmio di via Bufalini (operazione “valorizzata” dalla prossimità di uno dei dieci parcheggio interrati previsti nel Ps), l’ex convento di Sant’Orsola in via Guelfa, palazzo Portinari ex Banca toscana sul Corso, la Scuola allievi sottoufficiali nel convento di Santa Maria Novella, la Corte d’assise in via Cavour progettata da Bernardo Buontalenti, l’ex Ospedale militare in via San Gallo, il Tribunale per i minori in via della Scala, l’Accademia di Sanità militare in via Tripoli, la Scuola di Sanità militare nell’ex convento del Maglio, il convento di Monte Oliveto sulla collina di Bellosguardo, la Caserma Cavalli in piazza del Cestello, la Dogana in via Valfonda, la Caserma Baldissera sull’Arno, la Rotonda di Brunelleschi e il contiguo convento, il teatro Nazionale e il Supercinema in via de’ Cerchi-Cimatori, il cinema Eolo in San Frediano, l’ospedale di Bonifazio (sede della Questura). E infine, ma la lista è suscettibile di quotidiane aggiunte, la ex stazione Leopolda, emblema del nuovo corso politico. Tra le aree e gli edifici in vendita fuori le mura, ma nella periferia consolidata, merita ricordare alcuni luoghi di lunghe vertenze: la Manifattura Tabacchi, il Panificio militare e il Meccanotessile. Cfr. Ilaria Agostini, Città merce o città felice?, “La Città invisibile”, n. 31, 28 novembre 2015 [N.d.C.].

[3] Via dei Conciatori sgomberata. Difesa con la forza la speculazione urbanistica, com. stampa Puc, Firenze, 19 gennaio 2012.

[4] Ibidem.

[5] Celebrazioni vespucciane. De Zordo: «Amerigo Vespucci non è più a casa sua», com. stampa Puc, Firenze, 22 febbraio 2012.

[6] Alienazioni e cambio di destinazione d’uso. De Zordo: «Ecco la norma che cancella l’urbanistica», com. stampa Puc, Firenze, 9 marzo 2012.

[7] La “città paesaggio”. Dieci punti (concreti) per l’urbanistica virtuosa, contro il malaffare, com. stampa Puc, Firenze, 21 marzo 2010.

[8] Ibidem.

[9] Piano Strutturale: «Carta Costituzionale» del territorio. Regole per salvaguardare risorse ambientali e risarcire l’interesse pubblico, com. stampa Puc, Firenze, 19 aprile 2010.

[10] Ilaria Agostini, Daniele Vannetiello, La città storica: la grande assente? in Gruppo Urbanistica Puc, Manuale d’uso per un Piano Strutturale partecipato, trasparente e a consumo di suolo zero, Puc, Firenze, 2010, p. 17.

[11] Ivi, p. 18.

[12] Allarme beni demaniali: «Subito un confronto con il governo», com. stampa Puc, Firenze, 2 luglio 2010.

[13] Osservazione n. 9, Città storica, in Verso il nuovo Piano Strutturale di Firenze. Le osservazioni di perUnaltracittà-Lista di cittadinanza, Puc, Firenze, 2011, p. 36. Sul tema della necessità, a Firenze, di un Piano per la città storica, si veda l’esauriente disamina di Gian Franco Di Pietro, Quale destino per il centro storico?, in Pietro Giorgieri (a cura di), Firenze. Il progetto urbanistico. Scritti e contributi 1975-2010, Alinea, Firenze, 2010, pp. 275-301.

[14] Specificato dalla «Carta di Gubbio (1960) che riconosceva il valore di monumento all’insieme degli elementi che formano la città storica» (Ilaria Agostini, Parcheggi interrati a Firenze: la città storica nella cornice del disastro, intervento all’incontro Parcheggi interrati nella città storica: le ragioni del no, organizzato da Comitato Oltrarnofuturo e Comitato per piazza Brunelleschi, con la collaborazione della ReTe dei comitati per la difesa del territorio e della lista consiliare Puc, Firenze, 13 giugno 2013). Se ne deduce che, in quest’ambito spaziale, il restauro, in tutte le sue gradazioni (dalla manutenzione al ripristino) e accezioni, è l’unico metodo di intervento da consentirsi.

[15] Ibidem.

[16] Firenze è satura di edilizia, non possiamo bruciare altro suolo. L’opinione dell’urbanista Budini Gattai condivisa con perUnaltracittà, com. stampa Puc, Firenze, 9 luglio 2010.

[17] Agostini, Parcheggi interrati a Firenze: la città storica nella cornice del disastro cit. I temi qui citati sono stati affrontati dall’autrice nei saggi: Ead., Dal restauro urbano al «dov’era, ma non com’era». Dialogo con Pier Luigi Cervellati sulla cultura della città storica, “in_bo. Ricerche e progetti per il territorio, la città e l’architettura”, giugno 2013, n. 6, pp. 277-288, in particolare per quanto attiene al lavoro artigianale connesso al recupero degli insediamenti storici; ed Ead., La cultura della città storica in Italia, “Scienze del territorio”, 2015, n. 3 (num. monogr. Ricostruire la città, a cura di Enzo Scandurra e Carlo Cellamare), pp. 97-103, che ricostruisce l’evoluzione del pensiero urbanistico sul tema della città storica, dalle ipotesi postbelliche alla Carta di Gubbio, al piano di Bologna, alla parabola discendente e all’auspicata «rinascita critica».




Le Ville Sbertoli a Pistoia: il sonno della ragione produce mostri

L’insipienza delle amministrazioni comunali che si sono succedute in questi anni, assecondata dalla Regione e dall’ASL, ha trasformato le potenzialità culturali e paesaggistiche del complesso storico-architettonico delle Ville Sbertoli in un tormento per la città, soprattutto per coloro che vivono nei suoi dintorni e che lamentano il grave e pericoloso stato di abbandono.

Sarebbe interessante ricostruire tutte le tappe di questa deriva, delineandone i passaggi e le responsabilità.

Preferiamo partire dal fondo, l’Accordo di Programma dello scorso novembre con il quale Comune di Pistoia, Regione e ASL, decretando la propria incapacità di gestire i beni pubblici, dichiarano la messa in vendita dell’intero complesso, prevedendo anche la costruzione di una cinquantina di residenze che non hanno alcun carattere sociale e la chiusura al pubblico dei giardini storici di pertinenza delle Ville.

Di fatto alla città viene sottratto un bene collettivo proprio ad opera di coloro, gli amministratori pubblici, che non ne sono i proprietari, ma appunto, solo gli amministratori e il cui compito dovrebbe essere quello di gestire con la cosiddetta “diligenza del buon padre di famiglia”, un patrimonio la cui titolarità è dei cittadini e che questi vorrebbero vedere ben diretto proprio nell’interesse della collettività.

Con questo accordo è violentato anche il carattere storico e simbolico delle Ville Sbertoli, intorno al quale si riconosce la comunità locale. È una parte importante della storia della città, dell’evoluzione dell’assistenza neuropsichiatrica significativa a livello nazionale che viene irrimediabilmente depauperata proprio da coloro che i cittadini hanno delegato a esserne i custodi.

Anni fa il comune ha speso più di 100.000 euro per realizzare una consultazione in cui chiedeva ai cittadini a cosa volessero destinare le Ville Sbertoli. Fu raccomandato di mantenere la proprietà pubblica di tutto il complesso e furono individuate funzioni socio – sanitarie possibilmente gestite da associazioni del Terzo Settore, strutture e servizi culturali (centro di documentazione sul disagio mentale, centro di produzione multimediale, teatro, spazi per la creatività e l’espressività, art brut), centro di formazione (alta formazione e formazione degli adulti, educazione informale e del “fare”), luogo per lo svago e per il tempo libero (parco, ristoranti, bar e proposte che favoriscano l’integrazione e l’intergenerazionalità, no a sale giochi e a parco divertimenti), funzione turistico-ricettiva: esclusa l’idea di un grande albergo, sì a un centro congressi anche con foresteria e ostelli, terzo settore: affidare spazi e funzioni a soggetti del terzo settore che abbiano competenze specifiche per svolgerle.

Tra il 2011 e il 2012 le Ville Sbertoli sono al centro di un percorso di riappropriazione degli spazi pubblici abbandonati e di progettazione dal basso che vede tanti protagonisti all’opera, tra i quali il Gruppo Informale Lo Sbertoliano, il Collettivo dello Slebest, gli Abitanti a Piede Libero, l’UltimoTeatro & LabAct Incursioni Urbane insieme con gruppi musicali e di letture poetiche, interventi di psichiatri e tanti altri.

Folle merenda contro l’abbandono”, “Una meraviglia dimenticata”, “Riapriteci il manicomio” sono denominati gli incontri con i quali si propone di destinare le Ville Sbertoli a “progetti di interesse comune per diventare un luogo di lavoro, di salute e di educazione per i cittadini”. Si va dagli orti comuni biologici al parco della biodiversità, alla “Casa delle arti”, al Museo della Follia e della Memoria, foresteria, polo per il recupero delle fragilità sociali, e tanto altro. Da sottolineare che si trattava, e tuttora si tratta di proposte che non richiedono ingenti investimenti economici.

E l’amministrazione comunale cosa fa? Il successivo Regolamento Urbanistico tradisce lo spirito di questa straordinaria mobilitazione, inserendo tra le previsioni “una struttura ricettiva di tipo alberghiero”, espressamente esclusa dalla progettazione condivisa con i cittadini.

Oggi siamo alla svendita e a quell’accordo che è anche in contrasto con il Piano Strutturale della città che inserisce le Ville Sbertoli nel “sub-sistema dei capisaldi delle attrezzature di interesse generale”. In particolare viene precisato che “il riuso del complesso dovrà tendere alla valorizzazione del bene destinandolo a funzioni che privilegino l’interesse generale e compatibili con la tutela dei valori prescritti”.

A questo punto ci chiediamo se la previsione dell’albergo, dei 50 alloggi, della vendita dell’intero complesso rispecchino l’interesse generale e se siano compatibili con la tutela dei valori ambientali e storici di questi beni.

Riteniamo che oggi sia urgente bloccare al più presto la vendita e lo smembramento dell’ex ospedale psichiatrico e definire, anche mediante un concorso per giovani progettisti, un recupero compatibile con gli interessi generali della collettività.

Le funzioni, in maniera partecipata, possono e debbono essere aggiornate e arricchite. Una volta stabilito il quadro complessivo dell’intervento, queste potrebbero essere gestite anche da privati, con finalità economicamente significative ma di certo non speculative.

Oggi alla proprietà degli immobili chiediamo che sia garantita la sicurezza dell’area. La nostra Lista di Cittadinanza attiva, PISTOIA CAMBIA, si impegna sin da ora a curare un monitoraggio continuo delle problematiche che possano emergere e a promuovere in loco interventi artistici, teatrali, politici, “folli merende”, insomma a promuovere quella presenza dei cittadini che sola garantisce una sicura e libera fruibilità dell’area.

*Ginevra Lombardi
*Antonio Fiorentino

https://www.youtube.com/watch?v=2S6DiY69cb0




Di batteri, tempo e guerre contro il terrore, Sandor Ellix Katz a Firenze

Immaginate una persona che con un tagliere, un coltello, qualche verdura e dei barattoli riesce a spiegarci come nessun altro il carattere intrinsecamente sbagliato e fallimentare di qualsiasi visione in bianco e nero della vita. Che ci fa capire come, da sempre, le migliori soluzioni ai problemi sono quelle che si aprono alla diversità e alla complessità, e non quelle che, per paura, ignoranza o interesse, si chiudono in un fortino di “purezza” e negano contro tutto ciò che non è familiare.

Immaginate che questa persona, non contenta di darci già tutto questo, è capace anche (con gli stessi strumenti menzionati in prima riga) di regalarci una tecnica (facile e divertente) per ritrovare la bellezza e la saggezza di una delle bestie più nere della modernità: l’azione del tempo.

Difficile immaginare che una persona possa fare tutto questo? Forse, però esiste. Si chiama Sandor Ellix Katz e fra pochi giorni sarà a Firenze per una conferenza (il 26 maggio) un workshop di due giorni (27 e 28 maggio).

Sandor è un attivista statunitense che ha fatto della manipolazione del cibo uno strumento di lotta e cambiamento.

Dal bisogno di trovare alternative ai modelli imposti (e dalla sua passione per tutto ciò che è buono da mangiare) è nato il suo interesse per i cibi fermentati. Un interesse che lo ha fatto diventare il maestro indiscusso di un’arte nobile e purtroppo oggi molto poco praticata.

La fermentazione è una tecnica di conservazione e preparazione del cibo vecchia di migliaia di anni. Vecchia ma anche tremendamente attuale, talmente attuale da essere studiata in moltissimi laboratori in tutto il mondo. La fermentazione, infatti, con la sua lenta trasformazione degli alimenti ad opera di colonie di batteri, porta un’incalcolabile quantità di benefici per la salute umana, dalla digestione alle difese immunitarie, per arrivare perfino ad influire positivamente su certe malattie del sistema nervoso. (Di sicuro, posso dirvi per esperienza personale che le verdure fermentate migliorano incredibilmente l’umore.)

E’ una tecnica per sua stessa natura domestica e comunitaria. E’ in casa e condividendo, in un scambio alla pari di saperi (e batteri), che si ottengono i risultati migliori, per qualità, sapore e ricchezza di fermenti vivi. In tutto il mondo esistono (o esistevano) tradizioni di fermentazione comunitaria che da sempre sono un mezzo di salute individuale e collettiva, nelle mani delle persone e non amministrato dall’alto.

Sandor e la fermentazione ci insegnano che i batteri non sono i nostri nemici. Nonostante la nostra civiltà gli abbia dichiarato una guerra totale, con l’uso pervasivo di antibiotici, cloro, prodotti disinfettanti, ecc., i batteri sono per la stragrande maggioranza nostri alleati. Sono i nostri antenati, sono dentro e ovunque intorno a noi: come tali sono imprescindibili per il nostro benessere.

La guerra ai batteri è come la guerra al terrore. Sono scelte estremiste e ingiustificate: non fanno distinzioni e generano ulteriori problemi. Per questo sono destinate al fallimento. D’altra parte, vincere la guerra contro i batteri sarebbe la nostra fine, perché la vita non la si può rinchiudere in un recinto pulito e ben definito: la vita è contatto, mescolanza, collaborazione.

Venite ad incontrare Sandor, si parlerà di questo e molto altro.

Il seminario è già al completo, ma la conferenza è aperta a tutti e per di più si fa in un bel posto: il 26 maggio alle 17.00 all’Azienda agricola biologica La Talea, Via della Torre 18 (Zona Coverciano), Firenze.

*Annalisa Nardi