Zingari a Firenze: un Tabucchi ancora attuale racconta la volgarità delle amministrazioni

Un’intervista di Cristiano Lucchi ad Antonio Tabucchi del 1999. Si parla di Zingari, di Firenze città della moda e del denaro ma anche della città che resiste. Rilasciata all’Altracittà, giornale delle Piagge, in occasione dell’uscita del suo reportage Gli Zingari e il Rinascimento – Vivere da Rom a Firenze, è purtroppo è ancora di grande attualità nel paese dei censimenti etnici, delle ruspe e dei benpensanti “democratici”. (red)


Antonio Tabucchi esce con il suo nuovo libro “Gli Zingari e il Rinascimento – Vivere da Rom a Firenze” edito da Feltrinelli. Non un romanzo ma un reportage, una descrizione molto dettagliata della Firenze di questi anni, dove accanto alle manifestazioni che la rendono appetibile e famosa nel mondo, come ad esempio la Biennale della moda, convivono gli zingari, quelli che nessuno vuole vedere, esiliati dalla città perbenista negli angoli più nascosti della metropoli, comunque in condizioni di vita estreme. Il viaggio che Tabucchi compie nella Firenze degli anni Novanta è l’occasione per mettere a fuoco quei valori di civiltà che nelle nostre città sono annientati dal denaro, dall’incultura e dal cattivo gusto. Un’accesa requisitoria nei confronti di quegli amministratori pubblici che travisano il loro mandato e stravolgono il concetto di umanità a favore di prestazioni ad alto ritorno di immagine. Ma in questo peregrinare nella Firenze delle periferie Tabucchi si imbatte anche nelle persone vere, quelle con cui vale la pena di rapportarsi: la famiglia Krasnic, il prete delle Piagge Alessandro Santoro, l’Associazione per i Diritti delle Minoranze, la redazione dell’Altracittà, tutte esperienze che hanno, secondo Tabucchi, “il senso di che cosa sia la vita reale”. Lo abbiamo intervistato per capire meglio come si sviluppa il suo reportage fiorentino.

“Gli Zingari e il Rinascimento” è un libro che paragona la Firenze degli ultimi con la Firenze patinata della Biennale della moda.
«Quello che mi indigna di più in questo modello culturale è che queste persone, i nostri amministratori, stiano facendo politica. Nessuno li ha obbligati a ricoprire i ruoli che ricoprono, se li sono scelti, non glielo ha ordinato il medico. Stanno amministrando del denaro pubblico e manifestano nei riguardi della cultura un atteggiamento molto volgare. Questo perché la cultura che producono, quella della Biennale moda, con gli occhiali di Elton John in mostra ed altre amenità del genere, rivela una volgarità quasi insopportabile, una pacchianeria. Al di là di questo giudizio culturale estetico c’è anche una forte indignazione nei confronti di quelle persone che possono amministrare il denaro pubblico per queste sciocchezze. E’ probabile che ciò fortifichi la loro immagine, perché nel sistema in cui è strutturato il mondo moderno, quello dei mass media, il fatto che queste manifestazioni riscuotano attenzione in qualche modo li promuove. Tuttavia devono capire che non godono di immunità, che sono osservati e che questo libro è il risultato di questa osservazione. Il reportage uscirà in varie lingue e costoro sappiano che non siamo in un paese latino-americano dove possono fare quello che vogliono, ma che siamo in un paese democratico dove sono osservati. Facciano quello che vogliono, però io lo dico».

Il reportage è uscito in Germania lo scorso dicembre. Quali reazioni ha suscitato?
«In Germania il reportage ha attirato l’attenzione di un certo tipo di società che si occupa delle culture minoritarie, e non soltanto di quella formata da intellettuali. Gunther Grass ha recentemente fondato un’associazione che rivolge la sua attenzione soprattutto alle minoranze etniche Rom. Ci sono tutta una serie di regole che l’Unione Europea invita a far rispettare dai singoli paesi e che in Italia, ad esempio, sono sistematicamente eluse: dobbiamo arrivare a far sì che queste regole vengano fatte rispettare. Porto l’esempio dei campi Rom che dovrebbero essere lontani dalle grandi vie di comunicazione e dalle discariche. A Firenze ne abbiamo uno sopra una discarica e tutti sono vicini alle autostrade o comunque a grandi arterie viarie. Un altro esempio riguarda le facilitazioni che i Rom dovrebbero avere nello svolgimento della loro economia: dovrebbero poter esercitare liberamente il mestiere di ambulanti per quei manufatti di rame o di cuoio che storicamente producono. Io non ho nessun potere in questo campo. Mio compito è invece quello di invitare o perlomeno richiamare le associazioni all’esistenza di queste indicazioni comunitarie per poi trovare il modo di farle intendere alle amministrazioni locali».

Le stesse amministrazioni che spacciano il micro insediamento residenziale Rom del Guarlone (quattro casette per 50 persone) come l’intervento più innovativo e risolutore che potessero fare a Firenze.
«Avrai visto che dedico un capitoletto alla consegna di queste case avvenuta nella maniera più deplorevole e malinconica possibile. Riporto la descrizione della consegna delle chiavi, avvenuta fra le urla inferocite e i cartelli di protesta di alcuni fiorentini, mentre le autorità, vergognose del loro dono, stavano lì in un angolo».

Il libro prende spunto dal soggiorno fiorentino di Liuba, una tua amica portoghese di origine polacca, impegnata in una ricerca sulla condizione del popolo nomade. L’accompagni nelle periferie della città. Che impressione si è fatta di Firenze?
«Sì, Liuba è la persona che ho seguito e alla quale ho fatto da guida in questa Firenze, un piccolo Virgilio in un piccolo inferno. Mentre io sono solo uno scrittore che osserva una realtà e racconta ciò che vede, l’occhio di Liuba è più scientifico, è quello di un etnologo e di un antropologo che osserva certe situazioni, non solo a livello microscopico come il caso fiorentino, ma anche a livello macroscopico, a livello europeo, per trarne conclusioni scientifiche. Certo, al di là della sua obiettività e di quella scientificità che la difende dalle emozioni più immediate, posso dire che da un punto di vista umano ho potuto constatare un suo disappunto, una forte reazione emotiva di fronte a scene che ha visto e che riteneva incredibili in una città che si spaccia per città umanistica e di cultura».

In “Gli zingari e il Rinascimento” introduci il concetto secondo il quale Firenze è una banconota falsa.
«E’ una città che si spaccia per il mondo con una falsa immagine. Finché Firenze non cambierà questo volto sommerso, non sarà una città trasparente e rimarrà una banconota falsa. Tu arrivi a Chicago o a Toronto e quando dici che vieni da Firenze tutti credono che tu provenga da una vera città di cultura dove la cultura è intesa in senso ampio, umanistico. Non sanno che questa è solo la sua immagine da cartolina edulcorata e di plastica. In realta questa è una piccola città di provincia un po’ idiota, molto arrogante, che di culturale non produce niente e che anzi spende il denaro in una maniera del tutto sciocca».

Attraverso i titoli della stampa cittadina, paragoni i giorni della Biennale della moda vissuti fra mille sfarzi, alla vita nei campi Rom con 38 gradi e senza acqua.
«Avrai visto lo sciocchezzaio che ho raccolto. Giornali, anche di varie tendenze politiche, e in questo la mia ricerca è insospettabile, che riescono a produrre una massa di sciocchezze durante una manifestazione idiota come quella della Biennale e che quindi influenzano l’immaginario collettivo, perché poi le persone leggono queste cose sul giornale e poi ci credono, credono che la realtà sia questa».

Leggo un titolo “Sorpresa al gran ballo. Cenerentola regala un miliardo in cristalli” e ancora “Il sindaco afferma: siamo di nuovo capitale”.
«Ma ci chiediamo anche: capitale di che cosa? Le descrizioni dei balli con i diamanti, delle scarpette di Cenerentola, delle sere nelle ville aristocratiche, insomma, non capisco come si possa passare così il limite del ridicolo e come queste persone non si rendano conto di essere protagonisti di una tragica farsa».

Girando per Firenze hai trovato dei luoghi di resistenza.
«Sì è vero, sono quelli che io chiamo l’altra Firenze, che però sono dei protagonisti quasi clandestini in una città che vive sotto questo cappotto di falsità. Nel libro cito una Firenze diversa che appartiene anche ad un’altra tradizione culturale, posso citare i fratelli Rosselli, Calamandrei, La Pira, Padre Balducci, don Milani e ancora Pratolini, Montale, Bonsanti, Vittorini, Gadda, Landolfi, Loria; la Firenze degli anni venti-trenta che resta fondamentale per la storia italiana del Novecento. Da un punto di vista umano più esteso oggi è rappresentata da tutta una serie di associazioni costituite da persone vere, che lavorano per l’affermazione di un’identità e di un’umanità diversa, per una maniera di vivere e di convivere diversa da quella a cui si è costretti in questa città».

E arrivi così alle Piagge, un quartiere di periferia ricco di contraddizioni ma che rappresenta anche una sorta di laboratorio sociale.
«Come ho scritto, certe zone cosiddette centrali di Firenze sono infrequentabili, nel senso che un certo tipo di vita, antropologicamente parlando, non mi è consona, non mi piace, e non mi corrisponde, tanto è contrassegnata da una vistosa volgarità che non mi pare abbia nessun tratto di umano. Le Piagge sono un luogo dove vengo spesso perché ci sono molti amici e perché mi sembra di ritrovare una società segnata da una umanità della vita quotidiana che è quella in cui io mi riconosco».

Qual è stato il primo contatto con il quartiere?
«Abitavo da poco tempo a Firenze e stavo cenando con mia moglie in un ristorante. Ad un certo punto si sono avvicinati dei bambini Rom di otto, nove anni che vendevano le rose. Si sono rivolti a noi e così ci siamo messi a parlare. Ho provato a fargli scrivere il loro nome e ho scoperto che erano analfabeti. Li ho un po’ rimproverati dicendo che sicuramente il Comune metteva a loro disposizione la possibilità di andare a scuola. I bambini mi hanno guardato con aria sorniona e hanno detto che forse avevo ragione ma che il loro papà non ce li mandava, perché il loro compito era quello di vendere le rose. Io gli dissi che se avessi conosciuto loro padre lo avrei sgridato e loro mi hanno risposto: “Perchè non vieni a trovarci che glielo dici direttamente tu?”. Ci sono andato e ho trovato una situazione disastrosa, con un vecchio malato, senza nessun tipo di assistenza, in una baracca fatiscente ed è lì che è scattato un primo interesse di carattere umano da parte mia: sono subito andato a visitare anche le strutture vicine e ho visto che non avevano niente. Poi sono entrato in contatto con l’Associazione per la Difesa delle Minoranze e ho conosciuto Alessandro Santoro, il prete delle Piagge. E’ così che è nata la mia frequentazione di questo mondo fino ad allora ignoto, per me ma soprattutto per Firenze, quella Firenze che cerca di coprirlo e di nasconderlo nella maniera più ignobile».

I Krasnic, protagonisti del suo reportage, non conoscevano il Tabucchi intellettuale. Tuttavia, quando hanno saputo che sei uno dei maggiori scrittori italiani, “l’amico Antonio” è rimasto l’amico di sempre.
«Certo, perché queste sono persone che hanno una grande ricchezza e possono dare a me molte cose. Io li posso aiutare da un punto di vista sociale per le loro necessità e soprattutto da un punto di vista economico. Ma non vorrei che la mia simpatia fosse intesa come mera beneficenza. A me piace stare con queste persone, depositarie di una civiltà millenaria, con delle storie umane molto difficili e a volte molto tragiche. Sono persone che danno umanità, diversamente da certi personaggi che si incrociano in questo falso centro fiorentino. L’incontro con questi individui non ti lascia assolutamente niente, mentre quello con gli abitanti dei campi abusivi lungo l’Arno è per me motivo di meditazione, di riflessione e di arricchimento interiore».

Nel libro citi l’esperienza dell’Altracittà, il giornale della periferia. Cosa rappresenta questo giornale?
«Rappresenta le persone con cui si può parlare, con cui si può dialogare. Rappresenta le persone che hanno il senso di che cosa sia la vita e che quindi sanno che cosa è la difficoltà di vivere, di esistere, di stare nel mondo. Sono le persone che non si sono trasformate in marziani, in mostri, e che fortunatamente hanno mantenuto quello che caratterizzano i uomini ovvero il fatto di appartenere all’umanità. Questa l’unica possibilità che abbiamo per poter continuare ad esistere, perché con questa specie di astronauti che viaggiano in questi mondi di plastica, con questi mutanti che ormai sono da un’altra parte, io non ci voglio stare, non li voglio vedere, non ci voglio parlare».

Questo che descrivi è un fenomeno soltanto fiorentino?
«Il mio libro, il mio sguardo si soffermano su Firenze, questo è vero. Io non sono un sociologo, sono semplicemente uno scrittore che ha fatto un percorso e che lo ha descritto. Purtroppo temo che questa campionatura corrisponda ad una volgarità che ormai sta aleggiando su tutto il nostro paese. Quella che io descrivo è la quintessenza dell’atteggiamento di un paese intero come l’Italia, che è stato povero e che all’improvviso è diventato ricco, senza quei valori che hanno caratterizzato la civiltà europea dall’Ottocento. E’ successo quello che prevedeva Pasolini, ovvero una spaventosa mutazione antropologica rivolta verso un’omologazione sul Brutto, che paradossalmente ha trovato in questa città rappresentante del Bello la sua più visibile epifania. Temo, anzi ne sono certo, che questa mia campionatura appartenga proprio ad una mentalità che sta gravando su questa Italia contemporanea come una sorta di maledizione quasi biblica, diabolica. Noi vediamo i personaggi che sono in tv, la volgarità della vita quotidiana, vediamo la politica. Questa è l’Italia, sta diventando sempre più così. Io sono uno scrittore, osservo e dico semplicemente questo. Voi guardate, leggete».

*Cristiano Lucchi da l’Altracittà dell’aprile 1999




Mano nella mano per il parco della Piana: il 27 giugno

Un abbraccio collettivo per ricordare, come sembra sempre più evidente, che le alternative all’incenerimento dei rifiuti esistono, che si possono praticare, che si può vivere senza inceneritori e che questa scelta aiuta anche a definire obiettivi consapevoli di riduzione dei rifiuti. L’inceneritore di Firenze non verrà fatto ma ancora c’è molto altro da fare: la differenziata non decolla, non si mette in definitiva discussione il ciclo dei rifiuti, né a valle né a monte, non si pianifica la riduzione delle discariche e la chiusura degli impianti già esistenti, non si tolgono le grinfie del business sulla gestione dei rifiuti.

Un abbraccio collettivo per ribadire che la piana va protetta perché è l’unico modo per proteggere anche gli abitanti dei comuni che vi fanno parte e di quelli limitrofi. Inoltre la piana comprende anche preziose realtà faunistico-ambientali che verrebbero annientate dalle grandi opere.

Un abbraccio per confermare che non è sostenibile un aeroporto in città, né vecchio né nuovo poiché mette SEMPRE a rischio la popolazione ed è un opera impattante per il suo territorio.

L’attuale funziona dal 2003 in deroga: nessuna delle prescrizioni stabilite dalla VIA per la realizzazione di interventi necessari all’incremento del traffico aereo sono state rispettate, anche ARPAT ha appena multato la società per criticità d’impatto acustico. Ma basta andare a Peretola per rendersi conto dell’insostenibilità acustica e sanitaria di tale infrastruttura. Di quella che c’è e di quella futuristica decisa dalle lobby a dispetto di ogni ragionevole pianificazione urbanistica della città.

Immaginiamo quindi che dal Polo Scientifico di Sesto si snodi un “serpentone”, una catena solidale di abitanti che, mano nella mano, formano un lungo abbraccio dal presidio No Inc – No Aero dell’Osmannoro a Sesto Fiorentino.

Poi tutti insieme al presidio per una serata insieme con buon cibo e musica.

Ritrovo alle ore 19.00 al Polo Scientifico di Sesto Fiorentino.
Dal Polo partirà un serpentone che si snoderà verso Sesto, una catena di abitanti che, mano nella mano, formano un abbraccio solidale che difende il Parco e la Piana!

Finiremo poi al Presidio, con cena alle 21.00 e a seguire dalle 22,30 musica, birra e banchetti informativi.

#UNVISIEFATTOFARE !
#EORANOAEROPORTO !

*Presidio Noinc-NoAero (Assemblea per la Piana contro le nocività), Mamme No Inceneritore e Critical Mass Firenze




Presenze mafiose e soggetti marginali. Pericoli reali e paure indotte

Paure indotte e pericoli reali

D’estate si intensificano gli sbarchi sulle coste italiane, le “nostre coste”, quelle che a differenza di tutte le coste del mondo invece che dalla Marina sono pattugliate dal Ministero dell’Interno.
Uno dei vari motivi addotti è che le migrazioni portano la mafia.
Un volantino di un partito di governo, il meno arcigno all’apparenza, titola così: “Obiettivo sbarchi zero”. E’ stato redatto da una parlamentare vicepresidente della commissione sulle nuove mafie.
Mafie mai viste e terribili, come i nigeriani che, se li lasciassimo sbarcare, ci inonderebbero di riti pagani e ci mangerebbero il cuore.
E se un ragazzo che sta sui barconi o sulle navi delle ONG non si è attrezzato prima e quindi non ha nessuna mafia da importare, ci penseranno ‘ndrangheta camorra e i siciliani tutti a trovargli un posto di pusher, bodyguard o killer.

Questa è la vulgata, questo poteva essere anche il pensiero di alcuni di noi, o almeno le immagini che ci sono familiari per averle sempre avute accanto, come Che Guevara o la Madonna di Pompei.

La riprova

In una strada di Firenze famosa per il lusso e le attrazioni turistiche, un bar è sottoposto a sequestro. Era di proprietà di alcuni mafiosi che con diversi prestanome vi investivano denaro sporco ripulendolo, per poi far via via fallire l’attività e ricomprandola, senza versare ogni volta il dovuto in previdenza e assicurazioni.

In quella strada esiste una fitta rete di “cittadini attivi” che spiano dalle finestre quelli che loro chiamano sgnorilmente “immigrati balordi” e li denuncino per un nonnulla. Esistono ben tre comitati di strada facenti capo a un “capostrada” che si sono formati per garantire “ordine e sicurezza” a negozianti e residenti. Ebbene, nessuno si era accorto dei mafiosi, tutti concentrati a monitorare i poveri immigrati .
Adesso però tutti esultano e il comitato di una via parallela, molto meno nobile e assai più malfamata (più carina e movimentata a detta di chi non ha pregiudizi), commenta così la notizia del sequestro:
“Se hanno trovato la mafia lì, chi sa cosa troverebbero da noi!”

Ed eccoci alla nostra Firenze chiusa provinciale micragnosa, che questa iniziativa allo Spazio InKiostro cerca di dotare di strumenti aggiornati per contrastare la mafia dove c’è, senza bisogno di vederla ovunque.

Primo intervento, di grande interesse per la novità dell’argomento trattato, di Francesca Conti.
Si è concentrata su un episodio inquietante e rivelatore della vita fiorentina: un gruppo di vigilantes assoldati da un comitato di quartiere per proteggere alcune zone turistiche dal “degrado”.
Per degrado i benpensanti organizzatisi in apposito comitato intendono chi mangia fesa di tacchino e beve birra seduto sui gradini dei portoni di fronte al vinaio che sfama chi non si può permettere i prezzi dei ristoranti per turisti più ricchi.
A dissuadere questi turisti un po’ straccioni hanno chiamato persone fasciate in una divisa confezionata da loro, un po’ ridicola come quella dei super-eroi: pettorina blu orizzonte con uno stemma, maglietta e jeans tono su tono, grandi occhiali scuri che fanno la faccia feroce.
Francesca Conti ha spiegato le ragioni per cui simili interventi nelle strade cittadine anziché aumentarne la vivibilità le rendono meno sicure, ma ci ha anche informato di un possibile collegamento tra questi vigilants e gruppi di mercenari.
Esiste infatti sopra Scandicci un campo in cui si allenano contractors. Ufficialmente giocano alle guerre simulate, in realtà seguono corsi di sopravvivenza, tiro di precisione per cecchini e tattica militare, a cui si aggiungono corsi mirati alla conoscenza degli usi e dei costumi delle popolazioni presso cui potrebbero essere ingaggiati come mercenari.
Le ditte che forniscono mercenari nel mondo non sono molte e questa è una delle poche italiane che manda realmente i suoi uomini all’estero, tanto che alcuni sono stati fatti prigionieri.
Ebbene, il presidente del gruppo di vigilantes e l’addestratore dei mercenari sono..la stessa persona.
Firenze entra nel business della protezione, un mondo in cui -davvero- si trova di tutto.

Nel secondo intervento Rosa di Gioia e Graziana Corica, alternandosi con grande sintonia ed estrema chiarezza, raccontano alcune vicende di mafia in toscana, una legata anch’essa al business della protezione, altre a commerci leciti e illeciti e al riciclaggio di denaro. Non si tratta di semplice aneddotica o di cronaca nera atta a farci credere che viviamo in un mondo brutto e scuro, al contrario, ascoltandole si ricevono, forse per la prima volta, alcuni strumenti per capire meglio la penetrazione delle mafie, valutarle e comprenderle per quello che sono.
La più preziosa delle indicazioni che emergono dalle loro ricerche è una serie di dimensioni che caratterizzano l’azione mafiosa nella nostra regione. Tre come le dimensioni della spazio, altezza larghezza e profondità. O come gli assi cartesiani: xyz. O ancora, per complicarci la vita, come le tabulae di Bacon: dell’assenza, della presenza e del grado.
Le dimesioni che Di Gioia e Corica ci propongono di tenere a mente sono queste:
.Violenza
.Tipo di attività legale o illegale
.Coinvolgimento di una zona grigia (professionisti, prestanome, funzionari compiacenti…)
Non sempre la mafia in Toscana arriva con gli scagnozzi e i killer, anche se qualche guardaspalle non se lo fanno mancare mai.
Perciò non possiamo fare l’equazione tra mafia e violenza e dire che dove c’è violenza c’è mafia.
Non è neanche vero che le attività dei mafiosi sono per forza esplicitamente illegali, possono essere legali o addirittura benefiche, come la raccolta di abiti usati che la gente dona nelle campane con scritto Caritas: illegale è casomai il modo di procedere nella gestione di queste attività e nell’assicurarsene il monopolio.
Non è infrequente il coinvolgimento di professionisti e funzionari compiacenti ma non è obbligatorio, e non è così esteso da rendere impossibile il contrasto alla mafia. Altro mito da sfatare “Sono tutti collusi”.

Vero è che la mafia c’è, che qualche volta si organizza in forme che ricordano quelle delle regioni di provenienza e che fa affari in diversi settori della vita economica, dai locali notturni, ai ristoranti, alle imprese, al mondo immobiliare.
E’ vero che può assumere le forme di piccole organizzazioni presenti sul territorio perché allontanate dalla loro terra di origine dai tribunali (o da altri mafiosi), ma può anche essere la longa manus che fornisce denaro o che lo prende senza mai farsi vedere.
Vero è che ha un ruolo anche nel traffico di esseri umani, come molte altre organizzazioni che dispongono di ingenti capitali da investire (la Open Society, la Chiesa…), ma non si può dire che detiene una posizione di monopolio o che lo gestisce perché “punta a..”
La mafia punta unicamente a far soldi nei settori in cui può penetrare.
La sua penetrazione in Toscana incontra degli ostacoli per una serie di ragioni che abbiamo provato a sviscerare.
La più nota è la tenuta democratica e la coesione civica delle regioni del centronord. In molti casi anche questo è un mito da sfatare, pensiamo solo al Giglio Magico… E’ probabile invece che sia la seconda ragione a fare da catechon contro le mafie: la presenza di ampi settori dell’economia toscana organizzati secondo logiche consolidate e autoctone che non lasciano spazio alle infiltrazioni mafiose: lavoro sottopagato, appalti poco trasparenti, intrallazzi non sono in mano alla mafia nella misura in cui altre reti con altre storie e altre appartenenze li gestiscono da tempo e con profitto.

A questo punto non potevamo andare via senza sapere cosa è la mafia, visto che i nostri schemi preconcetti erano stati demoliti. Ancora una volta il dialogo ha prodotto la risposta migliore: la mafia, che quando si espande cerca occasioni di affari sul territorio di riferimento, esercita un contropotere, crea un antistato. Certamente la mafia siciliana, la ‘ndrangheta e la camorra, la più presente in Toscana, fanno così, ma anche la mafia cinese. I rapporti tra mafie di diverse nazionalità sono solitamente improntati alla mutua esclusione o alla provvisoria gestione di certi settori. Da sfatare anche il mito di tutte le mafie straniere che non aspettano altro che di mangiarsi l’Italia: queste organizzazioni di solito vessano e sfruttano i propri concittadini, al di fuori di quell’ambiente soffrono la concorrenza delle mafie locali e, come si è detto, delle reti di sfruttamento locali che mafie non sono.
E da un punto di vista accademico forse è sbagliato anche chiamarle mafie.
Ma noi a Spazio InKiostro non abbiamo fatto accademia, ci siamo ritemprati per contrastare la mafia quando la si incontra davvero, buttando via un sacco di luoghi comuni.

*Massimo De Micco




Reincantare il mondo con Silvia Federici

Se con diversi degli altri testi da noi recensiti abbiamo visto come il capitale si stesse, tra le altre cose, appropriando dei beni comuni, con il lavoro di Silvia Federici vediamo come la loro ri-appropriazione sia non soltanto un atto dovuto di legittima difesa, ma anche una forma di risposta e di lotta. Beni comuni dunque come strategia da mettere in campo per resistere all’avanzare dei rapporti capitalistici in vista di una vita degna di essere vissuta. Scoprire che il mondo è un luogo ormai del disincanto, trovando però, in questo nuova consapevolezza, le forze e le motivazioni per “reincantarlo”.

L’autrice usa il termine anglosassone di commons che la traduzione mantiene in riferimento a un senso più complessivo rispetto a quelli che in italiano vengono denominati “beni comuni”; data questa puntualizzazione useremo qui beni comuni nell’accezione dell’inglese commons.

C’è una discrepanza, una crepa, una frattura tra il sentire della maggioranza delle popolazioni del mondo e le politiche istituzionali, tra interessi di tutti e egemonia del privato, tra terreni comuni (in senso astratto, ma anche concreto) e espropriazioni-appropriazioni tramite enclosures, quelle recinzioni indispensabili all’accumulazione originaria, che così si rinnova riproducendo il sistema. E in questa crepa, dice Federici, come l’erba che cresce tra quelle del cemento urbano, nascono e devono moltiplicarsi le nostre capacità di cooperazione in difesa dei beni comuni, commons che occorre anche rigenerare ri-mettendo in comune ogni riappropriazione e ogni nuova conquista. Ma non è questa una prospettiva da costruire tutta ex novo, perché è in questa direzione che, a partire dagli anni Novanta, si sono sviluppate innumerevoli lotte. E il punto di vista con il quale l’autrice guarda a queste lotte è globale con esempi dall’Africa, dall’Asia e dalle Americhe.

Il testo raccoglie articoli scritti in un lasso di tempo abbastanza ampio, ma i contributi più vecchi non sono “datati”, tendono invece a restituirci un apparato concettuale utile anche per il proseguo della lettura. Così è del concetto di enclosures citato sopra che per Federici non può fare soltanto riferimento al fenomeno delle recinzioni delle terre comuni avvenute in Inghilterra tra il XVII e il XIX secolo, ma a più fenomeni che si ripetono e che hanno in comune la capacità di disarticolare il corpo sociale e la produzione di differenze e diseguaglianze utili al sistema. Pertanto la storia dell’accumulazione originaria non è soltanto quella inerente al lavoro salariato, ma deve essere letta anche dal punto di vista degli schiavi, degli indigeni espropriati e delle tante vittime del potere capitalista che dividendo, isolando, inquisendo, trova gli elementi della sua perpetuazione. È, ad esempio, nel campo specifico della riproduzione della forza lavoro, che emergono le vittime designate di questa operazione: le donne e i loro corpi come dimostrano le altre ricerche della stessa Federici a proposito della caccia alle streghe sia in Europa, sia, in epoca più recente, nelle nazioni colonizzate e cristianizzate (su questo l’autrice aveva già scritto un importante saggio “Calibano e la strega” pubblicato da Mimesis nel 2015). Ma il contributo di Federici non si limita a questa espansione del concetto e dei soggetti dell’accumulazione, tramite essi critica anche gli errori derivati da questo tipo di miopia. Quelli, ad esempio, relativi alle piantagioni statali in Mozambico e le fattorie a conduzione centralizzata in Zimbabwe, che sono state facile preda dei contras non riuscendo a mettere in campo una forte opposizione espletata attraverso il possesso comune delle terre tramite il quale poter esprimere una forma di autonomia e di autosufficienza autarchica. Questo anche a sottolineare la valenza vincente in termini di opposizione e resistenza che i beni comuni esprimono. Bene comune che traduce quindi un potenziale rivoluzionario in sé, diventando strumento e fine di una trasformazione egualitaria.

Anche qui, come per altro negli altri saggi di questa rassegna del pensiero intorno alla ecologia politica, uno dei punti fondamentali è quello di uno spostamento dell’asse principale intorno al quale si esprime la lotta di classe e cioè dal sistema di produzione in generale, a quello della riproduzione della forza lavoro. Elemento questo che è uno dei meriti più fruttuosi del movimento femminista internazionale; perché è qui che si produce vita e resistenza alla sua espropriazione.
Dice giustamente Federici a proposito dell’uso del debito nei paesi africani quale dispositivo estrattivo: «La crisi del debito è un tentativo sistematico di distruggere questa capacità del villaggio e del comune di produrre vita, per sostituirla con la capacità di produrre plusvalore» (p. 67). Ma c’è un capitolo specifico sui rapporti tra comune e debito che, anche per Federici come abbiamo più volte sottolineato, «è usato dai governi e dalla finanza non solo per accumulare ricchezza ma per indebolire la solidarietà sociale e gli sforzi che i movimenti stanno facendo a livello internazionale per creare alternative al capitalismo» (p.90). Il debito diviene allora il luogo in cui le difficoltà e le transizioni economiche assumono anche un carattere moralistico che maschera una realtà profonda per la quale povertà e miseria non dipendono da una mancanza di capitale ma da una ingiusta redistribuzione della ricchezza.

Il contributo femminista alla riflessione sulla riproduzione della forza lavoro è incentrato su una considerazione di base per la quale non possiamo considerare la vita sociale interpretata da un soggetto astratto, universale e asessuato che non risente delle differenze e delle gerarchie insite nella divisione del lavoro, con un discrimine da non poter più sottacere che è quello tra il lavoro salariato e quello non salariato. Non si può cioè ignorare «che nella società capitalista la riproduzione della vita quotidiana sia stata sussunta alla riproduzione della forza lavoro e costruita come lavoro “femminile” non retribuito» (p.159). Elemento questo rivendicato dai movimenti delle donne sin dagli inizi degli anni ’70 del secolo scorso e che ci permette di poter mettere in campo un concetto quale quello di “patriarcato del salario” che non rispecchia semplicemente una rivendicazione di genere, ma che esprime una ennesima contraddizione del capitale.

Occorre poi ricordare i tagli allo stato sociale, quelli ai servizi e in particolare quelli relativi all’istruzione e alla sanità, che hanno riportato nelle case, di nuovo con un carico di genere, i lavori relativi alla cura dei bambini, degli anziani e dei malati cronici. In questo scenario la risposta non può semplicemente essere figlia del conflitto tra capitale e forza lavoro salariato. La lotta, meglio le lotte si devono articolare perciò su fronti i più variegati comprendendo forme di mutualismo e assistenzialismo che hanno però in comune la ricostruzione dei beni comuni; come se – pur potendo apparire poca cosa – si volesse lasciare un segnale che racconta che un altro mondo è possibile e che da subito possiamo iniziare a costruirlo.

Si tratta in definitiva di mettere in atto il potenziale che scaturisce dalla nostra capacità di trasformare le pratiche della vita quotidiana in una lotta collettiva. Si tratta anche di gestire questa nuova consapevolezza per metterla a disposizione delle lotte e delle resistenze. Occorre allora adoperarsi per l’ampiamento della sfera delle conflittualità a partire dai modi della produzione e dal lavoro salariato, per finalmente comprendere tutto l’ambito della riproduzione. A questo proposito, c’è uno splendido XIII capitolo intitolato: “Marx, il femminismo e la ricostruzione dei commons”, dove – in un gioco che va oltre Marx con gli strumenti di Marx – la natura, le donne e i corpi riescono a esprimere, urlare, la loro smisurata voglia di reincantare il mondo.

Abbiamo già parlato dell’azione attuale del capitale che anche e proprio dai beni comuni cerca di estrarre profitto, facendo diventare i beni comuni stessi lo strumento con i quali poter ricostruire le sue fortune, ma il messaggio che il movimento femminista e l’autrice cercano di fare passare è quello che proprio in essi, nella loro difesa, nella messa in atto delle potenzialità anti sistema che essi esprimono, che possiamo trovare un terreno di lotta che recuperi e potenzi l’efficacia delle grandi lotte che la classe operaia ha messo in atto sino a ora.

L’autrice non trascura poi un terreno a noi caro quando racconta il tentativo del capitale di privatizzare lo spazio urbano. «Da Nuova Delhi a New York, da Lagos a Los Angeles […] è sempre più proibito vendere in strada, sedersi su un marciapiede o stendersi in spiaggia senza pagare» (p. 174). Cosa che noi non ci stanchiamo di mettere in evidenza constatando che quello che noi denunciamo non è soltanto una perversione locale o personale, ma un preciso disegno del capitale per questo ben riconoscibile anche da parte di una ricercatrice che pur essendo nata in Italia vive e lavora negli Stati Uniti.

Forse il contributo più originale è quello per il quale si ha che se i commons – i beni comuni – pur essendo sotto l’attacco del capitalismo finanziario e post fordista, la loro conservazione o riappropriazione possono anche essere uno strumento di lotta, possono cioè essere essi stessi modi alternativi al capitale stesso, almeno come forme transitorie. I commons, non sono cioè soltanto il fine di una lotta contro il capitale, ma ne sono anche i mezzi. In questa chiave, però, i beni comuni devono avere determinate caratteristiche, eccone alcune: i beni comuni non sono dati, ma sono prodotti, perché non si tratta di beni o cose esistenti di per sé, ma frutto di pratiche sociali costitutive. Devono garantire la riproduzione della vita e basarsi sul lavoro collettivo. Si basano su una forma di ricchezza sociale o naturale condivisa utilizzata da tutti e non a scopo commerciale. Non bisogna poi confondere il “comune” e il “pubblico” essendo quest’ultimo gestito dallo Stato e fuori dal nostro controllo. Il comune fa sì riferimento a una comunità, ma non a un’identità, si riferisce in particolare soltanto a quella comunità che si adopera per la sua riproduzione.

Quando Max Weber parlava di disincantamento si riferiva alla scomparsa dal mondo di ciò che è magico, misterioso, incalcolabile, ma anche, sostiene l’autrice, come a una perdita della capacità di riconoscere una logica diversa da quella del capitale. Reincantare il mondo significa per Silvia Federici smascherare le seduzioni apparenti da parte di alcune tecnologie che sembrano ampliare le capacità umane, ma che intervengono sul tempo, rubandoti tempo, stornando il tuo tempo. Per recuperare invece un tempo che possa soddisfare «al bisogno di sole, vento, cielo, al bisogno di toccare, sentire gli odori, dormire, fare l’amore, stare all’aria aperta invece di essere circondati da pareti chiuse. […] Produrre cibo ed esseri umani è infatti un’esperienza e una pratica qualitativamente diversa dal produrre macchine» (pp. 211- 217).

Silvia Federici, Reincantare il mondo – Femminismo e politica dei commons, ombre corte, Verona 2018, pp. 222, € 19.00.

*Gilberto Pierazzuoli




Il ritorno della “razza”. E’ online il nuovo dossier curato da Lunaria

Andiamo a picchiare i neri, Pomigliano, 13 gennaio 2018.
A negri qua non ce potete sta, se non ve n’annate so’ affari vostra, Tarquinia, 21 gennaio
2018.
Non mi faccio visitare da un negro, Cantù, 27 gennaio 2018.
Gas per i negri, Isola del Gran Sasso, 27 gennaio 2018.
Non possiamo smettere finché voi negri siete qui, Pavia, 5 febbraio 2018
Sporchi negri tornate a casa vostra, Roma, 8 marzo 2018
Sporco negro, odio i negri, Riccione, 22 marzo 2018

Le frasi sopra richiamate non sono state pronunciate in campagna elettorale. A Pomigliano, Tarquinia, Pavia, Roma e Riccione hanno accompagnato cinque aggressioni razziste. A Cantù sono state pronunciate da una donna che ha rifiutato l’assistenza sanitaria da parte di un medico “nero”. A Isola Gran Sasso sono state scritte su una canalina della rete del gas vicina a un centro di accoglienza.

Il ritorno della “razza” (Utilizziamo, scusandoci e consapevoli di esserne poco degni, un’espressione usata da Etienne Balibarè) è andato dunque ben oltre la nota dichiarazione adiofonica dell’allora candidato e oggi governatore della regione Lombardia Attilio Fontana: “Dobbiamo decidere se la nostra etnia, se la nostra razza bianca, se la nostra società deve continuare a esistere o se deve essere cancellata”, Radio Padania, 15 gennaio 2018.

Nei due casi di violenza più gravi avvenuti nei primi tre mesi dell’anno, i fatti hanno del resto parlato da soli: Luca Traini ha scelto a Macerata il 3 febbraio di sparare all’impazzata contro persone rigorosamente nere, ferendone sei. Roberto Pirrone ha ucciso a Firenze il 5 marzo Idy Diane, scegliendolo camminando su un ponte dopo aver incontrato altre persone sul suo percorso. In entrambi i casi eravamo in piena campagna elettorale. La stessa delel parole di Fontana.

L’assassinio a colpi di fucile di Soumalya Sacko, maliano di 29 anni, a San Calogero è invece avvenuto dopo il voto ed è l’ennesimo segnale di come l’estrema precarietà delle condizioni di lavoro agricolo in certe aree del Mezzogiorno e il clima politico generale rendano nullo il valore della vita degli immigrati, specie di quelli africani. E non possiamo non menzionarlo anche se questo rapporto contiene dati e segnalazioni che si fermano al 31 marzo 2018. Se i media e il discorso politico di ministri destinati a gestire la questione delle migrazioni adottano un linguaggio aspro e dai toni razzisti e xenofobi, se questo linguaggio viene rilanciato e alimentato dai social network, i casi tragici come quello delle campagne calabresi rischiano di divenire la normalità.

Nel nostro ultimo libro bianco abbiamo evidenziato l’involgarimento del dibattito pubblico e lo scivolamento progressivo dalla banalizzazione, alla normalizzazione, alla legittimazione fino alla rivendicazione e all’ostentazione delle violenze razziste. Nei primi tre mesi del 2018 si è andati oltre. Una campagna elettorale piena di stigmatizzazioni e di offese razziste ha premiato, come mai prima, le forze che più hanno esibito il “bastone” contro i migranti, i richiedenti asilo, i rifugiati e i cittadini di origine straniera annunciando espulsioni e rimpatri di massa, la chiusura dei centri di  accoglienza, l’apertura di altri centri di detenzione e la riduzione dei diritti cittadinanza a “privilegi” per i cittadini italiani nell’erogazione delle prestazioni di welfare. Obiettivi recepiti nel “contratto” che dovrebbe indirizzare le politiche del nuovo governo.

Oggi il paese è intriso molto più di sei mesi fa di un veleno nazionalista, xenofobo e razzista che, come le frasi sopra citate sembrano segnalare, ispira troppo facilmente comportamenti sociali discriminatori e violenti.

Il razzismo sembra essere diventato un logo di successo, non solo in campo politico.

Ne diamo conto in questo breve dossier a partire dai 169 casi di discriminazione e di razzismo che abbiamo documentato tra l’1 gennaio e il 31 marzo 2018, cercando di mettere in luce le tendenze più preoccupanti, a partire dalla ricostruzione delle violenze razziste più gravi, avvenute nel corso e subito dopo la campagna elettorale.

*Lunaria, giugno 2018

 




Ancora sulla tramvia a Firenze. Ma quanto ci costa?

Che siamo a favore del trasporto pubblico, e in particolare su ferro, non ci stancheremo di ripeterlo. Ma che il progetto delle tramvie fiorentine sia un disastro, anche.

Non serve essere dei tecnici per capire che un’infrastruttura va studiata in base alle caratteristiche del territorio e non viceversa, e che non si può piegare il paesaggio storico artistico e ambientale ad un’infrastruttura che per di più non nasce da un progetto complessivo di mobilità urbana. E che dunque non è affatto detto che assolva alle funzioni che le vengono attribuite, cioè la diminuzione dl traffico privato con conseguente miglioramento dell’aria e dei flussi in città. Ma veniamo ai costi ambientali e economici con dati alla mano.

Sull’aspetto economico, ecco gli ultimi dati: l’assessore Giorgetti ha sottolineato come il costo a chilometro sia molto variabile in funzione del parametro di riferimento: tra 16,2 e 33,1 milioni di euro al km. La cifra massima comprenderebbe il costo per il deposito, il materiale rotabile, le opere d’arte maggiori, le sistemazioni urbanistiche e lo spostamento dei sottoservizi. Senza conteggiare il materiale rotabile, la cifra è di 27,2 che diventano 16, 2 se non vengono calcolati i costi delle opere d’arte, le sistemazioni urbanistiche e i sottoservizi che, come precisa Giorgetti, “sono molto legati a situazioni locali”.

E’ evidente di come l’amministrazione ancora una volta non chiarisca la causa di queste cifre che sono spaventose, soprattutto se confrontate con la media europea per opere analoghe alla tramvia fiorentina, che è di 7,5 milioni di euro al Km. E a Firenze stiamo parlando di cifre quadruplicate!

In bilancio leggiamo che dei 422,4 milioni di euro previsti come investimenti in opere per il 2018 circa 342,5 milioni vengono utilizzati per finanziare le tramvie, a cui vanno aggiunte altre cifre: le tramvie 2 e 3 succhiano ancora dal bilancio comunale: 16,8 milioni fra mutui e alienazioni nel 2018, più altri 13,2 milioni in mutui nel 2019, oltre a tutti soldi già spesi provenienti dal governo e dalla comunità europea.

Come si è detto già troppe volte, la scelta di Firenze è stata per il modello di tramvia più costosa e più impattante anche sul piano ambientale. Infatti i due aspetti vanno di pari passo.

Sotto questo profilo, il caso più recente riguarda la selva di pali alla stazione di Santa Maria Novella; secondo l’assessore Giorgetti prima si fanno partire le tramvie e poi si vedrà come mitigare l’impatto dei pali, infatti finora non è stata fatta alcuna valutazione o studio sulle possibili mitigazioni. Anzi, a mia precisa domanda Giorgetti ha risposto che sono previsti “6 pali anche per il passaggio della tramvia in piazza San Marco, 7 in La Pira e 2 in via Cavour. Ma la Soprintendenza non ha fatto alcuna osservazione in merito, aspettiamo di sapere quali saranno le proposte della sovrintendenza per il miglioramento dell’impatto estetico in piazza dell’Unità e le proposte anche sul prolungamento fino a San Marco.”

Un dettaglio (non così secondario): per piazza dell’Unità va osservato che dalle pagine ufficiali di: tranviafirenze.blogspot.it si legge: “Il capolinea è solo provvisorio, per la linea 2, infatti dal tragitto si legge che una volta imboccata via Guido Monaco, percorre via Alamanni ricongiungendosi con la Linea 1 e interscambia con essa alla fermata della Stazione S.M.N., fino al capolinea di piazza dell’Unità (provvisorio, fino alla realizzazione della tratta di collegamento v.le Strozzi-v.le Lavagnini-p.zza della Libertà-p.zza San Marco: Variante Valfonda ).In realtà la linea 3.1 non sarà altro che il prolungamento della linea 1 fino a Careggi.”

Quindi né la linea 3.1, ne la linea 1 utilizzeranno il capolinea in Piazza dell’Unità; le domande che sorgono spontanee sono: quale sarà, se ci sarà un suo utilizzo futuro, o si tratta di uno scempio inutile e costoso, e perché se si conferma come provvisorio non sono state studiate altre alternative?
In tutto questo l’amministrazione l’anno scorso ha un lampo di genio (possiamo dire fuori tempo massimo?), così si accorge che ci possono essere soluzioni meno costose e meno impattanti, con i mezzi elettrici, infatti partecipa al bando europeo per ottenere i finanziamenti, per il jumbo bus.
Nel frattempo per i mezzi pubblici su ruota e i mezzi di soccorso la vita non è facile: c’è stata la cancellazione di ben 14 le corsie preferenziali negli ultimi anni e le ultime realizzate risalgono appunto al 2013-2014, cioè Via della Scala, Via Valfonda e Viale Europa. La mia proposta di stanziare fondi per le nuove busvie è stata bocciata dal Consiglio che rimanda la realizzazione di nuove busvie al termine dei lavori della tramvia. Nonostante il trasporto pubblico rimanga spesso bloccato nel traffico, anche dovuto ai cantieri delle tramvie, già dal bilancio 2013 c’è lo stanziamento e un progetto per l’ampliamento delle busvie.

Bocciate anche le proposte di realizzare nuovi collegamenti elettrici per il centro, approvata dalla commissione Ambiente ma poi respinta dal Consiglio Comunale e le proposte di agevolazione per il trasporto serale per le donne.

A 15 giorni dalla partenza della non si conosce quale dovrebbe essere la nuova riorganizzazione del trasporto pubblico su gomma, ma sappiamo che sono previsti 286 mila euro per fare comunicazione su questo, che seguirà Florence Multimedia, fondata da Renzi al tempo della sua presidenza in Provincia.

L’unica certezza è che Aumenterà il biglietto Ataf e tramvia: dal 1 luglio 2018 è previsto infatti lo scatto degli aumenti del biglietto Ataf. Di cui si è già parlato qui.

Che manchi un piano di mobilità a Firenze lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle per i disagi dei cantieri e lo svilimento del trasporto pubblico su ruota, come abbiamo visto la soluzione, è stata quella di acquistare i nuovi bus diesel, siamo consapevoli nonostante Firenze sia la 31esima area più inquinata d’Europa a causa della forte presenza del biossido d’azoto (NO2) emesso dai motori diesel, con le ripercussioni sulla salute pubblica.

Vogliamo aggiungere il danno ambientale del taglio dei numerosi alberi per la realizzazione delle tramvie? Giusto per citarne alcuni ricordo i 50 alberi in via Tavanti a Rifredi, in viale Belfiore, Palazzo dei Congressi, oltre i 20 Pini in piazza SM Novella, per i quali hanno sempre negato il collegamento con il cantiere che però è stato aperto esattamente nello stesso luogo.

Insomma, se sono accettabili i disagi della popolazione in vista di un futuro migliore, diventa davvero troppo pesante pagare sulla propria pelle (e tasche) enormi disagi per un futuro del tutto incerto.

*Miriam Amato




Vittoria alla ZAD. Ma la lotta (per la terra) continua

Lettera aperta ai comitati locali e a tutti quelli che vorrebbero capire cosa sta succedendo alla ZAD (zone à defendre, zona da difendere) di Notre Dame des Landes a Nantes. 

La lotta contro il progetto di costruzione di un nuovo aeroporto nella zona di Nantes, in Francia, nel corso degli anni è diventato anche un laboratorio sperimentale per nuove forme d’organizzazione e di vita. Gli occupanti e attori di questa storica bagarre hanno costruito un progetto collettivo su terre che sono stati in grado di difendere dall’aberrazione economica neo-liberale. Quest’anno il progetto dell’aeroporto è stato finalmente accantonato, ma la volontà dello Stato Francese è quella di un ritorno alla normalità, costi quel che costi. La lotta non è ancora finita…

Maggio 2018. Sembra difficile capire e seguire da lontano quel che succede negli ultimi mesi qui alla ZAD di Notre Dame des Landes. Per questo vorremmo cercare di presentare in questo testo quello che crediamo stia accadendo, anche se non siamo tutti d’accordo e che, anzi, le opinioni tra noi occupanti sono molto divergenti tra loro.

Vittoria e paure. Il 17 gennaio 2018, quando fu annunciato pubblicamente l’abbandono del progetto d’aeroporto, è stato per tutti i movimenti l’annuncio della vittoria di una lunga battaglia, destinato a rinforzare e rimotivare molte altre lotte di questo genere. Almeno per una volta, una lotta era riuscita a vincere contro un progetto di Stato, sostenuto dalle grandi imprese. Ma per molti di noi, la fase successiva a quest’annuncio si presentava difficile e piena di preoccupazioni. Il governo annunciava infatti nello stesso tempo un «ritorno allo stato di diritto» proprio in questo luogo dove tutte le decisioni sono sempre state prese esclusivamente dagli abitanti del posto. Come avremmo potuto continuare a portare avanti quello che avevamo materialmente e umanamente costruito in questa zona ? Molti di noi hanno scelto di vivere qui e non solo per opporsi ad un progetto d’aereoporto. In che modo avremmo portato avanti la lotta contro il «loro mondo», soprattutto nel contesto attuale della politica di Macron e dello sviluppo mondiale del liberalismo?

Tutto è precipitato: la strada e compagnia bella

Da qui in poi il ritmo, quello dettato dal governo nel quale ci siamo ritrovati immersi, è diventato molto serrato e ci è spesso mancato il tempo per discutere insieme di tutte quelle decisioni politiche difficili e complesse di fronte alle quali ci siamo trovati e che spesso comportavano un problematico compromesso coi nostri ideali. Una delle decisioni più dure è stata quella di abbandonare la strada che avevamo parzialmente occupato dal 2013 (la D281 «la strada a zig zag»). Alcuni di noi erano convinti che questa remissione avrebbe significato l’abbandono di uno dei punti strategici più forti della ZAD e quindi un regalo allo Stato che si preparava alle espulsioni promesse dopo l’annuncio dell’abbandono del progetto. In seguito alle forti pressioni e alle convinzioni di una parte del movimento, la D281 è stata liberata dai suoi ostacoli sotto l’occhio attento dei gendarmi che hanno approfittato di questo momento per installarsi sulla zona. Le paure a proposito dello sgombero si sono in seguito confermate: la polizia non se n’è mai andata dalla strada, ne ha approfittato per fare i suoi reperaggi, tagliare in due la zona (operazioni utili per le espulsioni che son seguite) e per abituare la gente alla loro presenza sul posto.

Negoziati. Già prima dell’annuncio dell’abbandono del progetto, il movimento contro l’aeroporto e le assemblee degli utilizzatori avevano deciso di formare una delegazione tra tutte le parti in causa per discutere di fronte allo Stato dell’avvenire della ZAD senza aeroporto. Dopo una serie di dibattiti difficili, anche gli occupanti della ZAD hanno deciso di partecipare a questa delegazione. Alcuni di noi pensavano che fosse importante restare tutti uniti per poter continuare insieme a immaginare il «poi», per altri restava inconcepibile scendere a patti con lo Stato e tentare una serie di negoziati con il Prefetto.

La delegazione si è comunque formata in mezzo a mille difficoltà e ha presentato 3 grandi rivendicazioni di base: innanzitutto il rifiuto delle espulsioni in favore di una ricerca di regolarizzazione per tutte le soluzioni abitative; la non-attribuzione delle terre in modo da lasciare il tempo al movimento di costituire un’entità giuridica capace di gestirle e per finire, l’amnistia per tutte le persone vittime della repressione durante gli scontri degli anni precedenti. La Prefettura non ha voluto cedere su nessun punto, a parte sul blocco della proprietà fondiaria e non ha voluto intender parola sul progetto di «gestione collettiva».

Conflitti intestini. Dal momento in cui l’annuncio dell’abbandono del progetto d’aereoporto è stato pronunciato, è venuta a mancare la ragione più significativa, quella che cementava insieme le persone all’interno di ogni gruppo e i diversi gruppi tra loro. Adesso vengono fuori i disaccordi e nascono conflitti interni. Sulla ZAD alcuni si dicono disposti a scendere a compromessi, quindi accettare una sorta di «legalizzazione» per garantire la sicurezza della propria installazione; alcuni accettano solo i compromessi ritenuti «compatibili» con il collettivo, altri, invece, vogliono rimanere coerenti alle proprie idee senza piegarsi alle esigenze di un sistema che si vuol combattere e quindi , dicono, meglio farsi espellere degnamente rimanendo «pirati».

All’interno delle associazioni, alcuni sono pronti a battersi per il futuro della ZAD, un futuro come l’avevamo immaginato e scritto insieme, mentre altri sognano invece che, adesso che il progetto d’aereoporto è stato bloccato, tutto finisca, torni come prima, magari con qualche installazione agricola in più.

La prima ondata di espulsioni. La prima fase di espulsioni del 2018 inizia il 9 aprile; mentre la sera del 12 la Prefettura annuncia la fine delle operazioni guidate dalla gendarmeria. In questo lasso di tempo si sono registrate più di 200 persone ferite dalle forze dell’ordine, 60 persone arrestate e circa un terzo della ZAD raso al suolo. Durante questa settimana ci sono state ovunque delle manifestazioni di sostegno: in Francia e in Belgio e anche a Lisbona, Vienna, Tunisi e Londra davanti alle ambasciate francese e azioni in Chiapas, Palestina, India, Quebec Grecia e altri paesi.

Occupazione militare, repressione e resistenza. L’occupazione militare è iniziata dal momento in cui la strada è stata «riaperta», ma dopo la prima ondata di espulsioni e la tregua decretata dalla Prefettura si è passati ad un altro tipo di pressione. L’intento sembra esser quello di portare avanti una «guerra psicologica» con immagini meno violente, un’occupazione quotidiana che mostri la forza di Stato grazie ad una sfilata di autoblindati, furgoni, elicotteri e droni a go-go. Le ragioni addotte per giustificare questo dispiegamento di mezzi sono quelle di «garantire la circolazione sulle strade», la pulizia dei detriti delle installazioni rase al suolo e il colmo, per proteggere coloro che hanno presentato un legale progetto d’installazione dagli «squatters». Nel frattempo ci sorvegliano, ci feriscono e ci arrestano, bloccano le strade principali e quelle secondarie, cosa che rende il nostro quotidiano e il lavoro nei campi duro e difficile. Noi abbiamo resistito a quest’occupazione. Abbiamo costruito barricate con tutti i mezzi a disposizione e trincee sulla strada, ogni giorno, ogni volta che i gendarmi se ne andavano. Ogni giorno nuovi scontri.

I moduli. I famosi «moduli» per la richiesta di legale installazione di cui tutti parlano, sono semplicemente delle dichiarazioni d’intenzione per dei progetti agricoli che permetterebbero ai richiedenti d’ottenere delle Convenzioni d’Occupazione Precaria (COP). Si tratta di contratti gratuiti che danno pochi diritti e che lo Stato può annullare in qualche giorno. Inoltre non c’é mai stata nessuna garanzia da parte dello Stato sul fatto che le dichiarazioni d’intenzione si sarebbero trasformate in COP. Appena prima dell’ondata di espulsioni, l’assemblea degli utilizzatori aveva inviato una richiesta di occupazione precaria collettiva che avrebbe dovuto comprendere tutte le terre e le abitazioni della ZAD, a nome dell’«Associazione per un futuro comune delle terre» che era stata creata come porta-voce delle decisoni dell’assemblea. Successivamente alla prima ondata di espulsioni, la delegazione chiese un appuntamento alla Prefettura per il 18 aprile ma, in quest’occasione, qualsiasi tipo di convenzione collettiva fu rifiutata in blocco.

Il giorno dopo, in occasione dell’assemblea generale degli occupanti, abbiamo deciso di compilare i moduli in modo da coprire tutta la ZAD. Il solo modo per riuscirci era di firmare tutti insieme, oppure di non firmare in blocco, in modo che tutti i progetti risultassero saldati tra loro e questo continuando a resistere e a mobilitarsi sul terreno stesso. I moduli presentati contenevano progetti agricoli, artigianali e culturali, ma solo quelli agricoli sono stati presi in considerazione.

La seconda ondata di espulsioni. Dopo la prima ondata, il governo ha lanciato un ultimatum (il 14 maggio) contro coloro che non si fossero integrati nel quadro delle proposte avanzate dallo Stato (Benjamin Griveaux, portavoce del Governo, 24 aprile). La mattina del 17 maggio centinaia di gendarmi attraversano le barricate a piedi e circondano il bosco di Rohanne. Sgomberano gli abitanti e distruggono quattro luoghi nei dintorni del bosco. Tra gli attacchi lampo di 2000 gendarmi che raggiungono facilmente i loro obbiettivi e la nostra debole mobilitazione, il bilancio è amaro: tutti i luoghi che non avevano presentato il famoso «modulo»vengono sgomberati e distrutti.

E adesso? Adesso non sappiamo più a che punto siamo. Siamo spossati dai conflitti e dalla fatica accumulata in seguito a queste settimane di sgomberi e di presenza delle forze dell’ordine. Ma c’é ancora tanta gente che viveva qui e che rimane, determinata a farlo costi quel che costi, con la voglia di costruire qualcosa e di continuare a lottare. C’é ancora voglia di rimanere uniti. Molti di noi vogliono continuare a difendere questa zona dove c’é spazio per le diverse posizioni sociali, le diverse situazioni e opinioni, un luogo dove rimanere legati ad altri tipi di lotta, simili al nostro. Negli ultimi tempi abbiamo spesso l’impressione di poter solo scegliere se ammalarci di peste o di colera, ma in realtà ci sono ancora tante cose da tentare, insieme a tutti quelli che vorranno.

*Alcuni occupanti della ZAD

Ringraziamo Barbara Vecchio per averci segnalato e tradotto (e adattato) la lettera da N.D. des Landes.




Uccisione di Duccio Dini: responsabilità individuali e non responsabilità etniche

Quanto avvenuto in via Canova nel quartiere dell’Isolotto fa rabbia, per la sua assurdità: è morto un ragazzo di 29 anni mentre andava al lavoro, di domenica, giorno in cui non avrebbe dovuto lavorare, coinvolto in un folle inseguimento in cui non aveva niente a che fare. Non possiamo che esprimere la nostra solidarietà alla famiglia, agli amici e a chi lo conosceva. E chi ha commesso il fatto dovrà essere punito secondo la legge.

Mentre tutta la città era scossa dalla notizia, la destra cittadina ne ha approfittato immediatamente, sciacallando sull’accaduto: per questa gente se Duccio Dini è morto non è colpa dei diretti responsabili, ma di tutta la comunità rom che abita al campo rom del Poderaccio.

È come se, invece di arrestare un criminale, si invochi l’arresto di tutto il condominio in cui abita. Certo, in un condominio povero è più facile che più inquilini si affidino a soluzioni extralegali per campare. Ed è qui il vero problema del Poderaccio: la miseria, che genera insicurezza sociale. E l’insicurezza sociale non si risolve con la polizia, come pure tutti, dalla destra a Nardella, invocano, percorrendo i soliti luoghi comuni.

Di fronte alle frottole degli sciacalli, è dunque necessario fare chiarezza:
1. Non è vero che i rom vogliono vivere nei campi. I rom e i sinta che vivono in condizioni di emergenza abitativa, divisi tra campi istituzionali e non, sono circa 26.000, su una popolazione totale residente in Italia che varia tra i 120.000 e i 180.000, una delle percentuali più basse in Europa. Quella dei campi nomadi è una realtà tutta italiana, originata dalle scelte passate delle amministrazioni comunali che hanno sempre pensato di gestire la fuga di decine di decine di migliaia di individui da condizioni economiche disastrose e dalle guerre dell’ex Jugoslsavia, sgomberando gli insediamenti spontanei e relegando le comunità lontano dalla vista, sotto il tappeto, in zone estremamente marginali come il Poderaccio.

2. Non è vero che i rom non vogliono lavorare, andare a scuola etc. Qualsiasi studio condotto sul problema ha dimostrato che i tassi di occupazione e di scolarizzazione sono inversamente proporzionali all’isolamento e alla precarietà abitativa subite. Vuol dire che se sei povero, relegato in zone marginali della città, con scarsi servizi igienici etc., vivendo costantemente nell’emergenza, difficilmente riuscirai a frequentare scuola come gli altri, fare i compiti come gli altri, e avrai meno possibilità di trovare lavoro. Il primo, più urgente problema da risolvere è quello dell’emergenza abitativa.

3. Nessuno indica le soluzioni, che pure ci sono. Il mantra è “sgomberiamo il campo”, ma nessuno di coloro che strepitano e invocano le ruspe ha proposto né realizzato nulla di alternativo – giova ricordarlo, visto che si tratta di partiti che governano a tutti i livelli da decenni. Esiste dal 2012 una Strategia nazionale di inclusione – in attuazione di una direttiva europea – che nella maggior parte dei casi è rimasta sulla carta. Eppure ci sono casi virtuosi. Nella stessa Firenze, per ovviare alla sistemazione delle famiglie apolidi provenienti dalla ex Jugoslavia, negli anni ’90 sono stati realizzati degli edifici in via del Guarlone, dove le condizioni sono nettamente migliori rispetto a quelle dei campi. A Messina, l’amministrazione comunale ha avviato un riuscitissimo progetto, mettendo a disposizione edifici dismessi in diverse zone della città, che sono stati restaurati da gruppi di lavoratori rom appositamente formati presso la scuola edile e abitati dalle rispettive famiglie. Il tutto a bassissimo costo.

4. Le case ci sono, per tutti/e. A dispetto di quanto afferma Nardella, per eliminare i ghetti bisogna risolvere il problema abitativo. Il progetto di Messina dimostra che l’emergenza abitativa, che affligge tanto gli stranieri quanto gli italiani, si può risolvere mettendo a disposizione gli edifici dismessi, requisendoli a quelle società che li tengono vuoti a fini speculativi e tassando l’invenduto. Si possono realizzare così soluzioni immediate, efficaci e a basso costo.

Noi non ci faremo assoldare nella guerra al povero, che sfrutta una tragedia per tradurre responsabilità individuali in responsabilità etniche.

Noi siamo pronti invece, in qualsiasi momento, a combattere la guerra alla povertà, che si combatte non solo nelle sacche di marginalità della nostra città, ma nei quartieri popolari dove avvengono i 130 sfratti al mese di Firenze, nei posti di lavoro dove i contratti sono sempre più miseri e precari, nella perdita di salute e di diritti a cui ormai anche la popolazione toscana non è indenne.

*Potere al popolo – Firenze




Referendum per l’acqua bene comune: se 7 anni vi sembran pochi!

Nel giugno 2011 abbiamo votato e vinto il referendum per l’acqua bene comune, bloccando le privatizzazioni ed eliminando il profitto.

Da allora sono cambiati tanti governi e tutti hanno ignorato e contraddetto la volontà popolare favorendo di nuovo la privatizzazione del servizio idrico e degli altri servizi pubblici locali, reinserendo in tariffa il profitto garantito ai gestori e promuovendo fusioni e aggregazioni con le 4 mega-multiutility A2A, Iren, Hera e Acea.

Inoltre, la crisi idrica, aggravata dal surriscaldamento globale e dai relativi cambiamenti climatici, ha fatto emergere le responsabilità di una gestione privata che risparmia sugli investimenti infrastrutturali per massimizzare i profitti.

Ribadiamo che oggi più di ieri è necessaria una radicale inversione di tendenza ed è sempre più importante riaffermare il valore paradigmatico dell’acqua come bene comune, ribadendo che: l’acqua è un diritto umano universale e fondamentale ed è la risorsa fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi; l’acqua è un obiettivo strategico mondiale di scontro con il sistema capitalistico-finanziario; la gestione partecipativa delle comunità locali è un modello sociale alternativo; è necessario giungere ad un sistema di finanziamento basato sulla fiscalità generale e su un meccanismo tariffario equo, non volto al profitto e che garantisca gli investimenti.

Intendiamo anche denunciare come oggi la privatizzazione dell’acqua passa attraverso processi più subdoli come le fusioni tra aziende e i pericolosi meccanismi tariffari predisposti da ARERA, la quale ha dimostrato di non tutelare né il servizio idrico né gli utenti, ma solo gli interessi delle aziende che dovrebbe controllare. Per cui ne chiediamo lo scioglimento e il ritorno delle sue competenze sul servizio idrico integrato al Ministero dell’Ambiente.

In occasione del 7° anniversario del referendum, forti di quella straordinaria partecipazione democratica rilanciamo il nostro impegno e la nostra mobilitazione, sfidando il nuovo governo M5S-Lega appena insediato a dare realmente attuazione all’esito referendario e a superare con iniziative legislative concrete la parte del “Contratto” relativa all’acqua in quanto del tutto insufficiente e inadeguata.

Roma, 13 Giugno 2018.

*Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua



L’Università del crimine di Markaris

Ecco l’undicesimo appuntamento con Petros Markaris e il commissario Charitos.

Con la lettura delle pagine de L’università del crimine il viaggio attraverso la Grecia si approfondisce rispetto ai precedenti. Accompagnati rigorosamente dalla Seat di cui Charitos va fiero, ci addentriamo attraverso un “tutto città” nell’Atene dei quartieri popolari con le sue viuzze, con i suoi ingorghi ed imbottigliamenti; ma ci addentriamo anche, grazie a un inesistente, ma del tutto reale, Artusi, nella Grecia culinaria, tra una pitta con i porri e lo stufato, con cui la sempre presente moglie Adriana delizia i palati di chi ha la fortuna di trovarsi a degustare quanto di buono viene offerto, doti culinarie acquisite dalla tradizione familiare e non certo dai libri (“la disciplina della povertà..”)

Se nelle inchieste precedenti ci siamo trovati di fronte ad una Grecia che faceva i conti con la crisi e con gli effetti collaterali da essa prodotti, in questo caso ci troviamo ad avere a che fare con un paese che è sì in ripresa, e come si dice “sta uscendo dalla crisi”, ma deve fare i conti con i lasciti che quella crisi ha lasciato sul terreno.

Charitos rientra dalle ferie trascorse in Epiro e si trova promosso a vicedirettore della centrale di polizia, dato che il direttore lascia l’incarico in vista della pensione che lo aspetta. E proprio l’età pensionabile sarà di fatto uno tra gli elementi su cui ruota questa nuova indagine.

Charitos per le sue qualità e capacità investigative è soprannominato “ la formica” in quanto sempre a cercare ed a scavare dappertutto. Ma cosa accade a far sì che “la formica” sia obbligata ad intervenire? Il ministro per la riforma dell’amministrazione viene trovato esanime, e non sarà l’unico decesso, altri due lo seguiranno.

Una cosa accomuna i tre deceduti, sono docenti universitari che divengono politici “artificiali”, in Italia i “tecnici”. Afflitti dal virus della politica, si sono tenuti ben stretto il proprio incarico universitario in modo tale da reinserirsi di nuovo quando il mandato politico avrà fine. Un andata e ritorno, il famoso “distacco”, che non piace affatto, considerato tradimento ed in quanto tale crea malumori sempre crescenti, determinati anche dal livello di malcostume in cui versa l’università afflitta da un livello clientelare sempre più radicato.

Altro elemento che accomuna i tre defunti e che emergerà in seguito è la voracità professionale, l’ambizione incontenibile, l’interesse per la visibilità.

Siamo in un paese, la Grecia, che ha avuto a che fare con proteste anche radicali nelle forme e che quindi, per l’indagine, invita a tenere in considerazione elementi che portano verso la pista dell’attentato, anche per la rivendicazione, di solito usata in casi simili, da parte di una donna; altri elementi portano invece ad escludere questa pista, visto che nella rivendicazione è assente un contenuto ideologico, che invece ne è di solito l’elemento base, e anche l’arma usata non rientra tra quelle usate da gruppi radicali.

L’antiterrorismo e la squadra omicidi devono perciò districarsi nel capire quale è il confine tra una banda criminale e un’organizzazione terroristica, e se quest’ultima è un organismo collettivo oppure ci troviamo ad avere a che fare con il cosiddetto “lupo solitario” con cui nessuno si può sentire al sicuro.

Non poteva mancare, nel momento in cui si sviluppa un’analisi del fenomeno del terrorismo, un’ incursione su quanto avvenne in Italia negli anni ’70. Da ” Lotta Continua” e la valutazione che di quella organizzazione e di quegli anni fanno la polizia e gli investigatori – un accenno importante è il riferimento all’arresto e la condanna di Sofri – fino al collaboratore spontaneo che chiarisce il senso di cosa sia una base ideologica.

Abbiamo visto che, come dicevamo, la crisi ha lasciato i suoi effetti. Riscontrabili non solo nello stato in cui versa l’università ma anche nella descrizione della casa d’accoglienza che diviene riferimento delle relazioni sociali; tuttavia la questione principale conseguenza della crisi, impersonificata da tre donne e su cui si dipana la trama, è la riforma del sistema pensionistico. Si tratta di donne che in Grecia, prima della crisi economica potevano lasciare il lavoro a 50 anni, ed ora….. Pensionati investigatori in Italia con Malvaldi, pensionate protagoniste di quest’ultima indagine di Charitos che la crisi ha messo in ginocchio e con un domani sempre più incerto.

L’università del crimine può considerarsi a tutti gli effetti un noir a sfondo sociale visto l’intrecciarsi dell’elemento “giallo” con lo scenario sociale in cui si svolge.

*Edoardo Todaro

Petros Markaris, L’università del crimine, Feltrinelli, Milano 2018, 18 euro




Facciamo Rete – Dopo la lotta Dada

Dopo l’esito della lotta che ha visto protagonisti i lavoratori di Dada, la sua Rsu, il funzionario e l’organizzazione sindacale che si sono spesi affinché quella vertenza travalicasse i confini dell’azienda e divenisse patrimonio della collettività di questa città, abbiamo ritenuto che quell’esperienza potesse e dovesse essere l’inizio di un laboratorio e non la fine di una stagione di lotta.

Siamo un gruppo di attivisti, Rsu, Rsa, Rls, tesserati sindacali e semplici lavoratori che casualmente si è incontrato e ritrovato nelle vicende che, loro malgrado, hanno travolto quell’eterogeneo magma di popolo che subisce quel sistema in cui il profitto viene marginato sul futuro degli individui e non sulle scelte lungimiranti delle aziende. Da questa esperienza è scaturito un modo innovativo di concepire i rapporti di forza, da troppi anni ormai squilibrati a sfavore dei lavoratori ma soprattutto è venuta fuori una narrazione diversa del conflitto in cui il lavoro, declinato in tutte le sue forme, torna al centro del dibattito.

Assemblee come quella del 7 maggio presso il Comitato Territoriale dell’Arci in Piazza dei Ciompi, crediamo possa essere l’inizio di un percorso di dialogo che veda soggetti diversi: lavoratori, sindacati e istituzioni, impegnati nell’elaborazione di una nuova filosofia politica capace d’interpretare l’oggi e al contempo avere una visione più ampia sul futuro del lavoro e non solo. Qualcuno in quell’assise ha parlato appunto di “laboratorio permanente” piuttosto che di “coordinamento”, non sappiamo quale possa essere la formula più congeniale purtuttavia riteniamo di una certa utilità indubbiamente non spezzare quel filo del dialogo intrecciato in quel consesso.

Tutto ciò appare ancor più urgente all’indomani della sottoscrizione di quel ” Patto per Firenze” in cui i soggetti che hanno permesso ai firmatari di “avere tanto da Firenze”, ovvero i lavoratori, sono completamente assenti. Una latitanza incomprensibile innanzitutto da parte di coloro che auspicano quel dialogo che abbia come obiettivo rivalorizzare la città in termini di accoglienza, dimensione umana, attenzione ai valori quali bellezza, socialità e qualità. Elementi condivisibili nella misura in cui possano vedere protagonisti i lavoratori e le loro rappresentanze.

Crediamo che non si possa immaginare sicurezza e sviluppo di un territorio se il paradigma del lavoro che immaginiamo sia quello che coinvolge la moltitudine di noi: precario, senza diritti, senza tutele e senza formazione permanente.

Dunque sulla falsariga di quanto già esperito il 7 maggio invitiamo tutti ad un dibattito pubblico in cui la parola confronto, mai così desueta, diventa la protagonista assoluta.

*RSU Dada




La casa non è il mondo

Siamo una società di hikikomori che vivono chiusi in casa.
La conferma non va cercata nelle statistiche degli psichiatri, ma sulle pagine politiche de quotidiani.
Il linguaggio dei leghisti al governo è pieno di espressioni come “mandare a casa”, “rimandare a casa”, “starsene a casa”, “è casa nostra” , portare a casa le riforme”, “a casa loro”…
Cominciò Renzi con la sua povertà di parole e di idee, era infatti avvezzo ad esibirsi in tv per il pubblico a casa.
In questo come in tutto il resto grillini e fascisti lo hanno solo imitato, esacerbando certe tendenze a cui lui, per ragioni elettorali, non poteva dare libero sfogo.
Mi accingo a scrivere cose che gli attuali governanti non sono in grado capire ma forse alcuni tra i loro consiglieri gliele potranno siegare meglio di come farò io.

L’equiparazione tra la casa e il mondo è un vezzo dell’antropologia borghese che ha conosciuto il suo massimo sviluppo con le idee del fascista Mircea Eliade.
Dico fascista per seplificare al massimo (giustamente una lettrice mi ha fatto notare che a volte non si capisce nulla) perciò non mi dilungo su chi fosse Corneliu Codreanu e cosa combinava la Legione dell’Arcangelo Gabriele, se vi interessa potete chiedere a qualcuno dei tanti intellettuali rumeni che Firenze ha avuto la fortuna di ospitare.
Come la pensava Eliade riguardo alla casa invece si può riassumere: la casa riproduce simbolicamente l’universo visibile e invisible, con i suoi quattro angoli, il pilastro centrale, porte e finestre orientate in un certo modo. Egli parla delle case antiche e delle capanne preistoriche, non mancando di sottolinare come, ahinoi!, tutto questo sia trascurato dagli architetti contemporanei.
E sbaglia.
Mi dispiace, ma sbaglia.
La casa non è la migliore immagine del mondo nelle tradizioni antiche, né la più completa.
Lo è invece lo spazio pubblico aperto: per i cinesi la via, per i greci la piazza. Il Tao, l’Agorà. Qualche volta l’aia o il mulino.

Era talmente poco connessa con la totalità, la casa, che in certi casi la si scoperchiava per farci entrare il mondo a forza.
Così i sacerdoti di Giove non potevano dormire in un letto che poggiasse sul paviento, ma dovevano affondare i piedi del letto nel terriccio o in alternativa infilarli in dei vasi di terra.
Accade spesso nei vangeli: il ricco si trova il granaio in fiamme, nella casa dell’uomo forte si entra di prepotenza, nella scena della guarigione del paralitico viene scoperchiato il tetto e il malato è calato dall’alto, un terremoto squarcia il sipario del tempio…
La confusione tra la casa, il riparo e il mondo è tipico invece della mentalità borghese che predilige la chiusura, il caminetto, la privacy e proietta queste sue fisime nel passato.
Giustamente Umberto Eco notava che il più grande autore di fantascienza borghese sapeva intrattenere i lettori portandolo sulla luna, al centro della terra o ventimila leghe sotto i mari senza che dovesse mai uscire dalla casa, dall’utero.
Ma non fu sempre così.
Nell’antico Egitto il geroglifico per la città era un crocevia di strade, una croce; la casa con la porta aperta era invece simbolo del re (e anche quella casa non era un monolocale ma un vasto cortile).
Stonehenge tutto sembra fuorchè una grande casa.
Gli aborigeni autraliani, che pure Eliade conosceva bene, non sacralizzavano i loro poveri ripari ma le piste in mezzo alla boscaglia lungo cui incontravano animali e uomini.
Le tombe etrusche somigliano di più alle fantasie di Eliade, con la cupola e il pilastro che dal cielo finisce sotto terra, ma erano per i morti, i vivi avevano case completamente diverse, simili a baite o a ville.
Sala, Aula Hall e Halle hanno la stessa radice e vogliono dire la stessa cosa: spazio ampio in cui si svolge la vita pubblica. E non è un caso che queste “sale” sorgessero non arroccate su un cocuzzolo ma in ampi fondovalle come quelli (non a caso) di Aulla o Sala Consilina.
Di questo”stare a valle” ed essere così “luogo di incontro di tutto sotto il cielo” i cinesi hanno fatto una filosofia (teoretica, morale e politica).
In Turchia si scavano siti in cui c’erano vie piazze templi altari e obelischi ma non c’erano case, perchè verosimilente la gente viveva ancora in tende e in capanne e non praticava l’aratura e la semina.
Non è in casa dunque che l’uomo trova il senso della propria vita, ma in piazza.
Non nell’identità ma nello scambio.
Illuminanti a questo riguardo le ricerche di Decandia, suffragate dalle più recenti scoperte archeologiche.

I seguaci di Eliade piangeranno, i seguaci di Fontana manco sanno di che sto parlando.
Per onestà itellettuale, va detto che quei luoghi di incontro, di festa, di meticciato, di accoppiamenti sacri e profani e di sovversione rituale e carnascialesca non tenevano conto solo dell’aspetto orizzontale del vivere (biondi e mori, uomini e donne, ricchi e poveri, marinai e montanari) ma anche dell’elemento verticale, essendo ogni crocicchio e ogni piazza connesso al cielo da un’erma o da un palo e alla terra da un pozzo o da una tomba.
Per non dimenticare.

*Massimo De Micco