L’urbanistica contrattata dell’area ex Pallavicini a Pistoia

Il coordinamento “Città Insieme” – A.B.C. e il Comitato Ex Area Pallavicini ritengono, ad un’attenta analisi degli atti adottati dall’Amministrazione Bertinelli, che la progettazione dell’Area ex Pallavicini, che a Pistoia ha già suscitato molte e diffuse perplessità, sia attuata in maniera impropria, contraddittoria e in presenza di una carenza del controllo pubblico delle trasformazioni previste.

Il Comune rinuncia a effettuare una pianificazione integrata dell’area, propone interventi edificatori slegati tra di loro, senza alcun disegno unitario che sarebbe invece possibile mediante la proposta di un’Area Complessa di Trasformazione (ACT), da realizzare con un Piano urbanistico attuativo a forte controllo pubblico. L’amministrazione invece, spacchetta gli interventi in tre Aree di Trasformazione Puntuale (ATP 26 – 27 – 28) che si identificano con le proprietà dell’area e non sulla base di una corretta prassi di progettazione urbana che privilegi la qualità dell’intervento e gli interessi della collettività. Gli interventi puntuali proposti sono separati tra di loro, e si possono realizzare semplicemente con un Permesso a costruire, piuttosto che sulla base di una buona pianificazione.

Tutto ciò è in contrasto con il Regolamento Urbanistico (RU) vigente, il quale all’art. 52 definisce le ATP come Aree di Trasformazione Puntuale. In questo caso invece le trasformazioni non sono affatto puntuali perché ciascuna ATP è costituita da più aree disgiunte tra loro, ma contigue con le altre ATP, che investono ambiti più ampi, complessi e non più semplici e puntuali. Le ATP (26 – 27 – 28) contengono la possibilità di realizzare medie strutture di vendita, la cui influenza andrà ben oltre quanto dichiarato negli obiettivi (implementare i servizi per la residenza) ma si estenderà al di fuori del perimetro delle stesse aree, negando pertanto la correttezza e la coerenza con il Regolamento Urbanistico della strategia di pianificazione usata.

In questo caso si rinuncia alla possibilità di progettare un’Area Complessa di Trasformazione (ACT), ossia un ambito complesso di trasformazione, la conseguenza è che la definizione degli standard (opere di urbanizzazione primaria e secondaria) e degli extrastandard (aree cedute al comune) è del tutto casuale quanto a quantità e qualità (non esiste neppure un conteggio del possibile fabbisogno di parcheggi pubblici prodotto dalle nuove costruzioni commerciali).

Non esiste un piano di sistemazione definitiva dell’area e si fa spesso riferimento alla realizzazione di una piazza di cui però non esiste alcun progetto, non si sa quale sarà l’assetto finale.

La gestione della complessità è affidata a frasi del tipo “la progettazione dell’intera piazza deve essere unitaria” (ma non c’è un disegno), oppure “non è ammesso l’insediamento di un centro commerciale” senza che vengano forniti strumenti progettuali a chi trasforma, né metodi di controllo del Comune.

Altro obiettivo è la riduzione del consumo di suolo in favore degli standard. In realtà, rispetto alla situazione presente, da cui si deve partire visto che il confine dell’Area di Trasformazione viene fatalmente superato, il consumo di suolo aumenta e gli extrastandard vengono calcolati in modo casuale e senza un progetto, in contrasto con le previsioni del Regolamento Urbanistico che per le ACT definiscono modalità che hanno trovato applicazione per tutto il territorio comunale di nuova pianificazione, per tutte meno che per questa. In assenza di un disegno come si fa a capire che tipo di extrastandard e standard sono necessari per l’area?

Oltre al contrasto con l’art. 52 del Regolamento urbanistico, esiste contrasto anche con l’art. 20 del Regolamento stesso. Infatti solamente facendo una ACT si sarebbe potuto calcolare esattamente standard ed extrastandard in coerenza con quanto definito nel Regolamento. In questo modo da un lato ci si sfila il problema e dall’altro si afferma apoditticamente che la finalità della variante è completare il tessuto urbano indefinito, ma con una pianificazione così incoerente non appare davvero in quale modo. La complessità della situazione è abbandonata al caso e ad una “pianificazione” disorganica, lontana dai bisogni della città, in quanto priva della più elementare progettazione o partecipazione e in quanto attagliata esclusivamente sulle richieste dei privati, ben esplicitate nelle lettere che la proprietà, lo scorso luglio, ha inviato all’Amministrazione (correttamente pubblicate sul sito del Comune).

La Variante è anche in contrasto con l’art. 63 del Regolamento Urbanistico perché non è stata fatta alcuna valutazione del fabbisogno di parcheggi di relazione, pubblici e pertinenziali: c’è posto o no per avere un inserimento equilibrato e di qualità?

Vengono inoltre definiti Parchi e Giardini (Pg) esistenti e Verde Pubblico (Vp) esistente aree incolte e non allestite come definito nella variante. Chi deve realizzarli?

A questo punto ci chiediamo perché il Sindaco si ostina ad approvare una variante contrattata con i privati e che secondo noi è decisamente sfavorevole ai suoi cittadini?

 *Coordinamento “Città insieme” – A.B.C. Pistoia

cittainsieme.pistoia@gmail.com




Per un’Europa di giustizia sociale e libertà di circolazione

L’Europa dei popoli, è l’Europa della giustizia sociale, della libertà di circolazione e di residenza per tutte e tutti! (nel rispetto dell’art. 13 della dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo del 1948).

Il 25 marzo 1957 fu firmato il trattato di Roma a sancire la costruzione della CEE, denominazione precedente della Unione Europea. Creata in seguito alla guerra del 39-45, questa unione economica e politica si diceva intenzionata ad operare per la pace e la libertà, l’eguaglianza, la giustizia e la protezione sociali, contro l’esclusione sociale e le discriminazioni. Si diceva anche legata ai principi della solidarietà e del rispetto reciproco fra i popoli, del commercio libero ed equo, dell’eliminazione della povertà e della protezione dei diritti dell’uomo e di quelli dell’infanzia.

60 anni dopo, l’Unione Europea ha tradito questi valori a detrimento dei muri e delle guerre! 

  • I paesi membri europei sono coinvolti in diverse guerre e conflitti nel mondo e nel commercio di armi, spingendo milioni di persone sulle strade dell’esilio;
  • Le imprese europee si appropriano delle terre e delle risorse minerarie dei paesi poveri, spingendo anche le popolazioni di queste regioni a migrare per poter sopravvivere e sfamare le proprie famiglie;
  • La politica migratoria europea rifiuta di accogliere degnamente le popolazioni che vorrebbero trovare asilo in Europa, rifiuta di dare dei permessi che permetterebbero alle persone di venire in Europa attraverso dei canali detti legali e sicuri, senza rischiare di perdere la vita nel Mediterraneo nel mare Egeo, nell’Oceano Indiano, nei deserti o ancora nelle mani dei trafficanti. L’Unione europea ha scelto di costruire degli hotspot, dei centri di detenzione, dei muri. E chiude le frontiere per ostacolare la libertà di circolazione delle persone, discrimina e criminalizza le persone migranti, li accusa di ogni male.

L’Europa non è che l’Europa della finanza e la libertà meglio difesa è la libertà di circolazione delle merci e dei capitali, spesso con élite ed eletti corrotti! Nessun umano né umanità in questa Europa che si ripiega su se stessa! Prova ne è anche la nascita di partiti di estrema destra ed anti migranti in Europa! Essa ha dimenticato che ha prosperato e continua a farlo grazie agli apporti esterni, sia umani attraverso la manodopera arrivata ad aiutarla a ricostruirsi e ad arricchirsi e sia economici con le materie prime che saccheggia e che sono indispensabile per il sua futuro.

La CISPM (Coalizione Internazionale Sans-papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo) rifiuta questa caccia alle streghe dell’Europa condotta contro le persone migranti, come rifiuta che l’immigrazione serva da capo espiatorio all’Europa per la sua incapacità di dare alla propria popolazione uguaglianza e giustizia sociale.

*Coalizione Internazionale Sans-papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo




Le barricate, i voucher e l’ideologia

Dalle pagine del Corriere della Sera del 14 marzo, Dario Di Vico porta un duro attacco alla legittimità dei referendum indetti dalla CGIL sui voucher e sulla responsabilità solidale negli appalti. Nella lettura Di Vico la crisi economica ha avuto il merito di creare un fronte fra Lavoro e Impresa e di svelare il vero nemico comune, “il capitalismo finanziario”. A suo dire, i quesiti non sarebbero un reale problema sociale, ma piuttosto un disegno ordito dalla dirigenza CGIL, e a ruota colto da varie forze politiche, in particolare a sinistra, proprio per rompere questo nuovo sodalizio, prefigurando il ritorno dell’ideologia. In questo clima il governo sarebbe una vittima costretta, fra mille difficoltà, ad una doppia ipotesi: “Un testo-rompicapo che elencando una serie di vincoli molto dettagliati di fatto renderebbe inutilizzabile il «nuovo sterco del diavolo», il voucher. Oppure imboccare una strada senza curve e abrogare interamente la norma.[..] in entrambi i casi non penso che la si potrà considerare una vittoria del lavoro.”

Marta Fana ha scritto questa bella risposta, pubblicata su MicroMega, in cui ci spiega molto bene come il capitalismo finanziario sia stata una precisa scelta della borghesia italiana; come non sia mai esistito nessun fronte Lavoro-Impresa, ma al contrario sono stati anni di duri attacchi ai lavoratori e ai loro diritti; infine di come questo, allo stesso modo dei voucher, degli appalti e dell’abolizione dell’articolo 18, sia il frutto proprio dell’ideologia dominante: quella neoliberista.

Nel frattempo il governo ha deciso per l’abrogazione totale dei voucher e la reintroduzione della responsabilità solidale negli appalti. Dunque la consultazione, ormai sembra certo, non ci sarà. Questa decisione, le reazioni della politica, l’articolo stesso di Di Vico, sono il sintomo della paura che le classi dominanti hanno del giudizio popolare. Il 4 dicembre pesa ancora, e questo referendum avrebbe dato l’opportunità a milioni di lavoratori di esprimersi nel merito delle politiche del lavoro di questi anni. Di confrontarsi, mobilitarsi ed organizzarsi. Le avevano già provate tutte per depotenziare questo referendum, partendo con la non ammissione del quesito sull’articolo 18, adesso sono arrivati a concederci la vittoria senza neanche lottare. E’ bastato lo spauracchio. Hanno preferito cedere su una questione economica per evitare ripercussioni più pesanti in politica.

*Clash City Workers


Le barricate, i voucher e l’ideologia: una risposta a Di Vico

È utile rispolverare gli strumenti dell’istruzione liceale, tipo l’analisi del testo, di fronte agli editoriali che si ripetono sulla stampa italiana. Ad esempio quelli di Dario Di Vico sul Corriere della Sera. L’ultimo si scaglia contro la decisione della CGIL di portare avanti la campagna referendaria per l’abolizione dei voucher nonostante il tentativo governativo di disinnescare il voto.

La colpa della Cgil e di chi si ostina a pensare che i voucher vadano aboliti è quella di “di abbattere ponti [invece] che cercare soluzioni”. Quei ponti – ci spiega Di Vico – creati dalla crisi che ha unito lavoratori e imprese contro “il capitale finanziario, la competizione al ribasso indotta dalla globalizzazione e l’incapacità politica di trovare soluzioni”.

Finanziarizzazione dell’economia, competizione al ribasso e scelte politiche non sono eventi naturali, calamitosi e imprevedibili. La corsa delle imprese alla finanziarizzazione capace di creare più velocemente e senza ostacoli rendimenti per i proprietari (o azionisti), ma anche per tutti quei manager addetti a questa funzione e retribuiti in base a questi risultati, è stata una scelta ben precisa del tessuto produttivo italiano, europeo, internazionale.  Se poi anche nella finanza si son creati monopoli, dispiace per Di Vico, ma è il capitalismo, bellezza!

Nel frattempo le stesse imprese prima durante e dopo la crisi non hanno trovato utile recuperare il ritardo sul fattore maggiormente obsoleto in Italia, il capitale: macchinari, impianti, strutture produttive, mentre si chiedeva l’abolizione dell’articolo 18, la liberalizzazione dei contratti a termine. La politica ha presto trovato soluzioni: via con la riforma Fornero, via col Decreto Poletti, con la Garanzia Giovani, col Jobs Act e dulcis in fundus l’alternanza scuola-lavoro.

Il costo del lavoro non è solo sceso, ma è stato praticamente abbattuto. Da una parte licenziamenti e tagli ai diritti, lavoro sempre più povero quando non gratuito.

Intanto, le scelte della politica da un lato producevano tagli al welfare, alla Naspi ai fondi per l’assistenza sociale, dalla scuola alla sanità, dall’altro regalavano miliardi alle imprese per stabilizzare un po’ di contratti, tagliavano l’Imu su tutte le prime case anche quelle milionarie (che solitamente non sono di proprietà dei lavoratori) e, per non farci mancare niente,  hanno con l’ultima legge di stabilità ridotto l’Ires, la tassa sui profitti. In modo uguale per tutti. Ma pare che alle imprese non importa di esser trattate tutte in egual modo pur essendo molto differenti, la progressività, la giustizia sociale questa sconosciuta.

Insomma, la barricata comune di cui parla Di Vico nella realtà non esiste. Al contrario, l’ideologia – che dice essere protagonista di una scena passata, scongiurandone il ritorno- è sempre stata viva ed ha lottato contro i lavoratori. Ci vuole una buona dose di falsa coscienza per non riuscire ad ammettere che l’evoluzione economica e politica è frutto di una precisa ideologia: quella neoliberista. La stessa che storicamente viene riassunta con le parole di Margaret Thatcher, “la società non esiste, esistono solo gli individui”: tutti contro tutti, ognuno è responsabile del proprio destino della propria fortuna e della propria miseria (economica, sociale e politica). Quell’ideologia che erige a religione la flessibilità nel lavoro, che sbandiera la superiorità del privato (o come piace chiamarlo per de-soggettivizzarlo, il mercato) sul pubblico. Quell’ideologia per cui solo le imprese possono creare lavoro, per cui l’istruzione e la salute non sono beni pubblici a garanzia dei diritti di cittadinanza, o meglio dei diritti umani, ma spettano a una élite, quella che ha la possibilità di pagare (e sempre di più) per questi beni e servizi.  

Per fare un esempio concreto di come questa ideologia ha operato è possibile fare riferimento proprio ai referendum e in particolare quello sugli appalti. L’esternalizzazione sempre più massiccia di pezzi del settore pubblico a imprese, cooperative e chi più ne ha più ne metta – in base alla duplice ossessione del: bisogna tagliare la spesa e bisogna che se ne occupi il mercato – ha nella realtà generato maggiori costi sia per lo Stato sia per i cittadini, ha sostenuto tutti gli espedienti volti ad abbattere il costo del lavoro: cooperative che non rispettano i contratti nazionali, che convenientemente decidono di sparire e non retribuire i lavoratori. I servizi pubblici sono diminuiti sia in quantità sia in qualità, ma il loro costo è aumentato, escludendo dalla loro fruizione proprio coloro che ne hanno maggiore diritto perché più vulnerabili, perché semplicemente non possono permettersi la baby sitter h24 o la clinica privata per un’otturazione ai denti.

Da qui è quindi possibile rivendicare che la questione referendaria non riguarda esclusivamente la Cgil e un pezzo di politica parlamentare, ma riguarda tutto quel pezzo di società spogliata (quando non palesemente derubata): lavoratori, studenti, disoccupati.

Ed eccoci ai voucher, strumento nato e vissuto nella piena incostituzionalità (si vedano anche soltanto gli articoli 35 e 36 della Costituzione). Le proposte avanzate dal governo eludono sostanzialmente la questione di fondo che è alla base di una rivendicazione (forse ancora fin troppo silenziosa): non è possibile ammettere che esista lavoro senza diritti. Inoltre, anche il lavoro domestico (o le ripetizioni) per quanto accessorio (tutto da verificare) non esclude la subordinazione. Se chi decide quando, quanto, dove e come si lavora non è il lavoratore allora quest’ultimo è subordinato alle decisioni altrui, da cui evidentemente dipende. Perché se le famiglie non riescono a conciliare vita e lavoro e non riescono a pagare dignitosamente chi le aiuta, il problema probabilmente è che le famiglie si sono impoverite, che i tempi di lavoro si sono allungati a parità di salari, che gli asili nido non esistono e così via.

Non è inoltre chiaro come mai categorie già di per sé più marginali nel mercato del lavoro, quelle a cui si vuole restringere l’uso dei voucher, debbano continuare a vivere nella marginalità. Ii voucher escludono non soltanto diritti come ferie retribuite, diritto al cumulo per gli assegni di disoccupazione, diritto alla malattia retribuita, ecc ecc, ma con una contribuzione previdenziale pari al 13% viene anche negato il diritto a una pensione degna (se mai l’avranno in generale).

Temi che ovviamente non riguardano solo i lavoratori voucherizzati, ma tutto il mondo del lavoro, a parte quei pochi manager o AD di giornali, dirigenti vari sui quali lo stravolgimento del diritto del e al lavoro non è mai stato messo in discussione. E non è un caso perché l’ideologia ha bisogno di gambe, braccia e voci per diventare egemonica.

*Marta Fana




La città e l’accoglienza. Un libro

Pubblichiamo di seguito l’introduzione al libro La città e l’accoglienza, di Ilaria Agostini, Giovanni Attili, Lidia Decandia ed Enzo Scandurra (manifestolibri, 2017).

Un Popolo Nuovo arriva alla frontiera della civilissima Europa. Un Popolo composto dai “dannati della Terra”; da coloro che non hanno più nulla da perdere perché hanno perso tutto. Parte da lontano: dalla sponda sud del Mediterraneo e, prima ancora, dai paesi dell’Africa. Attraversa deserti, fiumi e mari; abbandona alle proprie spalle luoghi di morte: rovine in fiamme, terre desertificate dal furore predatorio del modello occidentale. All’Europa presenta il conto da pagare per gli anni di benessere da essa goduto estraendo ricchezze dai loro territori.

Nelle città europee, un tempo luoghi di accoglienza e di ibridazioni etniche, sociali, religiose, si alzano muri per fermarne il cammino, per arrestarne la marcia silenziosa. Così la Fortezza-Europa pensa di difendere se stessa dall’“invasione”. Fuori da quei muri ci sono loro, i nuovi barbari, che fuggono da terre devastate; dentro quei muri i cittadini che hanno goduto dei dividendi provenienti dalle loro terre. Solo governi miopi e terrorizzati di perdere i loro antichi (e attuali) privilegi possono pensare di fermarli. L’Europa rischia la barbarie poiché si mostra incapace di affrontare la crisi da essa stessa provocata, il nuovo disordine mondiale prodotto dalla sua politica coloniale. I governi degli stati nazionali sono divisi e imbelli, tenacemente decisi a difendere una identità nazionale figlia di “mille letti” e spazzata via dalla Globalizzazione.

L’Europa disporrebbe di strumenti assai più efficaci per disinnescare il conflitto che non l’erezione di muri. Si chiamano: accoglienza, diritti, libertà, riconoscimento dell’alterità. E invece l’Europa non ha saputo fare altro che riscoprire il valore del “confine” compiendo un pericoloso passo indietro rispetto alle questioni di inclusione e di libera circolazione.

Dagli anni Novanta si è assistito in tutte le città del mondo, con intensità variabile, a un processo di deregolamentazione che ha fiancheggiato la privatizzazione di intere parti di città. La città è diventata il luogo dove si manifestano e si concretizzano logiche finanziarie il cui obiettivo non è migliorare le sue condizioni di vivibilità, ma aumentare i profitti d’impresa.

Questo libro, scritto da urbanisti, nasce per sostenere una tesi opposta alla tendenza in atto che vede la città farsi fortezza contro il “diverso”. La nascita e lo sviluppo delle città europee ci parla di un’altra storia dove il meticciato di lingue ed etnie, insieme al dovere dell’accoglienza, caratterizzavano lo splendore delle città e la loro solidità civile. Ricordare questa lunga storia non è oziosa operazione accademica: essa sola può aiutarci a costruire un futuro di pace considerando i nuovi transiti e le nuove migrazioni anziché fenomeni da demonizzare e da cui difenderci, occasioni di un nuovo vivere insieme e di ripensare l’idea stessa di città moderna.

Perché la storia ci insegna che le nostre città sono l’esito di complessi e straordinari processi d’interazione e di scambio tra componenti culturali eterogenee. È grazie a questi processi, prodotti dall’incontro-scontro di differenze, che esse hanno acquisito la forma attuale sussumendo i diversi modi dell’essere insieme e di costruire beni comuni.

È noto come la storia d’Italia negli ultimi secoli del Medioevo coincida con quella delle sue città, le quali furono, fra l’XI e il XII secolo, caratterizzate da un grande dinamismo demografico ed economico. Nell’ambito di questo sviluppo, le comunità urbane erano costituite da persone tra loro molto diverse: mercanti, immigrati dal contado, operai, artigiani, religiosi, studenti universitari, forestieri, mendicanti e proprietari di grandi fortune. Facevano parte di questa comunità anche gli appartenenti a etnie e a confessioni religiose minoritarie, come gli ebrei, i musulmani, i greci, tutelati da uno stato giuridico particolare.

Il carattere accogliente e ospitale che risale alle origini della città e ne costituisce l’essenza profonda, attraversa la lunga storia urbana e ricorre negli statuti delle città europee.

Lo possiamo osservare, oltre che nei processi che hanno contribuito a generare le città, nelle stesse architetture dedicate all’accoglienza, a lungo considerata atto dovuto e, soprattutto, gratuito: dall’ospitalità caritatevole di matrice ecclesiastica, nell’alto medioevo, all’accoglienza laica inquadrabile nel fenomeno della «religione civica» delle città comunali.

Già dal v secolo le città si dotano di architetture deputate all’accoglienza: xenodochia, hospitia, foresterie. Ricoveri sorgeranno presso le sedi vescovili nel cuore della città, nei monasteri esterni alle mura, lungo le vie di pellegrinaggio e sui valichi montani.

Secoli dopo, le libere città comunali rappresentano una concreta possibilità di miglioramento delle condizioni di vita dei “servi villatici”, in fuga dal contado: dietro le mura di cinta la vendetta dei loro signori non avrebbe potuto raggiungerli («l’aria della città rende liberi»). In quest’epoca, presso il ceto che oggi definiremmo “dirigente”, si diffonde l’aspirazione alla fondazione di monasteri, cappelle e, non ultimi, di ospedali. Le città europee conoscono così un’ondata di fondazioni di case di mendicità nelle quali trovano rifugio: pauperes, peregrini, transeuntes, mulieres in partu agentes, parvuli a patribus et matribus derelicti, debiles et claudi, generaliter omnes.

Oggi siamo di fronte a un processo di occupazione e privatizzazione delle città ad opera di gruppi economici e finanziari che promuovono politiche urbane che massimizzano profitti e producono nuove povertà, a tal punto che è lecito chiedersi: di chi è la città?

E tuttavia, alle porte delle nostre città chiamate postmoderne, si affaccia un mondo composto di persone in movimento, di soggettività fluide, di alterità, dei diversi e non assimilabili. La moltiplicazione e l’intensificazione dei flussi migratori agisce da contrappeso alla privatizzazione e, anzi, la contrasta. Le città ridiventano incroci di progetti di vita che producono nuovi spazi pubblici conseguenti alle pratiche di scambio messe in azione dai migranti e quelle di supporto ai diversi progetti migratori: le pratiche di mutuo-aiuto dei migranti e quelle delle società ospitanti. Locale e globale s’intrecciano e interagiscono in forme sconosciute nelle epoche precedenti producendo, nelle città, nuove centralità, nuovi e inediti luoghi di incontro, luoghi-sosta di radicamenti dinamici e di mobilità multiformi, luoghi-intersezione di nomadismi che cortocircuitano la dimensione locale e quella globale.

Il tradizionale rapporto comunità/territorio tende a modificarsi. La rottura dei legami e dei vincoli tradizionali delinea ora un’idea diversa di comunità: permeabile, mutevole, instabile, che oggi si riconosce in una polifonia di forme e sfumature differenti. La figura del migrante non annuncia la morte della comunità. Se i movimenti migratori producono, da una parte, de-territorializzazione in quanto scompaginano assetti geopolitici, configurazioni di potere e strutturazioni sociali consolidate, allo stesso tempo sono anche agenti di ri-territorializzazione poiché riconfigurano inedite forme comunitarie, costruiscono nuove grammatiche spaziali e inediti radicamenti territoriali.

L’annullamento della logica identitaria può diventare, dunque, il presupposto operativo per un rinnovato umanesimo antropologico che ritrova proprio nella città il suo terreno originario.

Gli Autori




#Lottomarzo a Firenze: dal globale al locale qualche considerazione su una giornata di lotta

Lo scorso otto marzo migliaia di organizzazioni femministe, movimenti locali, donne e uomini singoli in tutto il mondo si sono mobilitati indicendo uno sciopero internazionale, contro l’oppressione di genere. Già dal giorno successivo però i commentatori più accreditati, pur senza prendere le distanze dal messaggio “culturale”, ma giocando sul senso comune, hanno bocciato lo strumento “sciopero”, definendolo divisivo (come se fosse colpa dello sciopero dell’8 marzo se in Italia mancano strutture assistenziali, asili e materne pubbliche!).

Le critiche in questo caso servono a celare una realtà, ossia il fatto per cui la cultura maschilista è saldamente funzionale ai meccanismi produttivi ed alle scelte politiche dei Governi. La costruzione di un soggetto debole che ha difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro e ne viene espulso prima (come dimostrano inequivocabilmente i tassi di occupazione femminile – più bassi – il tasso di inattività e le ore dedicate al lavoro domestico – più alti), rende tutti più ricattabili, tanto sul piano salariale quanto su quello normativo. Inoltre, l’abitudine sessista a scaricare i lavori domestici e di cura sulle donne, consente di mascherare i tagli al welfare. Che d’altro canto hanno come conseguenza diretta quella di escludere dal diritto al lavoro le donne, impossibilitate a conciliare il lavoro a casa e quello fuori casa.

Per questo lo sciopero, uno sciopero politico come non se ne vedevano da anni, proprio in quanto elemento divisivo e conflittuale non solo è utile, ma centra il cuore del problema, evidenziando come la donna sia al centro di una duplice oppressione: di genere e di classe. E come gli oppressori, ossia i responsabili politici della precarizzazione lavorativa, dei tagli alla spesa pubblica, abbiano dei nomi e dei cognomi.

Per dare voce alle ragioni dello sciopero, ci siamo uniti al corteo che l’8 marzo ha attraversato le strade di Firenze, raccogliendo le testimonianze di quei gruppi di lavoratori e lavoratrici che hanno incrociato le braccia.

“Lo sciopero è andato bene” ci conferma Alessandro dei Cobas Ataf “nella fascia pomeridiana 40%, mentre un 25% nella fascia mattutina; ciò significa che nei momenti del cambio turno questo livello di adesione determina che il 70% dei mezzi non circola, quindi l’Ataf è stata una delle realtà lavorative dove questo sciopero politico si è sentito maggiormente [come hanno confermato i giornali, n.d.r.]”. Ma i lavoratori degli autobus non si sono limitati ad astenersi dal lavoro: “Le compagne hanno lanciato un presidio la mattina alle 10.30 sotto la sede, a cui hanno preso parte anche le tassiste del 4242 con una ventina di macchine che si sono unite al presidio strombazzando e bloccando il traffico su via Dei Mille”.

Molto entusiasta anche la protesta delle lavoratrici e dei lavoratori della Sanità pubblica, come ci racconta Francesca dei Cobas Careggi: “La mattina abbiamo fatto presidi e volantinaggio ai consultori che ormai non esistono più perché fagocitati dai poliambulatori (come quello di via Reginaldo Giuliani assorbito dal poliambulatorio di via Morgagni). Abbiamo organizzato anche un presidio alla maternità di Careggi per rivendicare la piena applicazione della legge 194 e protestare contro l’obiezione di coscienza nel servizio sanitario pubblico. Poi ci siamo spostate all’assessorato della sanità in via Taddeo Alderotti per chiedere assunzioni per una migliore condizione di lavoro e di vita. Da qui abbiamo raggiunto piazza SS. Annunziata per unirci al corteo”. La giornata dell’8 marzo non è stata improvvisata, Francesca ci tiene a sottolineare il lavoro politico-sindacale di costruzione dello sciopero: “Ci siamo ritrovati nel mese di febbraio per costruire questa giornata ed ha funzionato per cui vogliamo continuare ad incontrarci tutti insieme: lavoratori di Careggi, USL centro e Mugello”.

Molte sono state le polemiche che hanno anticipato lo sciopero, riguardanti un presunto atteggiamento disincentivante messo in atto da parte di alcuni delegati sindacali che hanno cercato di scoraggiarlo, nonostante i sindacati di base avessero garantito una copertura generale. Purtroppo la stessa CGIL, al cui interno i malumori di coloro che avrebbero voluto che aderisse allo sciopero non sono certo mancati, ha preferito percorrere una strada ambigua, lasciando alle singole RSU la scelta di aderire o meno, oppure indicendo assemblee sindacali sui luoghi di lavoro. L’unico settore che ha aderito allo sciopero è stato quello della scuola (Federazione Lavoratori della Conoscenza).

L’ambiguità del più grande sindacato italiano non ha certo favorito la partecipazione alla protesta: nei giorni precedenti allo sciopero, una lavoratrice del Diritto allo Studio Universitario Toscana si è rivolta al nostro sportello, poiché, chiedendo informazioni sulle modalità di sciopero, si era sentita rispondere assurdamente dai propri rappresentanti sindacali che non avrebbe potuto aderire, perché le sigle che lo avevano indetto non erano presenti in quel posto di lavoro (sic!). Per fortuna, grazie all’intervento dell’USB, che ha mandato la comunicazione di sciopero all’azienda, la lavoratrice ha potuto esercitare il proprio diritto allo sciopero.

In piazza abbiamo raccolto poi la testimonianza di una lavoratrice della Galileo: diverse settimane prima dello sciopero aveva chiesto alle RSU se avrebbe potuto scioperare. Questa prima le avevano risposto in maniera generica e poi, a pochi giorni dallo sciopero, le era addirittura stato consigliato di non aderire, perché la Fiom non aveva e perché la questione messa in campo dallo sciopero non era sfera di interesse per un’industria metalmeccanica a maggioranza di uomini, mentre allo sciopero avrebbero potuto aderire solo le donne.

Completamente diverso quanto accaduto alla GKN, altra azienda metalmeccanica a poca distanza dalla Galileo: le RSU hanno aderito allo sciopero, erano in piazza e, pur avendo avuto poco tempo per prepararlo, hanno affisso volantini e materiali informativi in bacheca sindacale. Lo sciopero in GKN, dove i lavoratori sono tutti uomini, ha avuto una discreta adesione, soprattutto nei turni di notte.clash

Al di là delle contraddizioni sindacali delle basse percentuali di sciopero, in tanti, troppi settori, la giornata dell’otto marzo ha significato un bel segnale di protagonismo delle lavoratrici. Mentre i media borghesi piangevano lacrime di coccodrillo per i “disagi subiti da altre donne” – la scelta di indire lo sciopero ha comunicato con forza che non solo è possibile mettere in crisi un sistema che ci sfama e ci sfrutta, ma che è anche un dovere farlo, perché un sistema in grado di sfamare senza sfruttare è possibile e necessario!

*Clash City Workers




Operaisti o populisti di sinistra?

La pubblicazione del libro di Carlo Formenti “la variante populista” ha avuto il merito di immettere nella discussione dell’area della sinistra radicale una serie di termini considerati precedentemente dei veri e propri tabu. All’improvviso, in questa area dove i discorsi tendevano sempre di più a ruotare intorno ai concetti di lavoratore cognitivo e alla conseguente difficoltà di ricomposizione di classe, ecco che un non detto, un sommessamente pensato ma mai apertamente dichiarato, fa la sua comparsa.

Un termine, anzi un corollario di termini, vengono esposti in modo critico nella pubblicazione di un autore che è sempre stato fecondo di contributi derivanti da riflessioni scaturite da percorsi anche inusuali, basti pensare ad altre sue pubblicazioni quali “Incantati dalla Rete” o “Cybersoviet”. Si tratta di pensare ad azioni e contenuti che si oppongano al neoliberismo globalizzato e finanziarizzato, che ripensino e mettano al centro della questione la possibilità di un recupero della sovranità nazionale che faccia riferimento ad un’idea “postnazionale” che rimanda ad una comunità di tutti quelli che lavorano e lottano in un determinato territorio. Ecco che dunque affiorano termini come comunità, popolo e nazione che evocano ogni tipo di populismo, declinati però questa volta verso una possibile variante: quella di un populismo di sinistra attraverso il quale non si possa scambiare il cosmopolitismo borghese con l’internazionalismo proletario.

La prima opposizione è propria questa, quella che ha visto sostituire le lotte per i diritti delle classi subordinate con quella per i diritti – questa volta individuali – delle classi medie. È un fatto acquisito che si sia costituita una lacerazione tra i bisogni delle classi più basse nelle quali è precipitata una fetta sempre più numerosa di popolazione, e i contenuti e le parole d’ordine delle sinistre anche di quelle non allineate e quindi non subordinate totalmente ai valori neoliberisti. Da una parte una massa sempre più impoverita (probabilmente carnivora e eterosessuale), dall’altra le doverose battaglie per le eguaglianze di genere, i diritti animali, spesso incartati in involucri che auspicano a una decrescita che – se servita male – può paventare dei restringimenti ai canali digestivi per alcuni già messi duramente alla prova da una crisi curata con i tagli. Questo non dovrebbe significare un ribaltamento di certi valori; certo si deve segnalare una scollatura che mal si concilia con il concetto originario di ricomposizione. Discorsi questi che forse è possibile fare perché qualcuno ha rotto il ghiaccio. Ha avuto il coraggio di pensare ad altre possibilità.

In questo ambito Formenti ha anche recuperato il concetto gramsciano di egemonia con una significazione che rimanda alla possibilità di ordinare l’opposizione di classe al di là di una omogeneità del sentire, dove – ad esempio – il precariato, lo stato di precario in sé, possa essere una delle funzioni aggreganti che possano restituire una compattezza che trascenda le lacerazioni segnalate sopra. Formenti mette cioè qui a disposizione una serie di strumenti atti a espandere la cassetta degli attrezzi con la quale tentiamo di interpretare la situazione della conflittualità tra classi subalterne e capitale. Ecco aprirsi la possibilità di un’analisi di questo tipo: se nel trentennio felice, quello che segue la fine della seconda guerra mondiale, l’egemonia operaia ha potuto mettere in campo dei rapporti di forza tali e per i quali costrinse il capitale a concedere grossa parte di quel welfare che ha avvicinato l’Italia ai paesi del nord Europa, oggi il dispositivo del debito, con mutati rapporti di forza, ha permesso al capitale di rimangiarsi tutto il concesso e di mettere in campo un progetto predatorio che sostituisce i profitti di una industria ridimensionata da una crisi da sovrapproduzione alimentata dalla globalizzazione.

I tratti polemici del testo di Formenti abitano principalmente la critica di un generico pensiero post-operaista che secondo l’autore tende a coincidere con le tesi di Antonio Negri che fanno leva sul presupposto che il lavoro cognitivo esprima doti di autonomia rispetto al modo di produzione. Autonomia intorno alla quale sarebbe possibile costruire la base antagonista. Insomma una visione ottimistica che tende a sfociare in un’attesa quasi messianica del superamento del capitalismo anche nella sua veste neoliberista.

Il merito comunque del libro di Formenti è quello di aver suscitato un serie di reazioni (del resto, per niente unanimi) tanto che Alfabeta2 ha proposto uno speciale con contributi spalmati su ben tre numeri.

Paolo Gerbaudo, ad esempio, riconosce al pensiero operaista (o post-operaista che dir si voglia) una grande capacità di analisi che tende a rispondere appunto ad interrogativi di tipo analitico del tipo: “che cosa avviene?” Ma che è sempre più incapace di rispondere al classico quesito leninista: “che fare?” Questa sarebbe dunque la risposta che ci aspettiamo da un campo meno analitico e più strategico, un campo forse che dovrebbe avere i caratteri di un populismo di sinistra atto a dare identità unificante, ad alleare cioè lavoratori cognitivi, autonomi, precari, lavoratori della logistica, “operai disillusi” e disoccupati. Ma, su questo terreno, il pensiero post-operaista trova tutta una serie di ostacoli la cui provenienza – tutta ideologica – apparterrebbe ai tratti genealogici dell’operaismo stesso: “L’odio verso lo stato nazione, prima ancora che verso il mercato, ed il rifiuto del potere, che lo accomuna con altre correnti del pensiero anti-autoritario post-68, rendono impossibile la costruzione di una strategia credibile”.

Un atteggiamento più critico rispetto a quanto detto sinora vede che le istanze attuali non ci restituiscono soggetti completamente esclusi dal rapporto con il capitale (cioè con il modo di produzione), quindi relegati totalmente ai margini della produzione. Un soggetto che tramite la sua mancanza di autonomia si identifica tramite concetti quali quelli di Comunità e Popolo, che, come dice Giso Amendola, sono “sempre bisognose d’essere incorporate in soggetti collettivi trascendenti”. Il difetto della comunità che si condensa nei suoi tratti più problematici quali la ridotta espansività e una certa incapacità inclusiva e tendenza alla difesa dagli attacchi esterni, ma completamente afasica nei confronti delle trasformazioni del quadro sociale.

L’idea di una contrapposizione tra nazione e globalizzazione ha radici nell’incapacità del corpo sociale di interagire con l’apparato del capitale finanziarizzato, dice invece Bifo e affonda: questa “impotenza non si cura con l’impazienza né con il viagra dell’identità nazionale e popolare”. Qui di nuovo l’identità è in qualche modo escludente. Il populismo manca di quelle capacità solidali che aggregano anche per diversità. Per di più, certe considerazioni, sembrano ignorare la vera faccia del capitale contemporaneo che si esprime attraverso un algoritmo tecno linguistico che bypassa il concetto stesso della sovranità, indispensabile alla costruzione di ogni tipo di populismo. Una dichiarazione di impotenza. Un’impotenza però non miope di una possibilità, di una società che si liberi dal ricatto del salario mettendo in rete in termini solidali tutte le sue capacità cognitive. Ma l’attuale frazionamento dei soggetti del lavoro precario e cognitivo ci fanno essere pessimisti su questa possibilità senza però che essa tramonti dal nostro orizzonte.

Andrebbero trovati altri modi di aggregazione, federazioni tra diversi, coalizione delle differenze, niente a che vedere con un soggetto omogeneo e centralizzato, come nell’esempio dato oggi dal femminismo, dice ancora Giso Amendola, qualcosa che sappia conciliare differenze e singolarità, “risonanza”, più che articolazione verticale; maree, non popoli o comunità.

*Gilberto Pierazzuoli




Firenze. La movida, il turismo e la città desiderata

La riflessione che segue tenta di dare delle prime risposte, certamente molto perfettibili, a tre domande fondamentali:

  1. quali sono le caratteristiche quantitative e qualitative del turismo a Firenze, chi ne trae i benefici e chi ne paga i costi, tenendo conto che l’impatto del turismo sulla vita dei cittadini varia in ragione dell’età e del luogo di residenza;
  2. quali sono alcuni caratteri peculiari della popolazione residente e come sono distribuiti nelle varie parte delle città; infine;
  3. quali politiche potrebbero o dovrebbero essere attuate per migliorare la qualità dei vita dei fiorentini (e anche dei turisti-ospiti).

Turismo

Quanti sono i turisti che vengono a Firenze?

Nel 2015 sono stati registrate ufficialmente oltre 9.200.000 presenze, con quasi 7 milioni di stranieri, mediamente di oltre 25.000 unità giornaliere. La spesa annuale delle sole presenze registrate è superiore a 1 miliardo e 200 milioni [1] ed è interessante chiedersi dove va a finire questo fiume di denaro, quante tasse siano pagate e quanto torni alla città, di fronte ai costi diretti dei servizi forniti ai turisti e a quelli indiretti legati all’uso della città.

Tuttavia questi dati sottostimano l’impatto turistico, perché non sono conteggiate né le presenze in nero degli affittacamere che lavorano con Airbnb o Homelidays, né il turismo “mordi e fuggi” che arriva a Firenze con i pullman. Inoltre, la distribuzione delle presenze turistiche varia stagionalmente e in certi periodi può superare le 50.000 unità, una popolazione dello stesso ordine di grandezza dei residenti nel Quartiere 1 (67.000 abitanti), ma concentrata sul quadrilatero centrale, quello che va da Piazza del Duomo ai Lungarni e da via Verdi a via Tornabuoni, con un’appendice Oltrarno.

Le conseguenze sono note.

La prima è una progressiva desertificazione delle attività al servizio dei residenti, i negozi della “quotidianità”, sostituiti da negozi di lusso e comunque rivolti alla domanda turistica nell’area più centrale e una proliferazione pervasiva della somministrazione di cibo e bevande con l’occupazione dello spazio pubblico da parte dei dehors e la conseguente movida nelle aree circostanti: secondo stime di Confcommercio, negli ultimi 25 anni hanno chiuso oltre 30 mila attività legate alle tradizioni [2].

La seconda è una torsione del mercato immobiliare a favore degli affitti brevi a visitatori stranieri; ne segue che, come a Venezia, una parte consistente del patrimonio immobiliare è destinata a una domanda “ricca” cui non possono competere né i fiorentini, né altri tipi di utenti più deboli, come gli studenti universitari che costituiscono una popolazione considerevolmente numerosa e sicuramente una linfa vitale per la città: sono circa 50.000, di cui il 30% fuori sede (15.000).

In sintesi, tutto il mercato immobiliare, sotto la spinta dell’amministrazione fiorentina, si sta orientando verso il lusso e i clienti ricchi, mentre ci si dimentica del disagio abitativo che interessa gli strati più deboli della popolazione, né viene messa in cantiere alcune azione concreta per colmare il gap tra richiesta ed offerta di edilizia sociale; quest’ultima relegata come contentino per rendere accettabili presso l’opinione pubblica le operazioni speculative.

I cittadini di Firenze

Il turismo affidato solo al mercato è certamente una causa del deterioramento della vivibilità della città, sia da un punto di vista strutturale, per le distorsioni nel mercato immobiliare, degli affitti e dell’offerta commerciale, sia dal punto di vista della quotidianità, per l’occupazione e l’uso dello spazio pubblico.

Ma chi sono i fiorentini, accettando in prima approssimazione di identificarli con i residenti a Firenze?

E quali sono i punti di maggiore attrito con i flussi turistici che ormai raddoppiano la popolazione nell’area centrale?

Infine, quali sono le politiche per migliorare la qualità di vita dei fiorentini, ora paradossalmente sempre più estranei alla loro città?

La prima considerazione è che le politiche urbane non agiscono indifferentemente sulle varie fasce di età (oltreché reddituali, ma non abbiamo dati a questo proposito). Ciò che può essere gradito ai giovani (la movida, ad esempio) può essere estremamente fastidioso per gli anziani; la domanda di mobilità e l’uso dei mezzi di trasporto possono essere altrettanto diversificati tra ragazzi, giovani, classi centrali e classi anziane.

L’età è quindi un fattore fondamentale per l’orientamento e il gradimento delle politiche urbane. Come è distribuita da questo punto di vista la popolazione fiorentina?

I dati aggiornati al 2016 ci mostrano una popolazione fiorentina molto più anziana (65 anni e oltre) della media nazionale (il 26% contro il 21% della popolazione italiana), con un indice di vecchiaia pari a 213 punti contro una media nazionale di 161 punti. Significa che per ogni fiorentino nell’età da 0 a 14 anni vi è un numero più che doppio di ultra sessantaquattrenni. Da notare che la distribuzione della popolazione per fasce di età non è omogenea per quartiere: gli indici di vecchiaia variano da quartiere a quartiere con un massimo nei Quartieri 2 (Campo di Marte) e 3 (Gavinana-Galluzzo), per scendere leggermente nel Quartiere 4 (Isolotto Legnaia) un po’ più marcatamente nel Quartiere 5 (Statuto -Novoli), mentre la popolazione è decisamente più giovane nel Quartiere 1 (centro storico) e ha perciò anche un indice di dipendenza molto più basso (circa il 50%, mentre negli altri quartieri si attesta tra il 61% e il 68%)

Indice di vecchiaia = pop. > 64 anni/pop <15 anni
Q1 Q2 Q3 Q4 Q5 Firenze Italia
195,17 227,73 226,78 216,70 206,45 213,90 161,4

 

Indice di dipendenza strutturale = pop <15 anni + pop >64 anni/pop 15-64 anni
Q1 Q2 Q3 Q4 Q5 Firenze Italia
49,65 64,43 67,64 66,22 60,00 60,97 55,5

Questo dato è interessante e dipende dal fatto che la classe degli ultra sessantaquattrenni nel centro storico è meno numerosa rispetto al resto della città, in particolare i quartieri 2 e 3, ciò che non può che essere dovuto a un deflusso della popolazione più vecchia e più debole a favore dell’affitto agli stranieri o dei cambi di destinazione. Analogo è l’andamento dell’indice di dipendenza strutturale. Sulla composizione demografica sicuramente hanno avuto un peso i movimenti migratori, soprattutto provenienti dall’estero.

Firenze, negli ultimi 14 anni ha contato 223.586 immigrati contro 156.692 emigrati, con una componente straniera di oltre 63.000 unità e un numero complessivo di residenti a Firenze nati all’estero pari a 67.115 unità. In sintesi il 18% della popolazione residente a Firenze è nata all’estero e si concentra soprattutto nel centro storico, dove è un quinto della popolazione residente (nel Quartiere 1). Riassumendo: la popolazione residente a Firenze è molto più anziana rispetto alla media nazionale e non è distribuita in modo omogeneo nei diversi quartieri. Il centro storico ha subito un processo di ringiovanimento per effetto dell’immigrazione dall’estero e dell’allontanamento o la non sostituzione della popolazione anziana. Un sesto della popolazione fiorentina è costituita da immigrati dall’estero, con una distribuzione non uniforme per quartiere.

Tabelle demografiche al 31 ottobre 2016
Residenti per quartiere e genere e stranieri per quartiere
Quartiere M F Totale Stranieri %
1 31.838 35.274 67.112 14.631 21,8
2 41.646 49.516 91.162 11.609 12,7
3 19.094 22.355 41.449 4.536 10,9
4 32.458 36.344 68.802 8.669 12,6
5 51.576 57.565 109.141 20.165 18,5
Totale 176.612 201.054 377.666 59.610 15,8

La città attuale

Le politiche del Comune di Firenze nell’ultimo decennio, non hanno tenuto in alcun modo, né della struttura demografica (quindi anche sociale) della popolazione residente, né dei problemi di vivibilità che la pressione turistica creava sulla città. Non solo il turismo viene gestito dal mercato, ma l’amministrazione fiorentina ha seguito e incoraggiato il mercato in una tendenza evolutiva sempre più a favore della domanda ricca, conseguenza a sua volta di una distribuzione della ricchezza sempre più ineguale a livello mondiale. Questo è avvenuto fondamentalmente in tre direzioni. La prima è stata quella di accentuare il ruolo di “salotto buono” del centro di Firenze, con la destinazione di risorse e con la pedonalizzazione dell’area più interna; pedonalizzazione [1] che (in assenza di una politica decente dei trasporti) ha spostato il traffico sulla cintura immediatamente circostante e in qualche strada “disgraziata”. Inoltre in alcune aree limitrofe si sono spostate attività lecite, ma fastidiose o illecite o “border line” come il gioco d’azzardo. Un esempio emblematico è la situazione di via del Palazzuolo descritta in modo molto puntuale ed efficace in uno scritto di Marta Baiardi che andrebbe riletto con attenzione: “Spaccio, risse, violenza, ludopatia, illegalità diffusa sono esperienza quotidiana di chi qui vive e lavora, con un restringimento di spazi di vivibilità per tutti e un abbassamento della qualità della vita inquietante”.

La seconda direzione è quella della vendita effettuata o promossa dal Comune di immobili pubblici dismessi con Variante incorporata verso la destinazione di alberghi o residenze di lusso e in subordine, di attività commerciali sempre di lusso: un centro di Firenze tutto destinato al mercato più ricco. Vale a dire che via via che edifici e complessi pubblici vengono dismessi – si pensi al tribunale di Firenze, alla scuola militare di Costa San Giorgio, alla Manifattura Tabacchi, alle Murate, alle Poste centrali di Michelucci, al Panificio militare, ma vi sono decine di esempi – le nuove destinazioni sono scelte esclusivamente sulla base dei desiderata dell’eventuale compratore, cioè delle preferenze del mercato.

La terza direzione è complementare alla precedente e consiste un sostanziale abbandono delle periferie (che fine ha fatto il progetto concorso per 10 nuove piazze di Firenze e successivamente gli ulteriori concorsi, ad es. piazza dell’Isolotto?). Meno traffico in centro, più traffico nelle periferie, martoriate anche dalle linee della tramvia veloce progettate come binari e non come occasioni di riqualificazione dello spazio pubblico. Inoltre, la tramvia

consente a una quota di pendolari di rinunciare all’uso dell’automobile (il 25% a seguito dell’entrata in esercizio della linea1, con una media giornaliera tra i 30.000 e i 40.000 passeggeri), ma non risponde alla domanda di spostamenti interni che ha bisogno di mezzi più distribuiti, più capillari e più flessibili.

Le vicende di Villa Fabbricotti potrebbero (lotteremo perché ciò non avvenga) essere esemplari di una politica che considera complessivamente la città come merce da vendere al migliore acquirente. Villa Fabbricotti, di proprietà della Regione e con destinazione a uso pubblico, è stata recentemente messa in vendita. L’iter è il solito: vendita alla Cassa Depositi e Prestiti e da questa a qualche investitore privato con Variante “a la carte” del Comune di Firenze. L’ipotesi non tanto peregrina è che il complesso sia trasformato in albergo o residenze di lusso e il parco venga privatizzato. Attualmente il parco ha un altissimo valore d’uso, perché utilizzato da centinaia di cittadini (e dai loro cani). Il cambio di destinazione farebbe crollare il valore d’uso – da molti a pochi utenti – mentre aumenterebbe in modo simmetricamente opposto il valore di scambio: quella che viene chiamata “valorizzazione” non è altro che la trasformazione del valore d’uso in valore di scambio, con qualche spicciolo di compensazione. Questo è comunque l’iter seguito finora e che l’amministrazione di propone di proseguire. La radice è di natura politica e prima ancora culturale, di chi non vede altra via di sviluppo se non quello immobiliare e infrastrutturale, nell’offerta di contenitori vuoti che non possono che essere riempiti dal mercato, vale a dire da investitori con orizzonti temporali e “opzionali” assai limitati, perché il circuito investimento-profitto deve essere più breve possibile. Perciò la risposta di un’opposizione che voglia diventare governo non può che essere prima di tutto culturale e politica. Questo convegno e un primo passo in questa direzione.

La città desiderata
Una città amica di anziani, donne e bambini

Una pianificazione urbanistica attenta ai mutamenti sociali e demografici dovrebbe tenere conto di tutto ciò, sia nelle scelte infrastrutturali, sia nelle politiche della casa e dei servizi, sia nell’organizzazione dello spazio pubblico (v. punto seguente).

Un primo fattore di cui tenere conto è che invecchiando sempre meno si usa l’automobile individuale, a maggior ragione nel congestionato traffico della città, sempre si più amano gli spostamenti a piedi o in bicicletta (otre che con un efficiente trasporto pubblico). Il modello urbanistico fatto di grandi attrattori decentrati, in primis i centri commerciali raggiungibili solo con mezzi di trasporto privati e, in generale, un sistema di spostamenti da casa basati sull’automobile, non solo consolida le fonti di inquinamento, ma è obsoleto perché basato sulla struttura demografica tipica degli anni ’60, fatta di famiglia giovani con figli numerosi, mentre nel 2016 a Firenze la famiglia media è costituita da due persone, A distanza di 50 anni, l’idea di crivellare la città con parcheggi sotterranei, oltre a quanto si è accennato in precedenza, si rivela una scelta non a favore degli abitanti ma degli interessi immobiliari – salvo casi particolari – e rende permanente il traffico attorno alle aree pedonalizzate. Significa fin da ora rinunciare a una prospettiva, non certo immediata ma possibile, di una città sempre più libera dalle automobili e dal traffico.

Un secondo ordine di considerazioni riguarda la popolazione più giovane. Fino a dieci anni fa vi era in alcune città italiane (non a Firenze) una certa attenzione alle problematiche della “città dei bambini” e in alcuni casi le buone intenzioni sono state tradotte in esperienze concrete. Non deve stupire che una città amichevole e fruibile dai bambini sia anche particolarmente adatta per le persone anziane (spesso le due figure si accompagnano, quando i genitori sono al lavoro). Le implicazioni sociali e urbanistiche sono da una parte un’estesa pedonalizzazione che renda sicuro e piacevole camminare in città, dall’altra una localizzazione di servizi e di attività commerciali che sia ben distribuita e che non implichi la necessità di spostamenti in macchine per gli acquisti o le prestazioni di servizio di tutti i giorni: il contrario della tendenziale (e in molte aree già attuata) desertificazione delle attività a supporto dell’abitare a favore di quelle rivolte al turismo. E poiché sono spesso le donne che reggono sulle spalle l’assistenza agli anziani e la cura dei bambini, una città amichevole per entrambi è amichevole anche verso le donne, ne rende meno stressante la vita e forse, costituisce un incentivo alla natalità più che operazioni pubblicitarie o mance una tantum. Centrale, in questo recupero della città in favore dei bisogni e della qualità della vitta dei cittadini e il ruolo dello spazio pubblico sia da un punto di vista quantitativo che – soprattutto – qualitativo.

Una città che recupera ed estende lo spazio pubblico

Lo spazio pubblico di Firenze è il risultato di una grande costruzione collettiva durata vari secoli e arricchita dalle generazioni che via via hanno abitato la città. Lo spazio pubblico costituisce la “struttura” della città che ne tiene insieme le varie parti, non solo collegandole funzionalmente, ma integrandole e arricchendole di edifici collettivi e monumenti. Caratteristiche precipue dello spazio pubblico, così come si è venuto configurando storicamente, sono la sua multifunzionalità (essendo contemporaneamente spazio economico, commerciale, religioso, politico), la sua “continuità”, rendendo permeabile e percorribile l’intera città, la sua gerarchizzazione, essendo le emergenze collegate e orientate verso il centro in modo da essere fruibili da tutti i cittadini: qualità tutte negate dalle trasformazioni degli ultimi decenni e neanche prese in considerazioni dalle politiche urbanistiche più recenti che, invece, favoriscono consapevolmente la privatizzazione dello spazio collettivo.

Una politica di ricupero e valorizzazione dello spazio pubblico esistente e di costruzione dello spazio pubblico dove questo manca come nelle recenti periferie, implica una riduzione del traffico automobilistico e una conseguente pedonalizzazione della città, soprattutto nelle zone dove piazze e strade sono diventate parcheggi di superficie. Significa, in modo complementare, valorizzare gli spazi aperti residui nel tessuto urbano, anche quelli interni agli isolati (di cui l’amministrazione Domenici ha promosso colpevolmente la saturazione) recuperandoli all’uso pubblico, preferibilmente come giardini o spazi naturali. L’obiettivo finale è una città “permeabile”, dotata di uno spazio pubblico continuo, fatto non solo di piazze, parchi e giardini, ma anche di spazi minori, più intimamente legati al quartiere in cui sono collocati, fruibile a piedi o in bicicletta per mezzo di una rete di percorsi protetti e dove possibile, indipendenti da quelli destinati al traffico motorizzato. La costruzione delle linee della tramvia veloce era un’ottima occasione per integrarne la progettazione con quella dello spazio circostante, promuovendo, come è accaduto in Francia in analoghe circostanze, un’ampia ristrutturazione della città dove questa è particolarmente carente di spazi di socializzazione.

Un’occasione non solo persa, ma neanche presa in considerazione dall’amministrazione fiorentina, dove tutto viene progettato e gestito in modo settoriale e scoordinato. Una politica di (ri)costruzione dello spazio pubblico implica un’estesa e effettiva partecipazione di cittadini alle scelte urbanistiche a monte e una progettazione condivisa e contestuale delle infrastrutture di supporto. La partecipazione promossa dall’amministrazione fiorentina è stata finora solo la ricerca di consenso su opere già decise o un inutile esercizio perché le proposte dei cittadini e associazioni non sono state prese in considerazione, né hanno lasciato traccia nelle successive politiche. Inutili concorsi hanno solo rappresentato uno spreco di risorse (come quello per la creazione di una serie di piazze periferiche, mai realizzate, sotto l’ironica etichetta di “progettare insieme”).

Un’idea di città e il ruolo di Firenze. Il Sindaco La Pira pensava a un ruolo di Firenze come ambasciatrice della pace nel mondo. A prescindere dai contenuti utopici della proposta, La Pira aveva compreso che la fama di Firenze, il suo prestigio artistico e culturale, offrivano alla città la chance di ritagliarsi un ruolo di livello internazionale e che la sua attrattività poteva essere una carta da giocare per obiettivi più “alti” dello sfruttamento banale del turismo. Nel periodo che ha separato gli anni ’60 dai nostri giorni, una proposta innovativa e intelligente sul ruolo di Firenze è venuta negli anni ’80, durante l’amministrazione Bogianckino, da Giacomo Becattini, economista di grande caratura, che ha sostenuto, in varie occasioni e con ampie argomentazioni, la grande opportunità della città di diventare un laboratorio culturale di livello mondiale.

Da una parte, si proponeva di mettere in rete e potenziare le numerose istituzioni culturali, pubbliche e private, operanti a Firenze, come dipartimenti universitari italiani e stranieri, musei, centri di ricerca, opifici, biblioteche, gallerie, per creare un sistema collaborativo e aperto (si noti che senza internet, all’epoca l’impresa era molto più ardua di quanto possa essere adesso).

Dall’altra si trattava di riconvertire, almeno parzialmente il turismo di massa, che doveva essere gestito e rieducato, in un turismo “stanziale” di studio e di ricerca, cui avrebbero potuto contribuire anche imprese multinazionali in cerca di sedi fiorentine gradite ai loro quadri tecnici e dirigenziali. Patrimonio culturale, qualità della vita urbana, bellezza delle architetture e del paesaggio, potevano costituire la base sinergica e “strutturale” su cui progettare un nuovo e importante ruolo culturale e scientifico di Firenze.

Questa proposta, accolta inizialmente con favore, ma solo a parole, dalle forze politiche, è stata completamente dimenticata; di più: nessuna proposta alternativa, nessun disegno di pari livello è stata fatta negli ultimi trenta anni e l’argomento è stato abbandonato. Ne sono prova le ultime campagne elettorali, dove gli obiettivi proposti ai cittadini sono la realizzazione di infrastrutture come uniche produttrici di reddito e di occupazione e come se non esistessero altre chances e altre opportunità. Di nuovo gli strumenti, in questo caso le grandi opere, sono proposte quali finalità ultime, indipendentemente dal fatto che siano utili o meno. Nessun disegno complessivo per Firenze, i cui destini sono lasciati al mercato, di cui il Sindaco stesso è diventato promotore e facilitatore.

Il disegno di Firenze come grande laboratorio culturale aperto al mondo non ha perso la sua validità e potrebbe guidare le destinazioni da assegnare agli edifici dismessi in un disegno organico, a seconda delle obiettive opportunità urbanistiche, come l’accessibilità, le possibilità di integrazione con altre attività, lo stato dei luoghi, il tessuto sociale in cui si inseriscono. Perciò una importante rivendicazione da avanzare è la richiesta di un disegno organico e innovativo per una Firenze che diventi luogo di ospitalità per un turismo colto, di studio e ricerca, oltre che di affari e di convegnistica.

Le varie opportunità si integrano e possono benissimo mettere d’accordo interessi pubblici e privati, senza la distruzione del tessuto sociale e fisico della città.

*Paolo Baldeschi

[Il testo è la trascrizione dell’intervento al convegno promosso dall’Assemblea dei Comitati Fiorentini e dalla ReTe dei Comitati per la Difesa del Territorio, Città pubblica vs città oligarchica. Vita immaginata e desiderata, politica subìta, Firenze, 11 febbraio 2017, Teatro dell’Affratellamento. Dello stesso convegno abbiamo pubblicato i contributi: Ilaria Agostini, Alienazioni a Firenze. O la metamorfosi dell’urbanistica in ragioneria, Roberto Budini Gattai, Progetto Firenze, uno scavo nel tempo futuro e Tiziano Cardosi, La mobilità a Firenze, il disastro]

Note al testo

[1] Il cuore di Firenze, dopo che l’allora sindaco Renzi decise a sorpresa di pedonalizzare piazza Duomo e cancellare il contestato passaggio della linea 2 accanto al Battistero, dal 2009 è rimasto senza un servizio di trasporto pubblico forte.

[1] Distribuiti alla popolazione fiorentina equivarrebbero a 3.200 euro pro-capite.

[2] Spiega Aldo Cursano, presidente toscano Federazione pubblici esercizi: «Ha retto soltanto il dieci per cento delle botteghe storiche». Uno stillicidio. Una città sempre più a misura di visitatore, poco attenta ai residenti. «Prima, uscendo di casa, salutavo tutti, e tutti salutavano me — racconta un ex residente —, oggi invece non conosco più nessuno e se ho bisogno di una mano, nessuno mi aiuta».




Amianto a Rosignano, il figlio di una vittima: “Mio padre firmò un contratto di lavoro, non di morte”

Sono passati 7 anni dalla scomparsa del padre, ma la voce di Massimiliano Posarelli, mentre me ne parla, tradisce ancora emozione: “Mio padre ha lavorato per una trentina d’anni presso uno stabilimento chimico di Rosignano, la Solvay, dove fanno chimica di base, soda, acqua ossigenata, bicarbonato ad uso alimentare. A periodi ha lavorato nel Reparto Calderai dove si facevano riparazioni delle tubazioni sull’impianto, tubazioni che per l’80% erano rivestite di amianto, per essere riparate, inoltre, bisognava romperle con il martello e si disperdevano particelle. Inoltre, quando facevano saldatura, usavano teli in amianto per evitare che la colatura di fuoco cadesse a terra e finisse per incendiare qualcosa. Tutti i suoi colleghi rimasti vivi, infatti, sono malati. Io voglio giustizia, anche se nessuno potrà ridarmi indietro mio padre, ma non riesco a rassegnarmi al fatto che a Livorno non è stato possibile venire a capo del processo: quello penale, infatti, è terminato perché è morto l’ex direttore, quindi sono andato sul civile e la giudice non mi ha ammesso le prove. Tengo a dire che nel 2002 venne celebrato un primo processo, che però finì con l’assoluzione perché nessuno si costituì parte civile”.

Sul tema vedi la puntata di Gazebo (Rai Tre) “Una storia di una anormale amministrazione“, con Lorenzo Scurati e Bobo Rondelli

Le Spiagge bianche e sullo sfondo l’impianto industriale Solvay

“Mio padre è andato in pensione nel 1993, dopo il 2002 nessuno ci ha avvisati su eventuali ripercussioni”, continua Massimiliano. “Si è ammalato nel 2010. È una malattia silenziosa, a lunghissima incubazione, che si manifesta dopo tantissimi anni. A Cecina esiste una Medicina del Lavoro addetta a questa attività. A mio parere però ci dovrebbe essere una maggiore attenzione e in particolare sarebbe necessario sottoporre tutti i lavoratori esposti ad amianto a controlli sanitari. Dopo la sua morte sono stato chiamato dalla responsabile che ha escluso che mio padre fosse morto a causa dell’amianto, sosteneva che era colpa del fumo. Al che le ho detto: “Ma lei come fa a saperlo? Conosceva per caso mio padre?” A Rosignano, ci sono più di 100 tra malati e morti. È troppo chiedere un processo a Livorno? Bisogna dare neanche un senso alla morte di queste persone, vorrei capire, ho bisogno di conoscere la verità, invece finora non mi hanno data la possibilità di capire”.

Nella relazione del medico legale si dice che il padre si poteva salvare. “Io dico che si poteva e si doveva fare di più,  magari predisporre un piano di controllo, se questa industria chimica che è presente nella città ha creato danni a tante persone, non può abbandonarle,  hanno lavorato una vita, hanno firmato un contratto di lavoro, ma non sapevano che era un contratto di morte”. 

Massimiliano, quando si è ammalato suo padre?

“Tutto inizia nel 2010, mio padre è morto a novembre dello stesso anno per un adenocarcinoma del polmone. Il suo è stato un lungo calvario, le sue sofferenze sono iniziate prima. Mio padre ha iniziato a sentirsi ad agosto, anche se i dolori alle gambe, in particolare alla gamba sinistra, sono iniziati qualche mese prima. Il nostro medico curante ha sottovalutato la situazione, diceva che era una semplice sciatica, i dolori persistevano, anzi, aumentavano, poi sono arrivati altri sintomi e papà ha iniziato ad avere una tosse secca. Mia madre ha insistito per fare controlli più approfonditi e così il nostro medico di base ha prescritto una lastra al polmone, è andato in ospedale e lì il radiologo gli ha prescritto una terapia antibiotica per una sospetta broncopolmonite. Nel frattempo, a settembre, eravamo entrati in contatto con un medico che frequentava il nostro negozio e ci eravamo consultati rispetto al dolore alla gamba e che ci ha consigliato di fare una risonanza senza contrasto, dopo aver visto i risultati, senza allarmarci, ci prescrisse una PET. Non ci disse nulla apertamente, prendemmo appuntamento, ma papà iniziò a peggiorare.” 

Come ha scoperto di avere l’asbestosi e il tumore polmonare?

Alla sera papà aveva sempre la febbre, siamo tornati dalla dottoressa, ha proseguito la cura per circa 20 giorni, ma la febbre andava peggiorando e papà era sempre più debilitato fino a che un giorno ci fu un episodio di sangue, la dottoressa continuò a dire di non preoccuparci, che poteva essere un capillare che si era rotto, ma la febbre non passava e solo dopo diverse insistenze la dottoressa si è convinta a fare la tac. Da lì la scoperta, il radiologo ci disse di rivolgerci a un chirurgo perché c’era qualcosa che non andava, siamo andati a Livorno dove papà ha fatto tutti gli esami del caso, ma ormai era tardi perché ormai il tumore era in metastasi. Un vero peccato perché se il tumore al polmone è diagnosticato al primo stadio è possibile intervenire, estirparlo chirurgicamente e poi sottoporre il paziente a chemioterapie. Però nel nostro caso, fino quasi alla morte, nonostante ci fossero chiari sintomi di tumore polmonare da amianto, a Romano, mio padre, veniva negata l’esatta diagnosi. Abbiamo fatto dei controlli, in particolare la broncoscopia per capire che tipo di tumore fosse e ci hanno detto che era un adenocarcinoma, papà ha fatto un ciclo di chemio, molto leggero, perché era già debilitato. A novembre è morto. Io avevo sentito parlare dell’amianto, mi sono attivato, circa tre anni dopo la morte di mio papà, caso volle che conobbi una dottoressa, radiologa all’ospedale di Siena, le ho portato i dischetti della Tac, mi ha fatto una relazione che rivelava che papà aveva asbestosi e le placche pleuriche che gli hanno causato questa malattia. Per farla breve, per conoscere la verità sono dovuto andare a Siena, non a Rosignano. L’asbestosi e le placche pleuriche sono state diagnosticate solo post mortem.

Come ha conosciuto l’avv. Bonanni e l’ONA?

Ho partecipato ad una assemblea dell’ONA che si è tenuta a Rosignano Solvay già nel maggio del 2010 e poi ancora nell’ottobre dello stesso anno e fu in quella circostanza che illustrai all’avv Ezio Bonanni i sintomi. Fu proprio l’avv. Ezio Bonanni a non vederci chiaro sulla storia di mio padre, in particolare gli risultava strano che a un lavoratore esposto ad amianto che aveva i chiari sintomi di un tumore polmonare gli fosse praticata una cura antibiotica, per di più senza un preventivo esame TAC o PEC. Ho informato il medico curante della ASL che continuava ad insistere nel sostenere che occorreva la cura antibiotica, poi alla fine invece, quanto è stata fatta la TAC PET si è scoperto che le metastasi avevano invaso tutto l’organismo e il mio povero babbo è morto pochi giorni dopo. Purtroppo c’è poca attenzione per la vita umana, la vita di questi lavoratori viene considerata meno di zero. Ci sono degli assassini che però rimangono impuniti. Il processo penale per la morte del mio babbo si è chiuso perché l’imputato, ultranovantenne, nel frattempo è morto. L’amianto ha distrutto la mia vita e quella della mia povera madre, che poi è morta di crepacuore. Viviamo in uno stato che non tutela la vita umana e la sua dignità e che permette delle vere e proprie stragi silenziose, come quella dell’amianto.

*Ufficio stampa ONA




Comunicare il pensiero critico

L’azione di perUnaltracittà nei dieci anni di presenza a Palazzo Vecchio è andata oltre la serrata opposizione, condotta puntualmente il lunedì in Consiglio comunale e durante la settimana all’interno delle Commissioni, alle politiche di Leonardo Domenici tra il 2004 e il 2009 e quelle di Matteo Renzi tra il 2009 e il 2014.

L’obiettivo della “lista di cittadinanza”, e già da questa definizione si intuisce una delle differenze con i partiti tradizionali e le liste civiche, è stato piuttosto quello di promuovere una cultura altra rispetto a quella dei dominanti, come giustamente Riccardo Petrella definisce coloro che, da destra o da sinistra poco importa, portano avanti politiche liberiste nelle amministrazioni pubbliche [1].

Dietro all’impegno istituzionale del gruppo consiliare – la punta dell’iceberg – c’era infatti un fitto lavorìo di persone, gruppi, comunità attive in città e quindi “esperte” di contenuti e territori, spesso animatrici di vertenze. Realtà e organizzazioni in grado di analizzare criticamente l’esistente ed elaborare proposte alternative plausibili, realizzabili all’interno degli stretti confini imposti dai bilanci pubblici depauperati dall’austerità, ma che avevano il merito, a parer nostro, di contribuire alla risoluzione di problemi tenendo conto dei bisogni di chi vive, abita, lavora in città, e non degli interessi particolari a cui la politica italiana delle larghe intese, formalizzate o meno, rivolge in un modo ormai intollerabile i suoi servigi. L’esempio del “gruppo Urbanistica” trattato in queste pagine chiarisce questo concetto in modo esemplare.

Promuovere questo tipo di cultura a Firenze non è cosa facile. Si tratta di una città molto conflittuale che però affida il proprio voto sempre e comunque allo stesso blocco di interessi, come se si fosse ormai arresa ad una gestione della cosa pubblica che a molti pare imbarazzante. Basti citare le tariffe dell’acqua più care d’Italia, la rete idrica intasata di amianto, la raccolta differenziata a livelli ridicoli, gli obsoleti inceneritori proposti come soluzione, il trasporto pubblico locale che non funziona, una manutenzione del verde pubblico inconsistente. Una città, per rimanere a temi urbanistici, in cui l’idea di un possibile Parco ad ovest di Firenze è derisa volgarmente da Domenici, mentre per Renzi la «soluzione migliore» è di costruirvi sopra una nuova e più lunga pista dell’aeroporto nello stesso tempo in cui la stampa lo sostiene nella costruzione della mitologia dei «volumi zero» con annessa la promessa di azzerare il consumo di suolo.

Il mandato di perUnaltracittà si fonda così su una critica dell’esistente evidenziando allo stesso tempo buone pratiche, storie virtuose, tendenze culturali figlie di quei movimenti che dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso hanno offerto il loro contributo per cambiare un sistema politico, economico e sociale distruttivo dal punto di vista ambientale e privo della capacità di rispettare il bene comune e i diritti della persona.

I numeri dell’impegno

Nelle due legislature il gruppo consiliare (Unaltracittà/Unaltromondo, 2004-2009 e perUnaltracittà, 2009-2014), ha prodotto 973 atti così suddivisi:

  • 451 interrogazioni (159+292),
  • 172 ordini del giorno (68+104),
  • 114 mozioni (38+76), 33 risoluzioni (17+16),
  • 17 interpellanze (11+6),
  • 186 domande d’attualità e comunicazioni (introdotte nel 2009).

Se confrontiamo i 973 atti consiliari con i contenuti originali pubblicati sul sito della lista di cittadinanza, ben 4.638 in dieci anni, ci accorgiamo dell’enorme mole di lavoro compiuta dalle attiviste e dagli attivisti del gruppo. Si registra infatti una media di 1,27 contenuti originali al giorno, comprese le domeniche, le festività, i periodi di sospensione delle attività istituzionali. Grazie alle riprese a circuito chiuso del Consiglio comunale è inoltre possibile rivedere tutti gli interventi di Ornella De Zordo [2]. Al lavoro in Consiglio comunale si aggiunge infine quello al Quartiere 5 dove la consigliera di perUnaltracittà Adriana Alberici ha promosso nel quinquennio 2009-2014 altri cinquanta atti.

La comunicazione di questo importante lavorìo politico e culturale è affidata in primo luogo alla scrittura di documenti sintetici sull’argomento del giorno. Il testo è curato in genere dalla persona esperta della materia attiva nel gruppo e diviene poi la traccia per l’intervento di Ornella De Zordo in Consiglio comunale e, rielaborato, in un comunicato che viene inviato alla stampa locale (agenzie, giornali, radio, televisioni e siti di informazione), ad alcune liste di distribuzione mail (di attivisti, simpatizzanti e tematiche) e pubblicato sul sito – ideato e curato da Francesca Conti in collaborazione con chi scrive – e sui media sociali attivi (Facebook, Twitter e YouTube). Tutti questi contenuti sono oggi integralmente archiviati e visibili alla pagina web http://www.perunaltracitta.org/listadicittadinanza/.

La scrittura dei comunicati ha cercato sempre di rispettare quei principi cardine del giornalismo fondati sulla chiarezza del messaggio (le cosiddette “5 W”[3]), una buona titolazione, una scrittura a paragrafi per facilitare la lettura, link quando necessari, dichiarazioni virgolettate della capogruppo e dell’esperto/attivista di turno, rapidità nella pubblicazione. L’obiettivo era duplice: render conto all’elettorato di riferimento e allo stesso tempo contaminare, seppur con molte difficoltà, il palinsesto mainstream di contenuti eccentrici rispetto al dibattito pubblico in corso.

I Quaderni di inchiesta urbana

Per intervenire in maniera più approfondita nel dibattito cittadino, perUnaltracittà ha coltivato nel tempo anche la produzione di testi più lunghi, dei brevi saggi, sugli argomenti più interessanti del periodo in cui venivano pubblicati. Si prenda ad esempio la collana “Quaderni di Inchiesta Urbana” che verteva sugli aspetti più problematici del tessuto urbano fiorentino affrontati da attivisti e studiosi che, accettando la sfida del piccolo formato, presentavano le loro analisi e proposte per la città. I “Quaderni” ebbero una tiratura di 5.000 copie e successivamente furono resi disponibili sul sito per essere scaricati, letti e condivisi gratuitamente[4].

Per dare un’idea della diversità dei temi affrontati e della valenza degli autori ricordiamo i titoli della prima serie: L’affaire Castello di Paolo Baldeschi, Gianni Barbacetto, Maurizio De Zordo, Edoardo Salzano; Cultura prêt-à-porter di Chiara Brilli e Domenico Guarino; Firenze in movimento di Donatella Della Porta; Libello fazioso sulla cultura di Franca Falletti e Daniele Lombardi; Impero Spa: i mercanti d’acqua di Tommaso Fattori; Il quadro del disastro di Antonio Fiorentino; Il diritto alla città di Marvi Maggio; Il carcere oggi: a Firenze e ovunque di Alessandro Margara; Non bruciamoci il futuro di Valeria Nardi; e quelli della seconda serie: Firenze auto-critica di Maurizio Da Re; La corte di San Lorenzo di Christian G. De Vito; Disastro Tav di Maurizio De Zordo; Dimmi chi escludi, ti dirò chi sei e Oltre la crisi di Lorenzo Guadagnucci; La biocittà e la comunità urbana di Giorgio Pizziolo; Case (im)popolari di Duccio Tronci; Ammalarsi a Firenze e Le nostre idee per Firenze di perUnaltracittà.

Gli incontri pubblici

Non solo, una modalità di promozione delle idee che animavano la lista di cittadinanza sperimentata con successo è stata quella dell’organizzazione di incontri pubblici, oltre un centinaio tra il 2009 e il 2014, anche questi pensati nell’ottica di intervenire nel dibattito cittadino grazie a punti di vista diversi da quelli abituali. Su tutti citiamo il ciclo “Europa tossica” organizzato nella Sala della Miniatura in Palazzo Vecchio, che intendeva fare il punto sulla crisi economica degli ultimi anni con economisti, studiosi, intellettuali e giornalisti indipendenti per smontare il mito del debito pubblico come causa e indicare piuttosto nella finanza spregiudicata e nelle politiche di austerità liberiste le cause vere dell’impoverimento della nostra società. Il ciclo, molto partecipato, si tradusse in un libro curato da Gianni Del Panta e intitolato Europa tossica. Crisi del capitalismo, crisi del debito, crisi della politica (2012). Un testo autoprodotto con l’ambizione di divenire uno strumento di intervento per un radicale cambiamento dell’esistente.

Anche per “Europa tossica” riteniamo importante citare contenuti e autori: De-finanziamo l’economia degli stati con Joseph Halevi; La furia dei cervelli con Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli; L’economia del noi con Roberta Carlini; Dove va l’urbanistica? con Pier Luigi Cervellati, Giovanni Maffei Cardellini e Daniele Vannetiello; Autopsia della politica italiana con Cristiano Lucchi e Gianni Sinni; Recupero, riciclo e riuso dei cibi con Barbara Zattoni; Il debito pubblico e gli enti locali con Ivan Cicconi; Una Repubblica fondata sul cemento con Luca Martinelli; L’età del capitalismo distruttivo con Piero Bevilacqua; Debito tra informazione e mistificazione con Giulietto Chiesa; L’Italia delle disparità di genere con Alessandra Casarico; Oltre il Pil con Filomena Maggino e Tommaso Rondinella; La svolta neoagricola delle Apuane con Fabio Baroni e Eros Tetti; Manifesto degli economisti sgomenti con Andrea Baranes. Il volume ha la prefazione di Ornella De Zordo e in appendice L’Alfabeto della finanza di Vincenzo Comito, un utile glossario per comprendere chiaramente i termini della crisi.

Nel dibattito urbanistico cittadino un contributo importante è stato offerto nel 2010 dalla pubblicazione del Manuale d’uso per un Piano Strutturale partecipato, trasparente e a consumo di suolo zero. Per una Carta Costituzionale del territorio fiorentino, curato dal Gruppo urbanistica di perUnaltracittà con interventi di Alberto Ziparo, Antonio Fiorentino, Daniele Vannetiello, Giorgio Pizziolo, Ilaria Agostini, Letizia Recchia, Maurizio Da Re, Maurizio De Zordo, Ornella De Zordo e Roberto Budini Gattai.

Con questo testo la lista di cittadinanza fa il punto sul processo di riflessione, ricerca, proposta, sperimentazione sui temi dell’urbanistica fiorentina. Un processo utile per la costruzione collettiva del nuovo Piano strutturale con l’obiettivo di creare «una speranza concreta e praticabile di una città altra, aprire un processo di rianimazione e rivitalizzazione dei luoghi verso ambienti di vita significativi». La proposta avanzata è quella della città/paesaggio inteso come un contesto «dove le città storiche e l’urbano contemporaneo, i residui assetti paesistici di valore, i luoghi abbandonati e le ruralità sopravvissute, le porzioni di naturalità e le strutture ecologiche dissestate riescono a riorganizzarsi e a produrre un inedito organismo molteplice». Una struttura «composta di due entità che convivono intrecciate ed interattive, la città e l’ambiente: fiumi rigenerati e campagne produttive per gli abitanti urbani, città di pregio e brani dell’urbano contemporaneo, boschi ed aree produttive». Un programma che richiede, come condizione indispensabile, «la collaborazione e il coinvolgimento attivo e creativo della popolazione sia nella fase propositiva che nella verifica delle scelte compiute»[5].

L’analisi del bilancio comunale

Altri contenuti fondamentali nell’azione di perUnaltracittà sono rappresentati dalle analisi che negli anni sono state fatte dei bilanci dell’amministrazione fiorentina. Citiamo per comodità l’ultimo studio compiuto sul bilancio del 2013 – sindaco Matteo Renzi – con la collaborazione tecnica di Simona Repole. In esso si metteva nero su bianco ciò che la giunta comunale cercava di celare sotto azioni di comunicazione che avevano il mero intento di distrarre dalla pessima condizione dei conti pubblici. «Entrate per investimenti diminuite di 65 milioni rispetto al preventivo; si accumulano debiti e non si riscuotono i crediti; diminuiscono nel triennio le spese per istruzione e sociale ma aumentano spese per prestazione servizi (esternalizzazioni e consulenze); accesi sette nuovi mutui che portano a 490 milioni l’indebitamento del Comune di Firenze. Ma non basta. L’amministrazione non riesce a riscuotere la Tares, la Tia e le multe stradali per ben 185 milioni»[6]. Questa analisi compiuta nell’aprile del 2014 raccontava di un’amministrazione Renzi che aveva sovrastimato sia le entrate correnti (tributarie e multe) che quelle in conto capitale, per “promettere” nei bilanci preventivi spese correnti ed investimenti di fatto non realizzabili e non sostenibili finanziariamente. In sostanza si denunciavano pratiche contabili poco trasparenti nei confronti dei cittadini che però la stampa mainstream ha del tutto ignorato considerata la contestuale ascesa a Palazzo Chigi di Matteo Renzi. Solo negli anni successivi la Corte dei Conti, verificando i bilanci di Palazzo Vecchio, ha confermato le analisi indipendenti di perUnaltracittà denunciando «gravi irregolarità» che hanno generato «oltre all’inosservanza dei principi contabili di attendibilità, veridicità e integrità del bilancio, anche violazioni in merito alla gestione dei flussi di cassa e alla loro verificabilità»[7].

Decostruire il messaggio dei dominanti

L’informazione in uscita prodotta da perUnaltracittà ha cercato negli anni di decostruire il messaggio dominante degli amministratori pubblici non sempre rispettoso del diritto dei cittadini ad essere informati con trasparenza. A questo comportamento si deve aggiungere la connivenza, talvolta esplicita, spesso celata, con i poteri economici che contano a Firenze, in Toscana e nel resto del Paese. Poteri che controllano i mezzi di informazione sia attraverso la proprietà diretta sia destinando verso le testate giornalistiche più “collaborative” flussi più o meno ampi di inserzioni pubblicitarie e sponsorizzazioni. Considerata l’equazione “informazione = potere” può essere utile al cittadino avere la consapevolezza di questa dinamica per meglio orientarsi nelle sue scelte politiche ed elettorali.

In tal senso un libro misconosciuto ai più – I mercanti della notizia. Guida al controllo dell’informazione in Italia – curato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano coordinato dal “nostro” Francesco Gesualdi è illuminante[8]. In esso si analizza il potere economico e finanziario per arrivare a definire, anche per la stampa Toscana, gli intrecci tra potere e informazione. Per chi avesse fretta consigliamo inoltre la lettura del decalogo di Noam Chomsky sulla manipolazione dell’informazione[9], e per ulteriori approfondimenti rimandiamo al sempre verde La fabbrica del consenso in cui il linguista e attivista americano, definito dal “New York Times” «un demolitore di verità accettate», ci racconta come siano le forze politiche ed economiche a decidere quali notizie dovranno raggiungere il pubblico, e in che modo[10].

Nessuno di noi berrebbe dell’acqua da una fonte che sa avvelenata. Eppure quotidianamente, più volte al giorno, ci dissetiamo con notizie provenienti da fonti inquinate, direttamente andando in edicola, guardando la televisione e ascoltando la radio, o indirettamente attraverso la pervasività dei media sociali, campo di battaglia pseudo-indipendente dove però il mainstream ha vinto nuovamente la battaglia di chi impone i suoi contenuti forgiando un’opinione pubblica sempre più disorientata ma allo stesso tempo convinta di sapere tutto su tutto. Il condizionamento frutto di queste dinamiche è enorme. Per questo perUnaltracittà ha cercato sempre di indagare, per quello che è riuscita a fare con i suoi mezzi limitati, ciò che è tenuto nascosto da chi il potere lo esercita nelle stanze deputate (e non solo, purtroppo).

Ispirati da quel grande movimento altermondialista in cui molti di noi si sono riconosciuti e hanno agito per sovvertire l’agenda mainstream che impone all’umanità tutta un prezzo troppo alto per sopravvivere, negli anni ci siamo fatti domande, non ci siamo accontentati delle risposte facili delle istituzioni, abbiamo cercato di restituire trasparenza a processi decisionali opachi, abbiamo dato voce ad esperti e cittadini organizzati che come noi non si accontentano delle verità precostituite. Un lavoro di nicchia, poco conosciuto, ma che ha consentito di costruire intorno al nostro progetto una comunità resistente di alcune migliaia di persone che oggi dispone di qualche strumento in più per comprendere meglio le dinamiche da cui dipende in tutto e per tutto lo svolgimento della nostra vita.

Un lavoro prezioso che, considerata l’agonia in cui versa il giornalismo italiano inteso come Quarto potere, non può più essere definito come “controinformazione” bensì di “informazione” sic et simpliciter. Un impegno utile a costruire, come dicevamo, forme di resistenza, attività volte ad esercitare un “consumo critico” della nostra vita e stimolare così azioni di pressione sulle istituzioni o sulle imprese a cui è stato permesso di godere a fini privati dei beni comuni come la sanità, il trasporto pubblico locale, la pubblica istruzione, le risorse energetiche, l’acqua, il territorio.

Un esempio su tutti merita di essere citato ed è quello della Campagna “No Amianto Publiacqua” con cui perUnaltracittà ha contribuito a disvelare uno dei segreti più pericolosi per la salute dei fiorentini e per questo celato per anni sia dai decisori pubblici che dalla società per azioni che gestisce l’acquedotto[11].

La Campagna è nata infatti sul finire del 2014 dall’intreccio virtuoso tra esperti della materia, gli scienziati e attivisti di Medicina Democratica, che sono riusciti ad avere la mappa con i tracciati delle tubazioni dell’acqua in amianto nelle province di Firenze, Prato e Pistoia (oltre 220 chilometri!); un mezzo di informazione che la pubblicasse e informasse la cittadinanza, la rivista “La Città invisibile” edita da perUnaltracittà; la creazione di una rete di organizzazioni, più di venti, che settimana dopo settimana hanno promosso la Campagna per l’eliminazione dei tubi cancerogeni, hanno scosso l’opinione pubblica attraverso una petizione affinché si innalzasse una forte pressione sulle amministrazioni locali e che alla fine hanno ottenuto che il problema fosse riconosciuto e finalmente affrontato (mentre scriviamo la Campagna è ancora attiva, le istituzioni hanno ammesso che all’interno delle tubazioni scorre l’amianto, ma il processo di eliminazione non è ancora partito).

Ciò per dire che un’informazione indipendente e scevra di conflitti di interessi è fondamentale per animare la nostra democrazia, in agonia anch’essa come il giornalismo, se non di più. Nel caso specifico basti ricordare che Publiacqua compra ogni anno spazi pubblicitari per centinaia di migliaia di euro sulle maggiori testate del territorio in cui opera, la Piana fiorentina e il Medio Valdarno, ed è ovvio che tale investimento, nel pieno rispetto della legge, possa condizionare un settore in crisi come quello editoriale. E a pagare, in tutti i sensi, siamo noi, cittadini sempre troppo accondiscendenti verso chi detiene il potere.

*Cristiano Lucchi


[Il testo è apparso nel libro Urbanistica resistente nella Firenze neoliberista: perUnaltracittà 2004-2014, a cura di Ilaria Agostini, Aión, Firenze, 2016, pp. 47-55; del libro, abbiamo già pubblicato i capitoli: Un’altra idea di città, della curatrice; Dal Palazzo al città, e ritorno di Ornella de Zordo; L’urbanistica in consiglio comunale di Maurizio Da Re]


Note al testo

[1] Lo scritto di Petrella, apparso su “il manifesto”, è consultabile su http://altracitta.org/2009/11/13/petrella-le-tre-bugie-indecenti-del-potere-che-parla-di-crisi/

[2] All’indirizzo: http://consiglio-online.comune.firenze.it/webtv/cmWeb.dll/relatore?RELA=De%20Zordo%20Ornella&AN=completa

[3] La regola delle 5W è adottata per una scrittura giornalistica chiara ed efficace. Le cinque W stanno per: Who? What? When? Where? Why? (chi? che cosa? quando? dove? perché?). Le risposte a queste domande sono collocate, in genere, all’inizio dell’articolo.

[4] A questo indirizzo: http://www.perunaltracitta.org/listadicittadinanza/index.php?option=com_content&view=article&id=92&Itemid=91

[5] Cfr. infra il saggio di Giorgio Pizziolo [di prossima pubblicazione in questa rubrica, NdC].

[6] Rendiconto Bilancio 2013, De Zordo: «I conti non tornano: le cifre negative dell’amministrazione Renzi», comunicato stampa Puc, Firenze, 17 aprile 2014.

[7] http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/05/renzi-corte-dei-conti-accusa-a-firenze-4-anni-di-gravi-irregolarita-in-bilancio/2010356/

[8] Centro Nuovo Modello di Sviluppo, I mercanti della notizia. Guida al controllo dell’informazione in Italia, Emi, Bologna, 2011.

[9] La traduzione in italiano è consultabile su: http://www.perunaltracitta.org/2015/11/26/le-10-strategie-della-manipolazione-attraverso-i-mass-media/; la versione in lingua originale si trova a questo indirizzo: http://theinternationalcoalition.blogspot.it/2011/07/noam-chomsky-top-10-media-manipulation_08.html.

[10] Noam Chomsky, Edward S. Herman, La fabbrica del consenso. La politica e i mass media (1988), il Saggiatore, Milano, 2014.

[11] Cfr. https://noamiantopubliacqua.wordpress.com/




Onu contro il nucleare con l’Italia: che poi cambia verso e obbedisce alla Nato

La situazione dei nostri mezzi di disinformazione si potrebbe definire surreale se non fosse tragica. Si sprecano le pagine e i commenti dotti sulle meschine vicende della politica italiana, mentre il mondo si trova sull’orlo di una guerra nucleare che riporterebbe la società umana all’età delle caverne. Perfino le travagliate manovre di unificazione/divisione delle sinistre non hanno fatto riferimento a questa vera emergenza per il destino dell’umanità, sebbene alcuni dei protagonisti siano di comprovata fede ecopacifista.

La drammatica imminenza di una guerra nucleare non è una fantasia, ma la previsione del più autorevole pool di esperti raccolti nel Bollettino degli Scienziati Atomici, il cui Comitato per la Scienza e la Sicurezza monitora l’imminenza di questo rischio valutando la gravità delle tensioni mondiali, e regola il simbolico ed espressivo Doomsday Clock (Orologio dell’Apocalisse) che rappresenta l’imminenza del rischio come minuti che ci separano dalla “Mezzanotte” della fine del mondo: proprio all’inizio del 2017 il Bollettino ha avvicinato le lancette di mezzo minuto alla fatidica Mezzanotte, a soli 2 minuti e mezzo, rispetto ai 3 minuti dello scorso anno (erano 5 minuti nel 2012). Solo nel 1953 la minaccia era stato più vicina in occasione della Guerra di Corea. Il Bollettino ci avverte: «I pubblici ufficiali saggi dovrebbero agire immediatamente, allontanando l’umanità dall’orlo del baratro. Se non lo faranno, cittadini saggi devono farsi avanti e guidare la strada».

Ma lo sciagurato silenzio dei mezzi di disinformazione italiani si estende anche alle notizie che aprono alla speranza. Nulla ci viene detto infatti (salvo forse qualche fugace notizia che potrebbe esserci sfuggita, e che comunque sarebbe l’eccezione che conferma la regola) sulla storica risoluzione L41 dell’Assemblea Generale dell’ONU del 23 dicembre scorso, che a grande maggioranza (113 Stati membri hanno votato a favore, 35 contrari e 13 astenuti) ha indetto negoziati per stabilire un trattato che dichiari l’assoluta illegalità del possesso ed anche della minaccia delle armi nucleari (http://www.disarmo.org/ican/a/43691.html).

Tanto più colpevole e insensato è questo silenzio perché questa risoluzione è il punto d’arrivo di una mobilitazione crescente partita nel 2006 dalla società civile a livello mondiale, che lanciò l’iniziativa globale per l’abolizione delle armi nucleari International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (Ican, in inglese «Io posso»), che poco a poi è arrivata a coinvolgere più di 440 organizzazioni, poi vari Stati (Austria, Messico ed altri) che – dopo tre conferenze intergovernative sull’impatto umanitario delle armi nucleari tenute in Norvegia, Messico e Austria tra il 2013 e il 2014 – hanno portato questo obiettivo all’ONU. Soprattutto le nazioni dell’Africa, dell’America Latina, dei Caraibi, del Sud-Est asiatico e del Pacifico hanno votato SI a grande maggioranza, e saranno protagonisti dei negoziati che si apriranno il 27 marzo a New York.

Prima del voto dell’ONU il Parlamento Europeo il 27 ottobre 2016 aveva votato a larga maggioranza (415 voti favorevoli, 124 contro e 74 astensioni) una risoluzione in favore dell’avvio del negoziato per la proibizione delle armi nucleari, e a quella proibizione hanno detto “” anche gli europarlamentari del PD. Successivamente 15 premi Nobel per la Pace hanno esortato le nazioni a sostenere i negoziati auspicando “una conclusione tempestiva e di successo in modo che si possa procedere rapidamente verso l’eliminazione finale di questa minaccia esistenziale per l’Umanità“.

L’iniziativa all’ONU ha incontrato la feroce opposizione delle potenze nucleari (ma la Cina, l’India e il Pakistan il 23 dicembre all’Onu si sono astenuti) le quali non sopportano di incontrare interferenze nei loro affari, in particolare nelle questioni nucleari, anche se ci stanno portando verso il baratro dell’annientamento atomico! Agli Stati Uniti si sono accodati servilmente i paesi della NATO: anzi, l’Italia è stata protagonista di una vicenda che senza mezzi termini ha del ridicolo, poiché il 23 dicembre votò a sorpresa di tutti a favore della risoluzione L41 ma poi, anche in modo poco chiaro e a distanza di tempo (non poteva quindi essersi trattato di un pur incredibile errore), dopo l’evidente tirata d’orecchi della NATO, ha rovesciato il suo voto in un NO. Le motivazioni, comuni a tutti gli oppositori, sono in sostanza che questi negoziati ostacolerebbero le trattative per arrivare all’abolizione delle armi nucleari: insomma, non disturbate il manovratore … anche se ci verso un burrone!

Fino ad ora il trattato che avrebbe dovuto regolare le armi nucleari è il Trattato di Non Proliferazione del 1970, che fu voluto dalle potenze nucleari per loro uso e consumo e infatti non arrestò in alcun modo la proliferazione nucleare, che nei decenni successivi portò a quadruplicare la consistenza degli arsenali (fino alla cifra demenziale di circa 70.000 testate!), ed aumentò da 5 a 9 il numero dei paesi che hanno acquisito l’arma nucleare (addirittura raddoppiato a 10 contando il Sudafrica, che ha poi smantellato il proprio arsenale). In particolare gli Stati nucleari non hanno mai ottemperato all’impegno stabilito dall’Art. VI del TNP di “concludere in buona fede trattative su misure efficaci per una prossima cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare, come pure per un trattato sul disarmo generale e completo sotto stretto ed efficace controllo internazionale”.

Insomma, il TNP si è rivelato un vero colabrodo che nella realtà ha legittimato le più sporche operazioni di disseminazione elle armi nucleari! In particolare non è stato impedito il nuclear sharing dei paesi della Nato che, in violazione dell’Art. II, hanno accettato di schierare sul proprio territorio testate nucleari statunitensi: tra questi spicca l’Italia, che ne ospita tuttora circa 70, in violazione non solo del TNP, ma ancor prima delle norme della nostra Costituzione sulla cessione di sovranità di parti del territorio nazionale a basi militari statunitensi. Ma potrebbe esserci di peggio, secondo il Segretario di Stato Tillerman (sabato 18 marzo) “Gli Stati Uniti non escludono di fornire l’atomica ai loro alleati in Asia centrale”.

L’assoluta malafede degli Stati nucleari è confermata dal fatto che tutti indistintamente stanno sviluppando progetti per centinaia di miliardi con prospettive di decenni di ammodernamento sostanziale degli armamenti nucleari (nuovi missili, bombardieri, sommergibili). Tra questi anche il sostanziale ammodernamento (10 miliardi di $) delle testate statunitensi B-61-12 schierate in Europa e in Italia (Aviano e Ghedi Torre, base italiana: si veda ad esempio il servizio di Stefania Maurizi su L’Espresso: http://espresso.repubblica.it/inchieste/2014/07/01/news/ecco-le-bombe-nucleari-di-brescia-1.171372).

Oggi vi sono ancora sul pianeta quasi 15.000 bombe atomiche ancora intatte, delle quali gli Usa e la Russia ne hanno circa 7.000 a testa: di queste 1.590 e 1.950 rispettivamente sono schierate operative e pronte al lancio immediato in caso di allarme dal sistema dei satelliti artificiali, puntate su obiettivi strategici dell’avversario: un sistema ormai assurdo dopo la fine della Guerra Fredda che è stato definito “una ricetta per il disastro”, ed ha causato numerosi rischi di una guerra nucleare per errore, evitata spesso solo grazie al sangue freddo di ufficiali che hanno rifiutato di confermare un attacco avversario e scatenare l’Armageddon anche se l’insussistenza dell’allarme non era del tutto provata. La sola esistenza delle armi nucleari sottopone l’umanità al rischio di autodistruzione.

Il nuovo trattato di messa al bando di queste armi non costringerà certo le potenze nucleari (che almeno nell’immediato non lo firmeranno e non lo ratificheranno) a smantellare i loro arsenali, ma definirà un quadro giuridico nuovo dal quale nessuno domani potrà prescindere, che per la prima volta nella storia rifletterà la montante volontà della società civile di evitare per sempre all’umanità questo rischio, sempre più incontrollabile, di annientamento.

È necessario estendere la consapevolezza e la mobilitazione, anche in Italia, esercitando una forte pressione sul nostro governo per indurlo non solo a partecipare ai negoziati, ma a contribuire attivamente al loro successo: si invita chi non lo avesse ancora fatto a firmare la petizione online www.petizioni24.com/italiaperilbandoanewyork; mozioni in tal senso sono state presentate alla Camera e al Senato.

*Angelo Baracca




Coccoli

Questa volta propongo quello che si può definire il “finger food” primordiale toscano: il coccolo (a forma di pallina), che diventa a sua volta, cambiando comune: pasta cresciuta, zonzelle (di forma allungata e perfette per mangiare ripiene), ficattole (romboidali e piatte) e, a seconda delle zone, anche gli ingredienti, cambiano leggermente, così come cambiano gli accostamenti che vanno dal classico stracchino e prosciutto, alla nutella. Solo tre ingredienti fan da pernio a questo patrimonio ormai perso (alludo alle friggitorie che si trovavano per strada e dove ho proprio “consumato” memorabili merende) e restano immutati: la farina, il lievito, il friggere. Non resta immutato e purtroppo peggiorano, le possibilità di vivere quel che resta della città.

La proposta è la solita: consumare. Peggiorata a sua volta: ora devi consumare velocemente, tra una marea di pari offerte. La movida provoca poi la necessità del brunch. È il “vivere di notte” e non essere pronti ai tempi canonici dell’approvvigionamento del cibo, quasi il messaggio che una vita “legalmente” libera e “legalmente” dissoluta, porti di fatto ad un mangiare “altrettanto libero”. È proprio tutta la costruzione dei nuovi, finti e assolutamente vuoti spazi e occasioni che mi urta. Ancora una volta passa senza alcuna riflessione che la “felicità” ed il godimento, per esser tali, devono stravolgere il concetto di “fatica” rivenduto come pesante, inutile e nefasto. Si parla infatti di una nuova “comodità”, della possibilità di accantonare le “formalità”. Ti propongono il lusso (vetrine, super bar, mega dehors patinati) come un diritto, ma intanto sono loro che “ti mangiano” con i break, i fast, così come gli slow, gli apericena, gli after-hours…

Invece il lusso massimo è decidere dei tempi, delle pause, per merende, fermini, cestini e picnic, (quando si possa), come ci pare. Allora ci vuole una città, un posto dove stare, una seggiola da offrire e poi ancora una cucina, una madia, un libro di ricette, tanti amici e tutto ciò che la vita può, quando è permesso, portare con se, compreso tutti i personali lunch, fast, slow, aperi-pranzi, merende e chi più ne ha, più ne pretenda. Pretenda la possibilità di averli, viverli e condividerli e non si accontenti di “break di spazi” consentiti.

Tornando alla ricetta, siate certi che, come ogni preparazione con i lieviti, le trasformazioni, in cottura, son sempre uno spettacolo diabolicamente affascinante ed io vado in scena così:

  • 200 gr di acqua
  • 25 gr di lievito di birra
  • 150/200 gr di farina bianca 00

Con questi ingredienti preparo il “panetto”. Sciolgo il lievito nell’acqua, incorporo la farina, copro il recipiente e metto a lievitare. Ci vogliono almeno 30 minuti per farlo lievitare, lo vedete aumentare di volume e la sua consistenza tendere al soffice.

Mentre il panetto si “trasforma” preparate

  • 800 ml di latte fresco appena stiepidito
  • 1 kg. di farina bianca manitoba oppure una buona farina o (io uso quella del mulino Grifoni di Montemignaio)
  • un cucchiaino di sale fino

Appena il panetto è pronto cominciate a stemperarlo nel latte tiepido, aggiungendo la farina setacciata e il sale. Ora deve rilievitare il tutto, sempre coperto da un panno e tenuto in un angolo caldo, e questa volta ci vorranno almeno 2 ore. Quando vedrete l’impasto bello gonfio e compatto, fate delle palline non troppo piccole, friggete in olio bollente e offritele, dopo averle salate.

*Barbara Zattoni




C’era una volta il parco fluviale dell’Arno

Lo scempio è fatto! Oramai i cantieri sono già al lavoro e il campeggio di Rovezzano è in costruzione…. a nulla è servito anche l’intervento di denuncia del nostro Comitato, quando già nel dicembre 2013 con un documento intitolato Il consumo di suolo c’è eccome scrivevamo che con il progetto del campeggio, “prosegue la dissennata distruzione degli ultimi lembi di quel paesaggio agrario storico che un tempo cingeva il centro urbano di Firenze.

Nei pressi del mulino di San Michele a Rovezzano, infatti, fino a poco tempo fa era ancora visibile una notevole testimonianza della ricchezza agricola che caratterizzava un tempo la magnifica corona rurale fiorentina, con le sue colture promiscue di orti, frutteti e oliveti. Un patrimonio rurale che negli ultimi anni è stato più volte eroso, dall’espansione edilizia, dalla viabilità asfaltata e da insediamenti sportivi, dove però rimanevano ancora degli ettari coltivati, residuali certo, ma per questo ancora più preziosi, che adesso vengono spazzati via dalla installazione di un grande campeggio gestito da una holding privata.

Nel piano regolatore del 1996, la fascia pianeggiante a destra dell’Arno, veniva destinata al sistema essenziale del verde e considerata paesaggio agricolo di raccordo con l’area urbana facente parte della bassa valle del torrente Mensola, a sua volta parte dell’articolato piano del parco dell’Arno e dei suoi affluenti. Un piano che non troverà mai realizzazione visto che se ne stanno a poco a poco distruggendo le varie parti, interrompendo così quella continuità prevista fra il parco storico delle colline e l’Arno. Questo ennesimo episodio smentisce ancora una volta i vanti sbandierati dal sindaco Renzi, che dichiara ai quattro venti che con la sua politica si sarebbe bloccato ogni consumo di nuovo suolo. In questo caso del suolo fertile viene sacrificato sull’altare degli interessi dominanti della monocultura turistica, in barba ad ogni salvaguardia del patrimonio rurale ancora esistente.

Il Regolamento Urbanistico (RU) approvato poi il 02/04/2015 con il sindaco Nardella, fedele prosecutore della politica renziana, ha puntualmente ratificato il progetto della mega installazione turistica, nel segno della preminenza assoluta degli interessi privati su quelli generali, cambiando la destinazione di queste area (vedi scheda norma AT 03.02 Campeggio Rovezzano) e compromettendo così “un’area preziosa dal punto di vista paesaggistico e ambientale ma anche particolarmente delicata sotto l’aspetto del rischio idrogeologico”, come abbiamo rilevato nelle nostre osservazioni al RU del 2014.

Infine il Consiglio Comunale del 21/11/2016 approva a grande maggioranza (21 favorevoli con 6 contrari) lo schema di convenzione per la compensazione degli impatti generati dall’incremento/modifica del carico urbanistico che dà il via alla costruzione di una vera e propria cittadella del turismo costituita da “mega campeggio da 7 ettari con 450 piazzole per tende, camper e roulotte, due piscine, ristorante con terrazza da 1.600 metri quadrati, campo da calcetto e pallavolo, un parcheggio auto da 200 posti, supermercato…” (La Repubblica del 18/3/2016).

Dunque un’operazione di trasformazione urbanistica estremamente pesante nella sua dimensione e   concentrazione di funzioni, che riduce, in questo importante tratto, il parco fluviale dell’Arno (una delle idee più qualificanti e innovative del Piano Regolatore Vittorini) alla mera pista ciclabile; affliggendo nel contempo un ulteriore danno irreparabile al paesaggio rurale fiorentino in quelle che erano le sue piantagioni tradizionali, in nome di una modernità che fa tabula rasa del passato, della storia e della bellezza che essa ci ha consegnato.

*Comitato San Salvi chi può