Firenze un po’ e via. Sul programma di mandato del sindaco Nardella

darionardellaIl Sindaco Nardella ha presentato il suo programma di mandato “La città delle opportunità”, un oggettino confezionato in modo accattivante, per lo meno nelle intenzioni, agile ma non troppo, con l’ormai onnipresente hashtag #fipiùdiprima, con una serie di slides mostrate al consiglio comunale in luglio, anche se il programma è stato poi votato dal consiglio il 15 settembre 2014, dopo che l’estate ha portato consiglio. Il programma ben rappresenta la giunta fiorentina, in bilico tra la voglia di affermarsi sul piano politico e personale e lo stritolante abbraccio del cordone ombelicale che lega Nardella con il passato di Palazzo Vecchio e con il presente di Palazzo Chigi; una giunta che oscilla fra grandi proclami di novità e rivendicazioni di continuità. È un programma che negli slogan sembra strizzare l’occhio verso sinistra, ma che nei contenuti complessivi si delinea in tutt’altro modo.

I punti del programma di mandato, molto incentrato sull’idea di Firenze capitale (che innovazione dal 1865!) e di grandeur, si snodano lungo una cinquantina di pagine e toccano i temi della scuola e dei giovani, della sicurezza, della città metropolitana e del decentramento, della cultura, della vivibilità e della mobilità, dell’ambiente, dei diritti, dello sport, dell’efficienza e delle nuove tecnologie. Cercherò di affrontare qualcuno dei punti più dolorosi, dopo una breve valutazione introduttiva. Ad una prima, algida, analisi già si potrebbe sollevare il problema della discrasia fra i desiderata (“cosa vogliamo fare”) e le azione strategiche elencate subito dopo: alle intenzioni, infatti, non corrispondono le azioni che – a semplice rigor di logica – dovrebbero concorrere al raggiungimento degli obiettivi appena proclamati. Non solo: spesso a desiderata orientativamente di sinistra, come ad esempio l’affrontare il tema della sicurezza attraverso la rivitalizzazione del tessuto sociale, corrispondono poi azioni strategiche sostanzialmente di destra, come la collaborazione con istituti di vigilanza privata o i presidi visibili con agenti in divisa. Ed è solo un esempio.

Lascia sgomenti anche l’uso sempre più massivo del settore privato nell’erogazione dei servizi, così da togliere le castagne dal fuoco per conto del Comune: si porta gloriosamente avanti la trafila ormai ben collaudata del ribasso d’asta, dei tagli e della riduzione del costo del lavoro, a scapito della qualità del servizio. In questo modo il comune soddisfa numericamente la domanda di servizi, ma di fatto li taglia. In generale, dal programma emerge un’amministrazione che implora il soggetto privato di risolvere beghe che non è in grado di affrontare, al punto da calare completamente le brache, e lo si desume purtroppo sia dall’assenza di ogni rivendicazione in materia di controllo (ad esempio per quanto riguarda i cantieri) che dalle varie revisioni dei regolamenti comunali (ad esempio per l’accreditamento per gli asili nido) che si intendono fare. È un programma che sembra ambizioso, ma che in realtà non contiene elementi di novità rispetto al modello renziano, se non la mancanza di un’idea complessiva di città e il minor appeal del programma (ma d’altra parte in questo è coerente con il carisma del sindaco attuale). Per il resto, nei proclami cui poi non seguono indicazioni su come concretamente realizzare le cose, negli slogan scollegati dai contenuti, negli obiettivi roboanti e verosimilmente irrealizzabili, nel delegare a soggetti esterni il compimento di quanto cominciato o promesso, il programma di mandato sembra un contenitore di cui il sindaco attuale ha potuto solo riverniciare l’esterno.

Aggiungo che vi compaiono qua e là idee interessanti molte delle quali sembrano riprendere, annacquate, il programma proposto dalla coalizione Firenze Riparte a Sinistra guidata da Grassi in campagna elettorale, ma la conseguente applicazione delle stesse, quando viene esplicitata, si avvale di misure tipiche del centro-destra, e spesso non viene nemmeno ipotizzata.

La città per la scuola e i giovani
La privatizzazione degli asili nido, ovvero l’appoggiarsi sempre di più al settore privato, è il principale strumento per affrontare il problema, e in realtà viene proposto come panacea un po’ per tutto. Nella fattispecie gli asili nido costano, c’è poco da fare, ma d’altra parte le famiglie ne hanno estremo bisogno, e su questo i cittadini, anche i più assopiti, potrebbero scaldarsi. Dunque la ricetta ormai infallibile del “passiamolo ai privati, ché si risparmiano un sacco di soldi e beghe” viene riproposta e ribadita. Unica novità – che di fatto comunque è in linea con l’impianto generale e compare spesso nel programma – sembrerebbe la sinistra menzione alla “semplificazione organizzativa” (sostanziata poi dall’azione strategica “Revisione del Regolamento Comunale di Accreditamento e Autorizzazione”), che verosimilmente sarà deputata ad evitare spiacevoli contrattempi ai privati che erogheranno il servizio. Per quanto riguarda i giovani il messaggio è piuttosto chiaro: tanti termini anglosassoni, tanto social, tante app, ma poi poco sostegno reale all’innovazione, alla creatività, ai processi per l’avvio di reali start-up.

Una città paese è una città sicura
In generale, il capitolo sicurezza manca di qualsiasi riferimento all’inclusione sociale, ai problemi della disomogeneità fra i quartieri, alla povertà, e affronta il tema da una prospettiva mediatica: movida, degrado e insicurezza. Comunque, l’idea che sembrerebbe scaturire dalle intenzioni è quella, a nostro avviso sacrosanta seppur non esaustiva, che il senso di insicurezza si combatte rendendo le strade, le piazze, i parchi e i quartieri vivi e vissuti. Tuttavia, come già menzionato, le ricette sono poi tutte tendenzialmente di centrodestra e di forma palliativa (collaborazione con istituti di vigilanza privata e presidi visibili con agenti in divisa).

La città metropolitana e i quartieri
I quartieri diventeranno, almeno questa l’azione strategica pregnante, uno sportello decentrato per facilitare l’accesso dei cittadini alla burocrazia. Il processo accentratore cominciato con Renzi dunque prosegue, arricchendosi per altro di un nuovo gingillo: la città metropolitana. L’idea è geniale: si dice che vengono tagliate, abolite, distrutte, annientate le province, così si risparmia e ci sono meno politici. Poi si inventa questo nuovo carrozzone, composto da politici eletti da politici, il sui sistema elettorale moltiplica l’effetto “premio di maggioranza” di cui già chi di dovere ha beneficiato nel sottostante livello elettorale, così da avere maggioranze bibliche, in grado di compensare con i numeri anche la peggior inettitudine. Alla fine l’idea dietro cui ci si nasconde è la solita: i cittadini non vogliono grane, basta venga assicurato un certo grado di decenza nella gestione della cosa pubblica, pochi scossoni, tanto senso di sicurezza. La partecipazione dunque viene relegata a eventi d’immagine e al solo voto, ma d’altra parte è quel che chiedono i cittadini, no? E si ignorano, in questo racconto mistificante, le tante realtà non allineate che in città propongono soluzioni alternative e lottano per conquistarsi diritti e difendere i beni comuni.

Firenze città della cultura europea e internazionale
La cultura a Firenze sarà prevalentemente quella dei grandi eventi, dei grandi contenitori, delle grandi masse che la consumeranno: una cultura che fa mangiare, dunque, ma che non educa e, soprattutto, non è radicata nel territorio. Mancano infatti tutte le azioni che a nostro avviso dovrebbero esserci per favorire la produzione locale, diffusa, sostenibile di cultura, quella cultura che fa crescere, arricchisce ed alimenta la società da cui nasce. La scelta appariva chiara fin dall’analisi del bilancio: le uniche voci sicure sono quelle per i grandi soggetti, al resto andranno, se ci saranno, gli avanzi. Che magari ci saranno, ma a quale orizzonte temporale vengono costrette le realtà locali nella loro programmazione, nei loro investimenti di tempo, forze e idee?

Un nuovo volto della città
Il nuovo volto della città sarà quello vecchio tirato a lucido, né più né meno: non valgono le menzioni alla città policentrica, a partire dalle periferie per andare verso il centro. L’idea di città, e le azioni per realizzarla, è sempre quella della città-vetrina, del centro luccicante.

Una nuova mobilità
Anche in questo capitolo, come in tutto il programma, l’aggettivo “grande” è usato a piene mani. Spiccano la tranvia, venduta come la punta di diamante del progresso tecnologico e come spina dorsale del sistema cittadino, e la TAV, con lo sciagurato progetto del sottoattraversamento e della stazione Foster. L’amministrazione non ha alcuna intenzione di mettere in discussione, nemmeno lontanamente, le scelte compiute a livello nazionale, frutto di accordi tutt’altro che attenti ai bisogni della città, del territorio, ma anche di chi Firenze la dovrà semplicemente attraversare. Un progetto di cui già altri – non ultima la magistratura – hanno evidenziato le criticità, i punti oscuri, l’inutilità, gli enormi costi e la pericolosità. In nessuna parte del capitolo, e drammaticamente in alcuna parte del documento, l’amministrazione rivendica il proprio ruolo di controllore, di decisore pubblico, di soggetto politico: mai un accenno all’esercitare il proprio controllo sui privati, sulla qualità dei servizi e dei lavori, né sui rapporti di lavoro che si instaurano con i dipendenti.

Vivere l’ambiente
In materia di gestione dell’acqua, tema su cui 27 milioni di italiani si sono pronunciati chiaramente – indicandola come ‘bene comune fondamentale’ – il sindaco non prende atto dei risultati referendari. Menziona aspetti importanti, come il dissesto idrogeologico e la gestione corretta della risorsa, ma nulla più. Dunque, l’acqua a Firenze resta privata. Come nessuna novità su Case Passerini: il comune l’inceneritore lo vuol fare a tutti i costi, malgrado sia ormai riconosciuto come un impianto obsoleto e chiaramente inutile se si attua una efficace raccolta differenziata. Nella gestione del verde, che tristemente è tornata alla ribalta con gli eventi tragici delle Cascine e gli ultimi eventi meteorologici estremi, non sembrano esserci novità: non si parla di rivedere i contratti con cui si affida la manutenzione del nostro verde a privati che hanno vinto con ribassi d’asta vertiginosi, non si parla di qualità dei controlli e di spesa al metro quadro (un quarto di quel che spende Parigi, che ha qualche albero in più), non una menzione ai cambiamenti climatici e le cause che li potenziano: niente sui consumi energetici e in generale – pur comparendo spesso la parola “sostenibilità” nel programma – non c’è una parola sui nostri stili di vita.

La persona al centro
Nel programma si dice che “il proposito è quello di eliminare tutte le barriere architettoniche”, e nel presentarlo in Consiglio Comunale Nardella elencò fra i risultati di cui potranno beneficiare i cittadini “l’azzeramento delle barriere architettoniche”. Un proclama che credo sia necessario appuntarsi e su cui vigilare. Per quanto riguarda il “sociale”, Nardella mette molta carne al fuoco, lasciando il compito poi ai privati, al mondo delle associazioni e delle cooperative. Vengono menzionate molte delle criticità cittadine, dalla casa all’handicap, dagli anziani ai minori, ma non si vedono purtroppo novità significative nei modi con cui si pensa di risolvere i problemi.

Un Comune efficiente
Il comune dovrà essere – per il nuovo sindaco – più efficiente, più snello, più produttivo. Potrebbe anche andar bene, se ci fosse una mezza parola spesa sui lavoratori comunali, sulle loro difficoltà, sul riconoscimento sociale e professionale del lavoro che svolgono e sulle spese per i dirigenti a chiamata.

Firenze digitale
Il capitolo “Firenze digitale” è un’orgia di termini tecnici e anglosassoni, infilati in serie in modo quasi compulsivo (ad esempio la frase “Soluzioni cloud based infrastrutture data center” a me resta completamente oscura, e di informatica qualcosa mastico). Il tutto manca però di una visione d’insieme che leghi gli interventi, o meglio, manca di una spinta innovativa che faccia da filo conduttore, e lo si desume sia dal fatto che il comune non si preoccupa minimamente di verificare che gli strumenti che adotta siano adeguati al livello dei fruitori, sia dalla totale assenza del termine “open-source”. Un’amministrazione dovrebbe anzitutto, prima ancora di offrire un qualsiasi servizio digitale, preoccuparsi da una parte del software su cui il proprio sistema informativo si basa, dall’altra di verificare, se non di cercare di garantire, che chi poi fruirà abbia le competenze e le capacità per poter usufruire di un servizio con vantaggio. La verifica dei software impiegati permette di poter davvero offrire servizi trasparenti, sicuri e che rispettino le normative. Come si può infatti garantire alla cittadinanza che un software a sorgente chiusa, impiegato a qualsiasi livello della macchina amministrativa, rispetti le normative vigenti in materia di privacy, di gestione dei dati sensibili, di trasparenza, se l’amministrazione non può accedere ai sorgenti, o farli controllare? Inoltre, l’uso di software commerciale a sorgente chiusa è spesso legato ad elevati costi per dotarsi delle licenze. Inoltre, vista la vertiginosa diffusione di strumenti come smartphone, tablet e computer, che l’amministrazione comunale per altro vuole impiegare su larga scala, ci si dovrebbe preoccupare di promuovere, a tutti i livelli, una vasta campagna di informazione, aggiornamento ed educazione, rivolta a genitori e nonni, bambini e giovani, insegnanti ed educatori, per un uso corretto degli strumenti e della tecnologia, per mostrare gli innumerevoli vantaggi e le grandi opportunità che la tecnologia ci mette di fronte, ma anche per promuoverne un uso più responsabile, ed infine per aiutare chi si occupa di infanzia ed adolescenza a fronteggiare i problemi legati all’uso di dispositivi connessi alla rete da parte di giovani e giovanissimi.

La sensazione complessiva è che il programma di mandato di Renzi avesse un’idea di città, esecrabile, sicuramente non condivisibile, ma l’avesse, mentre il programma di mandato di Nardella sembra che affidi a tutta una teoria di soggetti “altri” rispetto al comune il compito di continuare a portare avanti l’idea di città che aveva Renzi, e dunque, alla fine, che abbia affidato a – o abbia ereditato da – altri anche il compito di avere un’idea di città.