Smontare la mozzarella per svelare l’inganno farinettiano

“È nato prima l’uovo o la gallina?” questo il dubbio ricorrente quando andiamo a seguire a ritroso la storia di Eataly e Slowfood. È forse che Carlo Petrini, patron di Slowfood, sta svendendo i principi fondativi di Slowfood alla Grande distribuzione organizzata, o è Eataly, nuovo colosso del mangiare buono, pulito e giusto, LA naturale evoluzione del progetto di Petrini?

La danza delle mozzarelle. Slow Food, Eataly, Coop e la loro narrazione di Wolf Bukowski (ed. Alegre) prova a sbrogliare il bandolo della matassa, districando Expo e Farinetti, Slowfood e Ikea, Pd e Coop… nomi oggi saldati insieme nella spartizione di cariche pubbliche e CdA privati, ma che pochi anni fa apparivano come strane coppie.

danza-mozzarelle-alegreNel 2007 nasceva il PD, partito riformato in stile USA dopo aver messo nel cassetto l’eredità socialdemocratica. Nello stesso anno, apparentemente dal nulla, se non dal genio di Natale “Oscar” Farinetti sorge Eataly. Eppure, come la proverbiale vecchia talpa, Mr Ottimismo (“è il profumo della vita!”) si intrufolava già da anni nelle nostre case, raccontandoci che con lo spirito giusto anche una lavatrice dal valore di uno stipendio era alla portata di tutti, con UniEuro. Proprio nell’anno successivo Milano si aggiudicava l’Expo 2015, fondamentalmente strappandolo alla Turchia grazie al suggestivo tema “Nutrire il pianeta, energie per la vita”.

Chi avrebbe mai detto, allora che questi tre eventi sarebbero andati ad intrecciarsi in modo così indissolubile, da poter rappresentare oggi il modello di sviluppo di questo paese? Penso nessuno. Ed ancora oggi in pochi riescono a cogliere che cosa si muove nelle stanze dei bottoni.

Eppure è lo stesso Wolf Bukowski a sostenere che le sue non siano scoperte, tutti gli elementi si trovano negli editoriali dei quotidiani e di Consumatori, la rivista dei soci Coop, nelle delibere delle amministrazioni PD che ridisegnano lo sviluppo urbano secondo le esigenze della GDO, nelle dichiarazioni di Farinetti e Petrini, nel mosaico di inchieste, libri ed articoli citati lungo tutto il percorso abilmente tracciato dall’autore per delineare cosa sia, nei fatti, il futuro delineato dall’attuale classe dirigente.

Un futuro tracciato sul racconto d’un presente che seziona la realtà, ne cancella gli elementi scomodi ridisegnandola in perfetto stile pubblicità Mulino Bianco.
Proprio qui sta la caratteristica rivoluzionaria del libro, individuare le falsità e le omissioni di Slowfood, Eataly, Coop ecc… per metterle insieme, e comporre una contro-narrazione che mette al centro quel che manca nel loro racconto: le condizioni di lavoro nella filiera della Gdo, l’impatto ambientale delle monoculture, l’insostenibilità sociale ed ambientale delle grandi opere, la redistribuzione della ricchezza dai molti ai pochi.
La realtà travolge quindi la fantasia farinettiana di un’Italia da esportare, tutta pizza e mandolino, rivelandola per quello che è, una interpretazione di parte, di quella parte che Petrini scorda sempre di citare, indicando i colpevoli con un omertoso “si” impersonale. (parlando di caporali e sfruttamento dei braccianti: “diventa facile puntare il dito contro i caporali, ma in cui è ora che anche altri soggetti si assumano delle responsabilità.”)

La danza delle mozzarelle è quindi un libro di parte, della parte sempre omessa dalla classe dirigente, ma che è in realtà quella parte che dal futuro Eataliano non ha che da perdere, condannata a mangiare cibo di serie B, perché quello di qualità, buono, giusto e pulito, è cosa da ricchi, è cosa da loro.

*Samuele De Santis, Collettivo La Polveriera

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Una risposta

  1. Avatar Paolo ha detto:

    Non li invidio questi ricchi che possono permettersi tutti quei carissimi prodotti DOP, IGP infiocchettati il cui numero è ormai così elevato da risultare ridicolo a qualunque persona di buon senso. La tipicità agro-alimentare è la grande impostura del XXI secolo, finalizzata a sparare in alto il valore aggiunto di prodotti di nicchia, destinati principalmente all’esportazione. Sono stato alle degustazioni promosse dalla Regione Toscana e mi veniva da ridere: fagioli DOP buoni il doppio di quelli ordinari, a prezzo decuplo! Invece di dare contributi alla certificazione di tipicità, si spendano anzi i soldi pubblici per migliorare la qualità oggettiva (nutritiva) degli alimenti accessibili a tutti/e!

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