Sull’incontro alla Biennale dell’antiquariato fra Nardella e Montanari

3 risposte

  1. Avatar marialaura galante ha detto:

    Grazie per questo articolo.
    Avevo sentito le parole di Nardella in un video su repubblica, mi pare, ed ero inorridita dalla furbizia del suo linguaggio.
    Nella migliore prassi linguistica che contraddistingue la politica del ‘nuovo’ la chiave è sempre lo spostamento: il pubblico ha un pregiudizio quasi costituzionale o almeno normativo perchè non si fida del privato.

    Secondo questo criterio il pubblico non sono nè consapevolezza nè responsabilità di una comunità sociale, cioè lo Stato della cittadinanza. E, cosa a mio avviso definitivamente stretegica, se i privati hanno pieno diritto allora il sindaco deve solo smistare l’attribuzioni degli appalti.
    Il che lo rende una sorta di dirigente d’azienda e, un capoclientes, un uomo legato a potentati e corporazioni. E a qualche libero battitore di sua scelta.
    Trovo che questo aspetto del cambiamento politico nonsia mai sufficientemente sottolineato.
    Grazie, ml

  2. Avatar gennaro guida ha detto:

    Trovo ineccepibile il discorso di Faletti e Montanari sull’esigenza di “contestualità” nell’opera
    d’arte. Ritengo tuttavia che la condizione posta in evidenza dai due studiosi, di cui sono appassionato ammiratore per l’impegno e la competenza, spesso non sia avvertita appieno al gusto un po’ grossolano
    dell’uomo della strada, e che comunque non risulti tale da comprometterne il
    godimento. Per fare un esempio al pubblico fiorentino, che sa bene
    di che cosa parli, preferirei certamente gustarmi una porzione di ottimo
    lampredotto, servito con posate ammodo e in un piatto di porcellana che usando
    la forchetta di plastica e la vaschetta da asporto che trovo al chiosco di
    Piazza Gavinana. Ma la più o meno evidente precarietà del “contesto” non mi impedirà certo di apprezzare appieno la specialità. Se nel turbinio della vita moderna mi fosse concessa la calma
    necessaria vorrei trascorrere un’ora al Museo dell’Accademia, di
    fronte alla statua del Davide di Michelangelo. Riuscirei forse a
    ritrovare il sogno di libertà che illumina lo sguardo del fanciullo,
    risvegliare l’impegno
    civile che suggerisce la fionda, sentire l’amore per la perfezione del marmo
    levigato,
    la fratellanza e la comunione con la natura che traspaiono dal corpo nudo e
    senza
    orpelli. A saperlo leggere, un possibile futuro è scritto nelle opere d’arte
    fin dalla notte dei tempi. Forse dovremmo occuparci meno di leggi e di
    economia
    e ascoltare più spesso questi messaggi. Ne contesto più appropriato, ma anche in casa nostra, parlando
    con i piccoli o sfogliando l’album di famiglia.

    • Avatar Vera Silvani ha detto:

      Un momento, scusate, a proposito di contesto appropriato: il lampredotto su un piatto di porcellana e con posate ammodo? mi sembra una metafora di quanto si sia ormai perduto il legame col contesto originario anche nelle cose più comuni…ma l’arte merita un altro trattamento, e benissimo fanno Falletti e Montanari a non stancarsi mai di ribadirlo!

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