Toscana: la fusione dei Comuni è antidemocratica e antistorica

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In Toscana i Comuni sono stati a lungo la base di una tradizione di buongoverno. Da Ambrogio Lorenzetti a oggi essi hanno rappresentato il livello primario della democrazia, del senso civico e della partecipazione. Da qui l’organizzazione comunale del territorio si è diffusa nel corso dei secoli in Italia e in Europa.2808526 La proposta del PD di ridurne drasticamente il numero tramite processi di fusione è antistorica e antidemocratica. E collocherebbe la nostra regione in una posizione di retroguardia anche rispetto all’art. 5 della Costituzione che tutela e promuove le autonomie locali. Dietro la chimera del risparmio (ma l’esperienza dimostra che i comuni più grandi sono più costosi dei piccoli) sembra nascondersi in realtà una preoccupazione tutta politica di chi si è accorto che il PD sta perdendo diversi Comuni, quindi cerca di ridurne il numero per controllarli meglio.

Un’operazione di partito e di potere, che dimentica l’interesse dei cittadini e dei territori, come già aveva sottolineato la Società dei Territorialisti con un appello firmato da numerosi intellettuali italiani.

Questa sortita del PD è anche un modo per nascondere che i problemi veri della politica italiana stanno soprattutto al centro dello Stato e delle Regioni, non nei territori e nei comuni più piccoli.

I comuni più piccoli sono in difficoltà? Ebbene, aiutiamoli a vivere, non a morire. Non possono essere le Regioni o lo Stato ad incentivare la loro cancellazione: quei soldi risolverebbero forse qualche problema subito, ma farebbero danno per sempre.

In una fase storica come quella attuale, caratterizzata dall’allontanamento delle scelte dai luoghi di vita e dalla prevalenza dei poteri economico-finanziari sulle modalità democratiche di governance, i Comuni devono essere considerati ancor più come la struttura di base dello Stato, l’ossatura viva della democrazia.

La strategia della fusione si addice ancora meno alla Toscana, che tra le grandi regioni italiane è quella con il minor numero di comuni (280 contro i 1500 della Lombardia, 1200 del Piemonte, 581 del Veneto) e quella nella quale la popolazione media per municipio è tra le più alte d’Italia: 13.200 abitanti per comune, il doppio della Lombardia, il triplo dell’Abruzzo o della Calabria.

Smantellare i Comuni e privare le realtà locali delle istituzioni di maggiore prossimità agli abitanti sarebbe una grave ferita per la democrazia e contrasterebbe con la necessità di rilancio economico e sociale del territorio e delle aree interne. Le convenzioni, le unioni intercomunali, i consorzi, sono tutti strumenti previsti dalla normativa per adottare forme di sovracomunalità.

Invece di pensare alle costose fusioni, che alimenterebbero le forme più deteriori di campanilismo, si punti a politiche di sostegno ai territori, ai servizi e alle funzioni associati, alla pianificazione intercomunale, secondo una logica che coniughi autonomia e cooperazione, evitando la cancellazione dei capoluoghi comunali e salvaguardando il patrimonio di cultura, di valori economici, di bellezza e di democrazia contenuto nei loro territori.

*Rossano Pazzagli, docente di Storia moderna, fa parte della Società dei Territorialisti

 

 

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Rossano Pazzagli

Rossano Pazzagli è professore di Storia del territorio e dell'ambiente all'Università del Molise. Dirige la Scuola di paesaggio "Emilio Sereni" ed è vicepresidente della Società dei Territorialisti/e

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5 commenti su “Toscana: la fusione dei Comuni è antidemocratica e antistorica”

  1. Gentile Pazzagli Rossano

    Sono nato in un piccolo Comune, Altidona nel 1947. Nel 1979 sono diventato segretario comunale. Mai fatto carriera. Quindi sono rimasto sempre in piccoli Comuni. Anche se, mandato via da tutti i Comuni, ho lavorato gli ultimi 4 anni in comando al Min. Funzione Pubblica P.C.M.. Interessantissimo punto di osservazione, specie i 3 anni da dirigente ispettore, in cui le mie precedenti analisi sono state utili. Sono in pensione da 3 anni. Leggendo il tuo scritto e la tua (nel mio dialetto, proveniente dalla corruzione del latino, il “tu” non è mancanza di rispetto, ma l’opposto) professione do questa breve risposta. Stupore. Passati da una economica agro-pastorale, e di sussistenza, ad una economia-mondo, quando leggo studiosi fare proposizioni al punto lontani dai cittadini, diciamo da cittadini-mondo, colgo un paternalismo notoriamente non il meglio del vivere coniugando, per tornare ai piccoli Comuni, spiritus loci e, per ciò stesso, luoghi non poco oltre il sorgere, mille anni fa, dei Comuni, e autonomia. Sono contrario a fusioni tra piccoli e grandi Comuni, vedi in Toscana, “la grande Firenze”, “la grande Pisa” eccetera, ma, per essere per nascita radicalmente comunardo, per fusioni tra piccoli Comuni. Fermi come oggi, i piccoli Comuni sono già morti. Scrivo questo per aver sempre lavorato sui dati e sui risultati. Impossibili, dati e risultati accettabili rispetto ai cittadini e alle imprese in una economia-mondo, se le strutture comunali sono manifestamente inadeguate.
    Ricordo il rimprovero del Prof. Alberto Magnaghi, persona incantevole, quando dissi anche a lui queste cose. Un Comune, come uno Stato, si reggono, fondamentalmente su: Un territorio, Una popolazione, Una identità culturale. Restando piccoli questi 3 fattori via via scemano. Da ultimo le esternalizzazioni e le privatizzazioni stanno facendo e hanno fatto il resto. Oggi si può parlare di Comuni ectoplasmi. Come dire che quanto vedo fa più pensare al passaggio dai Liberi Comuni alle Signorie o al 1929 quando Mussolini risolse i troppi piccoli Comuni sciogliendone i Consigli Comunali e istituendo i Podestà. Sul passaggio tra Liberi Comuni e Signorie – con connessioni, come detto, agli attuali ectoplasmi e non Comuni – suggerirei la lettura di “A consiglio – La vita politica nell’Italia dei comuni” di Lorenzo Tanzini – ed. Laterza 2014. Un saluto Luigi Meconi
    p.s. ho elaborazioni su bilanci e altri dati tipo imprese attive e addetti nei territori di piccoli Comuni che confermano l’urgenza di superare paternalismi e simili. Partendo sempre del no a c.d. liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi pubblici locali. Come chiesto peraltro da oltre il 90% dei 27 milioni di referendari nel giugno 2011. Un saluto Luigi Meconi

  2. Ornella De Zordo

    Riporto la risposta di Rossano Pazzagli all’articolato commento di Meconi:
    Caro Meconi
    ti ringrazio della risposta. Non si tratta di essere aprioristicamente pro o contro le fusioni, ma, al di là dei tecnicismi, di riflettere sui concetti che ho espresso nel mio intervento e sui caratteri storici del comune: democrazia, rappresentanza, partecipazione, prossimità ai territori; poi pensare alla diversità dei contesti regionali italiani (la Toscana ha pochi comuni, ad esempio, rispetto ad altre regioni). E pensare che un territorio senza comune, o con un comune più lontano, è meno importante. La diminuzione dei comuni – cosa che come giustamente ricordi riuscì a fare solo Mussolini – aumenterebbe la marginalizzazione di tanti territori, che invece hanno bisogno di rinascere come dimostrano molte esperienze portate avanti in varie parti d’Italia: vedi per esempio l’esperienza di Castel Del Giudice (IS) che non si sarebbe potuta sviluppare senza il sindaco e il municipio. Ma il punto più importante è che gli assetti istituzionali di base non si possono cambiare senza dare voce alle comunità locali, con approccio dirigista e senza un reale coinvolgimento delle popolazioni locali. Di nuovo diventa una questione di democrazia e di tutela dello Stato costituzionale. Non a caso ricordavo l’art. 5 della Costituzione.
    Anche io sono nato e cresciuto in un piccolo comune e conosco i problemi e le potenzialità.
    Un caro saluto
    Rossano Pazzagli

  3. Nel mio comune, vi è un antico “Statuto” (1300) dove si legge che un consigliere per essere eletto deve avere la residenza da non meno di 10 anni; quindi fondamentalmente, veniva considerata una famiglia allargata che doveva essere gestita dall’interno. Ciò è talmente vero, che solo chi ci vive conosce la realtà del territorio ed ora quella “INVENZIONE” dei padri fondatori, chiamata regine e che in 45 anni ha solo saputo sperperare denaro, vorrebbe annullare questa comunità. Con quale diritto? perchè è stata accettata l’eliminazione della provincia che già è più vicina al territorio? Eliminare l’inutili consigli regionali e portare il parlamento da 1000 a 100, questo porterebbe risparmio, cancellando nel contempo tutti i vitalizzi. L’italia è una repubblica fondata sul lavoro…..un lavoratore per meritare la pensione deve lavorare non meno di 40 anni; ad un consigliere regionale o un parlamentare basta stare seduto in aula mezza legislatura ed è sistemato per la vita. E se queste decisioni le debbono sempre prendere lor signori, non si arriverà mai ad una giusta soluzione. DEVE ESSERE IL POPOLO SOVRANO A PRENDERE LE DECISIONI o con referendum od in altra maniera.

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