Nancy, Politica e “Essere Con”

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Jean-Luc Nancy, Politica e “Essere-con”, Saggi, conferenze, conversazioni, A cura di Fausto De Petra

Si tratta di un’antologia di scritti composti tra il 2002 e il 2013 raccolti secondo un criterio che il curatore definisce “come una scrittura del comune”, che trattano dunque temi inerenti le relazioni, con un’attenzione che non può non essere che politica. Lo testimonia la prefazione scritta appositamente per questa edizione che è totalmente incentrata sul senso attuale del termine “politica” ed in particolare sulla sua presa attuale, con la constatazione che un certo senso del termine si sia ormai perso, ma con la ricerca di un’attualizzazione di ciò che resta. La raccolta è divisa in tre parti teoricamente di diverso argomento. Si tratta così di un totale di 15 testi oltre alla prefazione, che vanno a coprire un numero notevole di questioni che sarebbe difficile citare esaustivamente, abbiamo scelto perciò di indicarne alcune che secondo noi si sono dimostrate di una pregnanza particolare anche alla luce di problematiche sempre più attuali.

Jean-Luc-NancyriminiIniziamo dalla prima parte nella quale il discorso poggia principalmente su tre termini: democrazia, popolo e identità accomunati da un punto di vista che li accoglie in seguito ad una considerazione per la quale il senso si costituisce a partire dalla relazione che la preposizione con instaura tra i vari soggetti che così accedono a una possibilità di significazione più o meno debole, o più o meno forte, dunque alla possibilità di fare comunque senso, il quale dipende da un con anche minimo, quale quello messo in atto dalla semplice giustapposizione degli oggetti. Ma le gradazioni della relazione possono essere le più varie con la considerazione ultima che fa sì che non esista «“qualcosa” al singolare, ma “qualcosa” al plurale. Il plurale non si aggiunge all’unità, la precede e la rende possibile». (p. 21) Con è un termine che deriva dal latino apud hoc (vicino a questo) ed il plurale è implicito proprio nel senso di vicino a o di accanto a. Questa prossimità del con implica anche una certa condivisione, una compresenza che sia però anche quello che in francese si dice “partage” e cioè una partizione, spartizione, distribuzione. Allora, condensando al massimo la riflessione di Nancy, si ha che la democrazia intesa come potere del popolo, è il potere di tutti in quanto si trovano insieme e non «il potere di tutti come potere di chiunque o della intera massa su una semplice giustapposizione di individui sparpagliati». (p. 24)

Al tutti della democrazia consegue il concetto di popolo che però non è un’entità politica ma antropologica, che mette in moto la possibilità del senso di formarsi epolitica...Nancy di circolare producendo ad esempio lingue e/o culture. Dietro il termine “popolo” si hanno una serie di contrapposizioni: da una parte il popolo inteso come unità civica e politica con, dall’altra, il popolo inteso nella sua dimensione di moltitudine socio-economica che si articola in una nuova distinzione tra questo tipo di popolo e l’altra accezione del termine che rimanda a un popolo basso, ad una plebe. Allora il rapporto della politica con il popolo è in relazione a queste significazioni del termine ed esclude gli altri possibili attributi caratterizzanti il termine stesso quali il demos inteso come lo spazio circoscritto della città oppure gli ethnoi e quindi il senso attribuito ad esempio ai popoli stranieri; ma neppure quell’insieme impropriamente detto popolo in quanto truppa guidata da un capo. Il popolo della politica come ad esempio un ipotetico popolo europeo sarebbe dunque quello che si dichiara come il soggetto di una Costituzione europea «con un atto nel quale la costituzione e la designazione del popolo […] si trovino in una reciprocità assoluta» (p. 33). Si apre allora la questione del simile e «la questione dell’estensione di questa somiglianza a un’umanità generica, a un popolo o a un gruppo» (p. 34), ma la distinzione o la non-distinzione si rivelano tramite la mutualità e la reciprocità che segnano il modo della relazione.

Come abbiamo visto il libro si articola sulla interpretazione di una serie di termini. L’operazione può portare ad una decostruzione, smarrirsi volontariamente in una serie di aporie, ma anche ad un smascheramento, svelamento, che fa emergere possibilità di senso non precedentemente esperite. Ad esempio il concetto di identità, certamente difficile da manipolare perché alla sua ricerca è anche possibile sacrificare il non identico; con l’attenzione che il non identico è indispensabile per determinare quell’identità che lo esclude. Solo nel gioco dei rispecchiamenti e delle differenze si determinano i canoni di ogni probabile identità che, di nuovo, permette quel gioco ulteriore che (ancora attraverso il con) fonda la singolarità a partire da un confronto possibile soltanto in una pluralità dei presenti, degli attanti, in definitiva dei “termini di confronto”.

Comunismo, il termine. Ecco poi un altro termine il cui uso si è o rarefatto, o è divenuto totalmente improprio, il termine “comunismo”. Alla ricerca di sue attestazioni storiche, l’autore lo trova già presente nel XIV secolo. “Comunista” «nel senso di persona che ha in comune una proprietà derivante dal diritto di “mano morta”, vale a dire sottratta al diritto di eredità». (p. 125). Per estensione si chiamò allora così l’appartenente ad una comune intesa come ciò che si affranca in tutto o in parte alle costrizioni feudali. Quattro anni prima della rivoluzione francese il termine designa l’appartenenza a una comunità laica – ipotizzata e/o progettata – che sostituisca quella dei monaci. Ecco una divertita citazione da Victor d’Hupay de Fuveau che progetta una nuova Repubblica correggendo gli errori di quella di Platone: «Spetta dunque a un Principe che voglia tanto più meritare il titolo di Padre della Patria che tutti coloro che hanno favorito l’insediamento dei Monaci , oggi divenuti inutili, collochino questi veri e nuovi modelli di tutti gli stati, ciascuno relativamente alla propria funzione, nei diversi Monasteri che giornalmente si spopolano e paiono attendere una migliore destinazione». Della stessa epoca, Restif de la Bretonne, indica, tra le varie forme di governo, un possibile “comunismo della comunità”.

Ci sarebbero poi ancora tutta una serie di termini in uso in occasioni diverse, tutti però accomunati nel trasmettere il senso di un’emancipazione, accompagnata al tempo stesso da una rivendicazione di uguaglianza e una loro diffusione tanto che, già al tempo di Marx, i termini “socialismo” e “comunismo” erano ormai d’uso abbastanza diffuso tanto che poteva paventare il famoso fantasma che si aggirava per l’Europa anche se criticava il fatto che fossero spesso adottati in chiave romantica, religiosa o idealista. Si assiste infatti ad un periodico incontro e ad un intreccio tra i termini socialismo e comunismo che poi non sono molto distanti dal punto di vista etimologico, nel senso che socius sta per colui che segue, colui che va con, nel senso che condivide una qualche appartenenza (dovere, mancanza), che ha un un munus (un carico, un debito, la restituzione di un dono) ricevuto in comune (qui Nancy fa riferimento al concetto di immunità sviluppato da Roberto Esposito).

Comunismo, invece, ma non molto diversamente, sta per essere insieme, portandosi così dietro come un elemento topico, forse un fardello, accollandosi cioè, il senso di «un’esigenza autentica: non si tratta di annodare legami, ma di toccare l’essenziale-esistenziale». (p. 130). Questo sarebbe per Nancy qualcosa di più e di diverso da un significato strettamente sociale e politico, ma una presa di posizione in rapporto con la proprietà. «Proprietà non è soltanto possesso di beni. È per l’appunto al di là (e/o al di qua) di ogni assunzione giuridica di un possesso». E qui che il pensiero di Nancy concorda o somiglia in con quello che Agamben esprime in: “Altissima povertà”, testo per altro posteriore. Un concetto che rimanda in un caso alla nuda vita, comunque a un soggetto spoglio di ogni appartenenza, come, nell’altro caso, ad un me: «È ciò che fa di un qualsiasi tipo di possesso propriamente il possesso di un soggetto, vale a dire propriamente una sua espressione. Proprietà non è il mio possesso: essa è me». (Ivi). Ma me, io, per la legge del con, non esiste mai solo. Si esiste, io esisto, essenzialmente con gli altri enti che esistono. Attenzione, il con non ha niente a vedere con il collettivo, con un insieme di persone raccolte, se non raccogliticce, messe insieme dopo essere state prese qua e là; l’insieme della collettività non è lo stesso del “comunismo”. Nella collettività le cose si trovano “fianco a fianco”, cosa che non implica relazioni tra le parti. Il con è esistenziale: «un “con” esistenziale implica che né voi né io siamo gli stessi insieme o separati». (p. 131). E questo permette il noi. Il comune presuppone anche un’idea di giustizia che produce una serie di opposizioni, certamente quella ricco/povero, con accumulazione/perdita (arricchimento/depauperazione), o “glorificazione”/umiltà (che testimonia uno slittamento semantico: gli “umili” diviene sinonimo di poveri), rimandando di nuovo alla questione della proprietà nelle sue articolazioni storiche e cioè nella sua veste di produttrice di senso. Dove ricchezza rimanda o rimandava a “gloria”, splendore, espansione, generosità, appunto ad una produzione di senso. Allora questo modo di pensare la proprietà, Nancy la chiama la “propria proprietà”, permette di pensare ad una proprietà comune. Se fosse privata essa non produrrebbe senso, «senso per uno solo, non è affatto senso» (p. 137).

Sin qui abbiamo raccontato alcuni testi, o brani di essi, presenti nel libro. A volte dandone tra le righe anche un’interpretazione, ma questa dovrebbe essere una recensione e non una sinossi, accenniamo perciò ad altri argomenti che la raccolta affronta, senza addentrarci nella loro interpretazione: “i diritti umani”; il rapporto tra arte, città e politica; la politica e il suo rapporto con la violenza. L’intento è appunto incuriosirvi alla lettura di questo autore fondamentale nel panorama del pensiero contemporaneo.

Un ultimo aspetto. L’autore nella prefazione scritta appositamente per illustrare la raccolta di questi brani, constata che «tutte le forme di compiutezza o di saturazione – ideologiche e/o tecno-economiche – generano delle disuguaglianze, delle disumanità, delle insensibilità, delle follie, non solo pesanti come quelle che nutrivano le antiche gerarchie e sacralità, ma per di più chiaramente sprovviste, ormai, di qualsiasi parvenza di giustificazione naturale o soprannaturale». Allora la politica può sussistere almeno come rivolta.

La rivolta non spiega, comunque, cosa sia la parte vitale di un’esistenza aperta alle sue possibilità. La rivolta non chiacchiera, essa tuona. Che cosa vuol dire “tuonare”? È quasi un’onomatopea. Significa rombare, mugghiare e gridare. Significa sbraitare, brontolare, lagnarsi, indignarsi, protestare, arrabbiarsi in molti. Si brontola soprattutto da soli, ma questa tuona in comune. Il comune tuona, è un torrente sotterraneo, passa sotto facendo tremare tutto. (p. 13).

Jean-Luc Nancy, Politica e Essere-con”, Saggi, conferenze, conversazioni, A cura di Fausto De Petra, Mimesis, Milano 2013. Pp. 248 – € 20.00.

 

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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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