Il Crack delle banche, anche in musica.

Non c’è che dire, gli argomenti ci vengono offerti su piatti d’argento da camerieri in guanti bianchi fin sotto il nostro naso: non dobbiamo neanche andare troppo a scervellarci.

Ti alzi la mattina, accendi la radio e zac! Ecco il nuovo scandaletto.

banca-boschiSi parlava di scandali anche allora, alla fine del 1800, con la Banca Romana. Crisi dell’edilizia, denaro prestato e mai rientrato, fallimenti di altre banche fecero si che la nostra “eroina”, la Banca Romana dico, pensò bene di far fronte alla crisi emettendo – dato che ne aveva facoltà – nuove banconote.

Eh sí, ma come?

Intanto stampando senza autorizzazione e poi, visto che c’era, ma perché mai non pensare in grande? ma sí, ”abbundandis abbundandum”, avrebbe detto Totò della Banda degli Onesti. E infatti stampò ben due copie per ogni numero di serie. Et voilà, tanti soldi, crisi finita.

Riprendo, con copia-incolla, la descrizione fatta da Riccardo Venturi sul sito “antiwarsongs.org” di tutta la trafila di indagine e processuale avvenuta subito dopo scoperto lo scandalo:

 “Nel giugno 1889 il ministro dell’industria, del commercio e dell’agricoltura del governo Crispi, Luigi Miceli, dispose un’ispezione su tutti gli istituti di emissione, affidata al senatore Giuseppe Giacomo Alvisi. Venne alla luce un disavanzo di nove milioni di lire (una somma enorme per quei tempi); in pratica, in Italia stavano circolando nove milioni di lire false non fabbricate da qualche banda di malfattori, ma direttamente da una banca di emissione. Curiosamente ma non troppo, il disavanzo fu prestissimo reintegrato e gli inquirenti furono accusati di imperizia.”

Il processo per lo scandalo della Banca Romana.

Nel 1891 Alvisi era pronto a presentare i risultati della sua inchiesta in parlamento, ma il presidente del Consiglio, Di Rudinì, si oppose “in nome dei supremi interessi del Paese e della Patria”. Prima di morire (il 24 novembre 1892), Alvisi rivelò però i risultati della sua inchiesta al deputato radicale Napoleone Colajanni. Tali risultati possono essere così riassunti: la Banca Romana era stata autorizzata a emettere moneta per 60 milioni di lire, per i quali aveva copertura in oro; ne aveva emessa invece per 113 milioni, compresi 40 milioni di lire in serie doppia.

 Fu proposta un’inchiesta parlamentare, immediatamente rifiutata dal nuovo presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti (cui sono tuttora intitolate parecchie vie). Pare che il rifiuto di Giolitti intendesse coprire il coinvolgimento nello scandalo di una persona che era fortemente indebitata con la Banca Romana; tale persona faceva di mestiere il Re d’Italia e si chiamava Umberto I.

 Il 20 gennaio 1893, venuto a galla oramai il terribile scandalo mentre il popolo italiano era chiamato a sacrifici, si ebbero alcuni arresti: finirono in cella il governatore della Banca Romana, Bernardo Tanlongo, e il direttore della stessa, Michele Lazzaroni. Un deputato della Destra, Rocco De Zerbi, si suicidò dopo che era stato scoperto un suo debituccio con la Banca Romana, circa 500.000 lire, e anche che la banca gli aveva elargito denaro illecito (assieme ad altri, naturalmente). La Camera dei Deputati aveva concesso l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti; erano tempi in cui i deputati si suicidavano ancora per la vergogna di essere mandati a processo come ladri.

 Dal carcere, il governatore Tanlongo vuotò il sacco: somme di denaro illecito erano state consegnate anche a due presidenti del Consiglio, Giovanni Giolitti e Francesco Crispi. Il 21 marzo 1893, un comitato di sette parlamentari cui era stata demandata la stesura della relazione finale sullo scandalo, presentò in aula le proprie conclusioni: tra i “beneficiari dei prestiti” vi erano ventidue parlamentari, tra i quali Crispi. Il processo fu tenuto nel 1894 e si concluse, incredibilmente, con l’assoluzione di tutti gli imputati. Per evitare che l’inchiesta travolgesse l’intera politica italiana, i giudici nella sentenza denunciarono la sparizione di importanti documenti, necessari a provare la colpevolezza degli imputati. Il procedimento penale venne quindi archiviato senza emettere alcuna condanna”.

Ecco.

Adesso, tranne i suicidi per vergogna da parte di parlamentari ritenuti ladri, mi pare che il “copia-incolla” si possa applicare all’infinito alle innumerevole italiche truffe di stato come in un diabolico gioco di rimandi di specchi dove non si capisce dove sia l’inizio e soprattutto, ahimè, la fine.

Il Crack delle banche

S’affondano le mani nelle casse – crak! 
si trovano sacchetti pieni d’oro – crak! 
e per governare, come fare?
 Rubar, rubar, rubar, sempre rubare!

 I nostri governator 
son tutti malfattor, 
ci rubano tutto quanto 
per farci da tutor.

 Noi siam tre celebri ladron
 che per aver rubato ci han fatto senator.

 Mazzini, Garibaldi e Masaniello – crak! 
erano tutti quanti malfattori; – crak!
 gli onesti sono loro: i Cuciniello,
 Pelloux, Giolitti, Crispi e Lazzaroni. 

I nostri governator
 son tutti malfattor, 
ci rubano tutto quanto 
per farci da tutor.

 Noi siam tre, ladri tutti e tre,
 che per aver rubato ci han fatto cugini del re.

 Se rubi una pagnotta a un cascherino – crak!
 te ne vai dritto in cella senza onore; – crak!
 se rubi invece qualche milioncino 
ti senti nominar commendatore. 

I nostri governator 
son tutti malfattor,
 ci rubano tutto quanto 
per farci da tutor.

 Noi siam tre celebri ladron 
che per aver rubato ci han fatto senator!

 

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Francesca Breschi, cantante, attrice, ricercatrice e didatta, è dal 1990 componente il Quartetto Vocale di Giovanna Marini. Ha collaborato, tra gli altri, con Nicola Piovani, David Riondino, Emilio Isgrò, Elio De Capitani, Francesco De Gregori, Mario Brunello, Marco Paolini e Vinicio Capossela. Si dedica allo studio, all’insegnamento e all’elaborazione di vari generi ed epoche musicali, con particolare interesse per i repertori della tradizione orale italiana. Attivista della lista perUnaltracittà. Il suo sito internet

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