Legge sulla tortura: ecco perché in Italia ancora non c’è

Guai a toccare le forze di polizia. Guai a scuoterle dal loro torpore. Non sia mai che parlamento e governo si ribellino al potere d’interdizione di cui godono da decenni. Nessuno può mettere il naso dentro le caserme e soprattutto nelle stanze del potere in seno alle forze dell’ordine; nessuno può legiferare se capi di polizia, finanza e carabinieri non vogliono. A costo di fare dell’Italia il paese meno trasparente e più arretrato del continente.

La legge sulla tortura è un caso emblematico. A quasi trent’anni dall’impegno preso in sede di Nazioni Unite, l’Italia non ha ancora una legge in materia. La ragione è ben precisa: i vertici delle forze dell’ordine non la vogliono. Dicono che una legge sulla tortura sarebbe un attacco alle forze di polizia, una dimostrazione di sfiducia e di sospetto. Qualcuno arriva a sostenere che “legherebbe le mani” a chi affronta il crimine in prima linea. Sono posizioni incompatibili con la moderna democrazia costituzionale, ma in Italia nessuno osa dire la verità. Non il governo, non il parlamento. A costo di pagare un prezzo altissimo, come l’inadempienza rispetto a una clamorosa – e umiliante per l’Italia – sentenza della Corte europea per i diritti umani, quella dell’aprile scorso sul caso Diaz.

download (3)La Corte ha detto a chiare lettere che l’Italia ha un “deficit strutturale” nel garantire l’applicazione dell’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello che vieta i trattamenti inumani e degradanti e la tortura. I giudici di Strasburgo, nel condannare l’Italia, hanno indicato l’urgenza di almeno tre interventi principali: una legge sulla tortura; l’obbligo di indossare codici di riconoscimento per gli agenti in servizio di ordine pubblico; la sospensione e/o il licenziamento dei funzionari condannati nel caso Diaz. Nulla è avvenuto.

Il governo Renzi si era concentrato sul primo punto – lasciando da parte, chissà perché – gli altri due, ma l’iter della legge è stato accidentato e penoso, finché non si è arenato, di fronte alla ribellione dei capi di polizia, carabinieri e finanza, col sostengo della gran parte del sindacalismo di polizia.

In Senato, a dire il vero, nell’estate scorsa è stato approvato in commissione un testo di legge sulla tortura, ma il contenuto è quasi paradossale, visto che non rispetta i principali punti del testo standard, quello condiviso da decine di stati a livello di Nazioni Unite. Il testo del Senato dice che la tortura è un reato generico, e non specifico del pubblico ufficiale; ammette la prescrizione; e in aggiunta – incredibile a dirsi – stabilisce che il crimine di tortura è tale solo se gli atti di violenza sono “reiterati”, col risultato di ammettere la tortura, purché compiuta con atti singoli.

L’iter di approvazione, di fronte a simile enormità, si è arenato e non si intravedono vie d’uscita, a meno che la maggioranza non decida di tornare a un testo precedente, approvato ad aprile alla Camera: un testo anch’esso insufficiente e politicamente inaccettabile, ma senza l’assurda clausola delle violenze reiterate.

Intanto sull’Italia incombe ancora la Corte di Strasburgo, che sta per esaminare nuovi ricorsi di cittadini italiani, sia per il caso Diaz, sia – soprattutto – per la vicenda delle torture compiute, sempre a Genova nel 2001, nella caserma-carcere di Bolzaneto. Un’altra condanna per tortura sarebbe un colpo di immagine micidiale per le forze di polizia italiane e per l’intero sistema democratico italiano, inadempiente rispetto alle indicazioni della Corte dell’aprile scorso. E che cosa sta facendo il governo italiano? Invece di legiferare e seguire le indicazioni della sentenza di aprile, sta cercando di evitare, o almeno rimandare, il giudizio su Bolzaneto, cercando accordi con le parti attraverso l’offerta di risarcimenti monetari.

Non è così che si tutelano i diritti fondamentali. L’impasse sulla legge in materia di tortura (e sui codici di riconoscimento, e sulle sospensioni e rimozioni dei condannanti) è un segnale del pessimo stato di salute della nostra morente democrazia. Mostra e dimostra quando siano fragili le istituzioni elettive di fronte allo strapotere di apparati chiusi in logiche autoreferenziali. Le forze dell’ordine italiane, quando rifiutano leggi e riforme altrove esistenti da tempo, teorizzano una loro “diversità” rispetto a quelle degli altri paesi europei, che non si permettono – né sarebbe loro permesso – di contestare e contrastare simili misure di civiltà.

Il “deficit strutturale” nella tutela dei diritti fondamentali sembra destinato a rimanere tale.

*Lorenzo Guadagnucci, Comitato Verità e Giustizia per Genova

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Lorenzo Guadagnucci

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