Il prezzo da pagare

Una risposta

  1. Avatar Paolo Degli Antoni ha detto:

    Lo humor amaro, apprezzabile cifra stilistica dell’autore, rende paradossalmente divertente leggere articoli dal contenuto tristissimo.
    Abbadonando purtroppo, per mio temperamento, l’amabile stile di Massimo De Micco, intendo accennare a un tema di cui troppo poco si parla: una delle caratteristiche dell’evoluzione commerciale nei Paesi capitalisti dal secondo dopoguerra ad oggi è il crollo vertiginoso del prezzo del cibo al dettaglio, al punto che una pagnotta (o un Kg di pasta) costa come mezzo sacco di biada e come un sesto di biglietto ferroviario.

    Le classi sociali medio-basse nel dopoguerra spendevano oltre la metà delle entrate mensili per l’alimentazione e per i consumi connessi (pulizia della casa); oggi ne spendono circa il 20%, nei Paesi europei più ricchi il 15%. Ma non comprano gli stessi prodotti nello stesso modo.
    Chi compra in una bottega di vicinato 1Kg di pasta di grano duro Senatore Cappelli biologica toscana spende 5 o 6€, questo è l’importo da confrontare col biglietto del treno, che resta comunque caro (era giusto quello di tre anni fa?).

    L’abbattimento dei prezzi degli alimentari è stato possibile con diverse azioni, tra le quali:
    – standardizzazione e banalizzazione della qualità, riduzione della diversità varietale;
    – ampio impiego della chimica, con rischio di contaminazione dei cibi, riduzione del carbonio immagazzinato nel suolo come sostanza organica e uccisione massiva della flora microbica, della micro e mesofauna del suolo;
    – meccanizzazione spinta, con consumo di idrocarburi e peggioramento della caratteristiche fisiche dei suoli per compattazione;
    – economie di scala rese possibili dalla specializzazione e dalle maggiori dimensioni aziendali;
    – costi irrisori dei trasporti via mare o via treno di derrate a lunga conservazione;
    – grande distribuzione organizzata e hard discount diffusi nei quartieri cittadini (raggiungo a piedi da casa mia negozi di tre diverse catene e una quarta catena con una sola fermata di treno in 5′ di percorrenza).
    Per quanto mi riguarda personalmente, del primo e dell’ultimo punto sono soddisfatto, trovavo orridi i cibi “genuini” preparati con imperizia dai parenti (anche per questo il vino veniva cattivo e la salsa di pomodoro era piena di salnitro, non riuscendo bene la sterilizzazione fisica), con la logica poderile per cui si faceva un po’ di tutto, anche dove i terreni non erano vocati alle colture; non mi piacevano le varietà locali di ortaggi, selezionate per resistenza alle condizioni ambientali, non per il gusto (ho trovato poi migliori quelle standard); l’orario continuato e prolungato della GDO ha reso possibile lavorare a tutta la famiglia, senza la preoccupazione di fare la spesa prima che la bottega chiuda.
    Ma per quanto riguarda gli altri punti sono preoccupato.

    La diminuita incidenza della spesa alimentare avrebbe potuto rendere accessibili consumi altrettanto importanti, come la cultura e l’istruzione, le vacanze per motivi di salute e di crescita personale.
    In realtà quel risparmio in Italia è stato mangiato in buona parte dall’impennata immobiliare registrata fino al 2007. Mia mamma, quando guadagnava 3.500.000 £ nette l’anno, comprò un appartamento con 7.000.000 £. C’erano molti lavori da fare. Lo rivendette (con molti lavori da fare!) all’inizio del 2002 per 300.000.000 £ quando guadagnava 35.000.000 £.
    Qualcuno sostiene che oggi si spende molto in telefonia; ricordo come si stava attenti a telefonare negli orari a tariffa ridotta e la bolletta era comunque cara, per un servizio modesto.
    Quando viaggiavo da pendolare per lavoro esisteva la mitica tariffa 22, poi soppressa. Oggi quel pendolarismo mi costerebbe davvero caro.

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