La cenerentola di Scarlino

Chi pensa che le favole siano racconti ad esclusivo beneficio dei bambini si sbaglia di grosso. Qualche volta, nella realtà quotidiana, accadono fatti che assumono una magica analogia con storie fantastiche di principesse e streghe. Capisco che per molti è difficile pensare che la propria recente storia possa essere assimilata ad una favola, anche perché, ad esser sinceri, guardandosi intorno non è che ci sia molto di cui gioire. Ma tant’è che invece una certa analogia con la favola di Cenerentola, anche se al contrario, la leggo in quel che è successo a Scarlino.

Parlo della vicenda riguardante ex impianto per la produzione di acido solforico della soc. Nuova Solmine che avrebbe dovuto trasformarsi in un termovalorizzatore (più appropriatamente definito inceneritore), e che invece ha scatenato la guerra tra favorevoli e contrari all’impianto durata almeno 10 anni ed arrivata oggi al suo epilogo.

Al contrario di quello che accade nella favola, la Cenerentola di questa storia (l’impianto per acido solforico) non è riuscita a diventare principessa (l’inceneritore) e questo per colpa del Principe azzurro (personificato dal Consiglio di Stato) che ha emesso una sentenza che più che trasformare un “ferro vecchio” in una scarpetta per rintracciare la fanciulla ha inferto un colpo mortale alle aspettative dell’impresa e della Regione, alleate nella strenua difesa dell’indifendibile.

Per chi è interessato alla vicenda, ma ancor più per chi vive altre situazioni altrettanto conflittuali e critiche, suggerisco la lettura della sentenza che contiene alcune considerazioni di grandissimo rilievo di cui ne condivido i contenuti e che sono state anche oggetto di mie osservazioni con riferimento ad altre opere ed infrastrutture; di essa, per brevità mi permetto di riportare solo il seguente passaggio: ”Il notevole numero, la qualità e il contenuto delle prescrizioni imposte, infatti, inducono il Collegio a ravvisare, al contrario, l’incompletezza dell’approfondimento istruttorio sul piano tecnico-scientifico condotto dalla Regione e, di conseguenza, l’illogicità e l’incongruità della scelta finale emanata.”

Penso che molti possano condividere la gravità di tali considerazioni che coinvolgono direttamente la responsabilità degli apparati tecnici a cui è demandato l’onere delle valutazioni ambientali e sanitarie, apparati che non hanno più, oramai da molto tempo, alcuna autonomia decisionale e che rispondono troppo spesso al referente politico piuttosto che al dettato della legge, travisando o applicando in modo distorto le regole e le norme a cui dovrebbero fare riferimento senza indulgere in eccessive interpretazioni di parte.

Mi riferisco proprio al reiterato e perverso vizio degli organismi di valutazione che davanti all’evidenza di un progetto in grado di generare un forte impatto ambientale dalle sconosciute conseguenze, ritengono di salvaguardare la propria credibilità scientifica e, al tempo stesso, la volontà politica a cui devono soggiacere, condizionando la realizzabilità dell’opera ad una infinità di prescrizioni spesso irrealizzabili, piuttosto che suggerirne la bocciatura.

Si aggiunge a tale censurabile comportamento l’indegno ricatto occupazionale perpetrato dai favorevoli alle opere, con l’attribuzione della responsabilità del licenziamento delle maestranze a carico di chi è contrario all’impianto, come se l’incapacità di pianificare, programmare e gestire lo sviluppo in modo sostenibile fosse da attribuire a chi dubita della bontà di scelte realizzative, capace solo di
“remare contro”, e non a chi è abituato a “galleggiare” sopra i problemi senza avere il coraggio di affrontarli.

La miopia di tali comportamenti ha prodotto, tra l’altro, tre gravi conseguenze di cui il paese ne paga – oggi – un prezzo altissimo:

  1. La scarsa considerazione che l’opinione pubblica ha delle istituzioni, dei suoi apparati e del loro ruolo di garanti dell’interesse della collettività;
  2. La realizzazione di opere ad un costo enormemente superiore a quanto stimato e previsto;
  3. Il grave contenzioso generato su molte opere ed infrastrutture, che pur inopportunamente approvate, si sono arenate proprio in conseguenza di quel perverso patto tra tecnica e politica che senza presupposti scientifici, è perdente rispetto ad una consapevolezza collettiva sempre più preparata ed estesa.

Se per intanto a Scarlino la favola al contrario si conclude con “ e molti vissero felici e contenti senza Cenerentola”, non altrettanto si può dire per altre questioni aperte, per le quali però, certe sentenze come questa del Consiglio di Stato (che fanno giurisprudenza) saranno importanti per arrivare ad atti di giustizia che garantiscano verità negate.

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Fabio Zita

Fabio Zita

Fabio Zita, architetto,  fino al 2014 dirigente del Settore VIA della Regione Toscana, membro della Commissione VIA nazionale, ha diretto in seguito il Settore Tutela, riqualificazione e valorizzazione del Paesaggio, coordinando fra l'altro la formazione del Piano Paesaggistico regionale.

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