Femminicidi, è il potere, baby!

Tra le tante stragi del mondo odierno, collegate o meno con teatri di guerra, ce ne sono almeno due in Italia che o passano sotto silenzio, non fanno notizia, sempre molto simili se non identiche, o per le quali si usa un linguaggio non corretto, come se entrambi, in modo diverso, dis-turbassero le coscienze, chiamando ad interrogarsi su molteplici meccanismi socio politici e culturali.

Riguardano due dei pilastri su cui si fonda il sistema capitalistico, insieme all’uso incondizionato, sconsiderato e gratuito della natura: produzione e riproduzione: morti sul lavoro e femminicidi.

Un altro elemento accomuna i due fenomeni, il sostanziale disinteresse della politica di fronte a fenomeni tanto gravi testimoniato dai tagli costanti ai fondi dedicati alla prevenzione.

Le cifre degli infortuni sul lavoro sembrano veri bollettini di guerra: 3 morti al giorno e un ferito ogni 50 secondi, e su questo torneremo con un approfondimento specifico.

I femminicidi, grazie alle lotte delle donne che hanno imposto maggiore visibilità al fenomeno non sono altrettanto invisibili, e i numeri sono, per fortuna, inferiori: una donna uccisa ogni 72 ore.
Una donna uccisa per il suo genere. Questo è il senso, necessario, del termine femminicidio: “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte.”
(Devoto Oli – Vocabolario della lingua italiana).

I dati riportano chiaramente che la maggioranza dei femminicidi è per mano di padri o mariti, amanti, conviventi o ex tali e molto spesso sono solo l’atto finale di una lunga catena di violenze.
Siamo consapevoli dei complessi, spesso contorti, contesti relazionali celati dietro alle violenze e ai comportamenti delle persone coinvolte, uomini e donne. Le parole di Lea Melandri ci presentano uno dei molteplici aspetti di un contesto culturale stratificato e ci aiutano a disambiguarne alcuni aspetti:

Lo stupro e l’omicidio sono le forme estreme del sessismo e sarebbe un errore considerarle isolatamente, come se non fossero situate in una linea di continuità con rapporti di potere e culture patriarcali che, … stentano a riconoscere la donna come ‘persona’. …
E’ importante perciò che si dica che la violabilità del corpo femminile  -la sua penetrabilità e uccidibilità- non appartiene all’ordine delle pulsioni ‘naturali’, ai raptus momentanei di follia, o alla arretratezza di costumi ‘barbari’, stranieri, ma che sta dentro la nostra storia, greca romana cristiana, a cui si torna oggi a fare riferimento per differenziarla dalla presenza in Europa di altre culture.
 Essa fa tutt’uno con la nascita della pòlis, con la divisione dei ruoli sessuali del lavoro, con la separazione tra la casa e la città, la famiglia e lo Stato. La cancellazione della donna come persona, individualità, soggetto politico, produce inevitabilmente lo svilimento del suo corpo, l’assimilazione agli altri ‘corpi vili’  -l’adolescente, il prigioniero, lo schiavo- su cui l’uomo ha esercitato fino alle soglie della modernità un potere sovrano di vita e di morte.” (da account Facebook di Lea Melandri).

E’ fondamentale comprendere la complessità, contestualizzare culturalmente, questo ci dà forse la possibilità di leggere comportamenti privati e pubblici con modalità meno inutilmente giudicanti. Se molti comprendessero la profondità e il peso ancora attuale di un portato culturale antico eviterebbero frasi che troppo spesso troviamo a commento dell’ennesimo femminicidio, il raptus, il troppo amore, l’impazzimento momentaneo.

Forse si potrebbe capire meglio anche l’insufficiente interesse di politica e istituzioni evitando le semplificazioni qualunquistiche; la politica fa sempre schifo, o ragionieristiche; non ci sono fondi. Non ci sono spiegazioni semplici a problemi complessi.

Ma teniamoci ai fatti: a luglio è stato presentato il nuovo “Piano operativo sulla violenza contro le donne”, insieme all’ultima rilevazione Istat-Cnr-Irpps sui servizi specializzati per le donne vittime di violenza.

I dati sono eloquenti: in Italia nel 2018, rispetto al totale degli omicidi commessi, che sono in calo, i femminicidi sono cresciuti fino al 37,6% rispetto al 2017, quando erano al 34,8%. Tra il 2012 e il 2017 sono state uccise 774 donne, una media di circa 150 all’anno. Quasi ogni due giorni una donna viene uccisa.

I centri antiviolenza sono spesso gli unici luoghi preso i quali le donne maltrattate possono trovare rifugio, assistenza, ascolto; luoghi nei quali le donne possono confrontarsi tra loro, spesso riconoscere e nominare quello che sta loro accadendo per poterlo fermare, luoghi che costituiscono un’alternativa alla strada, per tante donne non economicamente autosufficienti alle quali viene a mancare anche il supporto delle famiglie di origine, perché ciò di cui parla Melandri non è elucubrazione accademica, è ancora cultura diffusa.

Anche in questo caso, come per le morti sul lavoro, i dati ci parlano di una risposta incomprensibile, strabica, infine complice. Tagli ai fondi per la prevenzione. Le case rifugio per le donne soffrono di gravi carenze strutturali, dovute a una cattiva erogazione dei fondi, e le loro attività sono spesso ostacolate da Regioni e Comuni.

Secondo il report “Trasparenza e accountability. I fondi nazionali antiviolenza” di ActionAid, a fine ottobre 2018 era stato erogato solo il 35,9% dei fondi nazionali per il triennio 2015-2017, e il 25,9% dei fondi regionali.

La rete dei centri antiviolenza è operativa solo dal 2016, con stanziamenti di quasi 12 milioni a cui vanno sommati 30,8 milioni delle Regioni. Action Aid fa notare i ritardi nelle erogazioni, la quasi mai completa copertura delle cifre richieste e la scarsa trasparenza nell’assegnazione, indipendentemente dalla cifra erogata.

Analizzando le assegnazioni dell’ultimo bando da 12 milioni Linkiesta riporta che la Nazionale Cantanti (!) ha ricevuto 175 mila €, la stessa cifra assegnata a D.i.re, donne in rete contro la violenza, la principale associazione dei centri antiviolenza. E non sorprende che 1,2 milioni siano andati ad associazioni cattoliche.

Esiste poi il grave problema della proliferazione di centri antiviolenza e della formazione delle operatrici. Nonostante l’intesa Stato – Regioni stabilisca i criteri per definirsi Centro antiviolenza, i bandi regionali sono aperti a tutti e capita che le istituzioni non verifichino la documentazione o si accontentino di autocertificazioni, per cui anche associazioni che si occupano di tutt’altro, povertà o migranti, ad esempio, accedono ai fondi, ma non sono in grado di fornire l’assistenza necessaria per mancanza di formazione specifica.

Altra questione è, come sempre accade, il sorgere di innumerevoli corsi di formazione a pagamento, proposti da atenei e associazioni varie. L’esperienza dei centri antiviolenza storici è tutt’altra, la formazione avviene sul campo, affiancando le operatrici esperte, si prolunga per molti mesi ed è gratuita.

Si parla spesso di questo periodo storico come di anni di perdita di diritti che parevano acquisiti alle nostre latitudini. Se ne parla, nella maggioranza dei casi, come se fossero fenomeni isolati, a sé stanti, mentre è sempre più importante ritrovare il filo dell’interconnessione degli eventi e la necessità delle lotte collegate. Tutto fa parte dello stesso disegno

Alla fine sono, tutte, storie sul potere: potere economico, capitalismo predatorio che da troppi anni non temperato da politica e sindacati, accumula ricchezza calpestando diritti, potere patriarcale perché non c’è sesso nello stupro e non c’è amore nel femminicidio, sono entrambi pure espressioni di potere e la liberazione sarà socialista, femminista e ambientalista, come ci ricordano i cartelli con cui i giovani e le giovani riempiono in questi mesi le strade del mondo, o non sarà. E le stragi continueranno, in silenzio.

*Fiammetta Benati

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