Nardella cerca cuochi a ore, a Firenze si esternalizzano i servizi comunali

Alle 7.40 del mattino squilla il telefono. È il Comune di Firenze che ha bisogno di un cuoco in un asilo nido e chiama l’agenzia per il lavoro interinale che ha vinto il servizio di somministrazione di supplenti cucinieri promosso dalla Direzione istruzione con il bando che scade alle 16.00 di oggi, 13 febbraio 2020. L’agenzia ha 30 minuti per buttare giù dal letto un lavoratore iperprecario e ordinargli di andare immediatamente a fare la spesa necessaria per il pranzo dei bimbi (“approvvigionamento dei prodotti” nel bando) per poi prepararlo e cucinarlo; subito dopo, naturalmente, il cuoco così ingaggiato si armerà di cenci e scope per pulire e riordinare la cucina in uno dei 30 nidi a “gestione diretta” (sic) del Comune.

Nardella in una scuola, dal suo profilo Twitter

Un lavoro dal “carattere non continuativo e straordinario“. Il massimo del precariato. Lavoratori che devono stare a disposizione la mattina e rispondere entro pochissimo tempo per prendere servizio per poche ore e vedersi pagare solo e soltanto quelle ore, una sorta di “lavoro a cottimo” previsto da una gara congegnata inoltre con il meccanismo del “massimo ribasso“.

Dal nostro piccolo osservatorio ci permettiamo di suggerire alla giunta di Dario Nardella, che si cimenta con questo affidamento in vere e proprie prove tecniche di esternalizzazione dei dipendenti comunali (chi saranno i prossimi? perché questo ritardo nei concorsi? chi ne risponde?), come semplificare la ricerca e la “somministrazione” di tali lavoratori. Esistono in commercio delle App pensate per “assumere” e “licenziare” nel giro di poche ore qualunque persona viva il ricatto di dover mettere insieme il pranzo con la cena, non serve nemmeno la mediazione di un’agenzia per il lavoro. Basta un clic, e immaginiamo che per uno dei sindaci più smart d’Italia non sia difficile fare questo ulteriore passo.

Queste modalità di “assunzione” a ore le usano i “mostri” della gig economy come Deliveroo, Glovo, Justeat, Uber Eats, Foodora. Fanno miliardi di fatturato sulla pelle delle persone senza lavoro. Prestano un servizio efficacissimo per togliere le castagne dal fuoco al committente del servizio: nessun obbligo di fare concorsi, gestire il personale, garantire insomma quei diritti basilari promossi dalla grande onda progressista degli Anni Settanta, incrinata negli anni Ottanta e culminata con l’ordalia liberista del Jobs Act. Legge renzianissima – definita dallo stesso Nardella “la strada del cambiamento […] più tutele e più libertà possono stare insieme” – e bocciata per l’ennesima volta due giorni fa dal Comitato europeo dei diritti sociali proprio perché lede i diritti dei lavoratori.

Restiamo in attesa di segnali significativi da parte dei sindacati. A loro tutto ciò va bene? Questa incrinatura – questo sfruttamento dei lavoratori, chiamiamolo con il giusto nome – non pone nessun interrogativo? O questo silenzio conferma quanto scritto da Francesco Cristallo nella sua tesi sulla gig economy premiata recentemente dal Corecom quando denuncia proprio l’insufficienza dei rappresentanti sindacali: i lavoratori “prendono le distanze dalle sigle sindacali tradizionali e optano invece per la formazione di sindacati autonomi specificamente dedicati alla difesa dei lavoratori come loro […] La mancanza di diritti e tutele dei gig workers ha costretto i lavoratori di questo settore a mobilitarsi per rivendicare diritti legati alla regolamentazione dell’orario di lavoro, alla sicurezza e ad un controllo non invasivo del comportamento durante i turni di lavoro“.

perUnaltracittà – laboratorio politico