Il liberal e l’hillbilly – tra buzzurri e radical chic

Tutto nasce quando non ti senti più a casa. È una sensazione negativa come la depressione, l’angoscia o la paura. La mancanza di una casa, di un rifugio portano a uno spaesamento, a essere lontano dal paese che è l’ambito nel quale si trovano le coordinate attraverso cui poter orientarsi. Essere spaesato ha a che fare con il perturbamento con l’Unheimliche freudiano dove il non familiare inquieta non perché assolutamente nuovo, desueto, incerto o sconosciuto, ma poiché tale estraneità partecipa di una precedente familiarità. È la sensazione che provano un gruppo di amici all’indomani dell’elezione di Trump alla casa bianca, così ci dice David Leavitt nel suo ultimo libro “Il decoro” la cui traduzione è stata pubblicata per Sem nel 2020 e quest’anno nella universale economica di Feltrinelli.

È un gruppo appartenente alla ricca borghesia liberal newyorkese che si rifugia in campagna anche per non doversi confrontare con l’euforia del vicino repubblicano della loro ospite, vicino che invece festeggia l’avvenimento. Proprio all’inizio la padrona di casa Eva Lindquist lancia una specie di sfida quando domanda chi è disposto a chiedere a Siri come assassinare Trump. Siri, per chi non lo sapesse, è l’assistente virtuale della Apple. Ciò vuol dire che, proprio per la loro provenienza sociale, probabilmente possiedono tutti un device equipaggiato da questa reificazione di una AI (Intelligenza Artificiale). Vuol dire anche che tutti sanno che Siri ascolta le tue domande, che Siri ti ascolta, che Siri ti spia. Allora è come se Eva chiedesse ai suoi ospiti di portare – almeno a parole – alle estreme conseguenze la propria opinione politica rendendola nota nella sua criminale manifestazione perché è acquisito che Siri non la terrà per sé.

Uno dei fattori della vittoria di Trump «è l’insofferenza per gli eccessi del politicamente corretto, che in America ha largamente oltrepassato ogni soglia del buon senso e del ridicolo. Da questo punto di vista il voto a Trump è stato anche un gesto liberatorio […] Ma liberazione da che cosa? E liberazione di chi? Liberazione dal marchio di infamia che una parte della società americana, la parte bassa, sente sopra di sé. Spiace doverlo ricordare, ma […] il politicamente corretto e i suoi derivati sono straordinarie macchine generatrici di distinzione sociale. Servono a definire un sopra e un sotto, un alto e un basso, un “noi civili” e “voi barbari” […] La trasversalità del voto a Trump, forse, ci segnala proprio questo: che la rivolta contro l’establishment […] esprime anche, se non soprattutto, il rifiuto di una parte della società americana, che non aderisce al credo dei benpensanti del nostro tempo, di essere stigmatizzata per le proprie idee, per i propri sentimenti, per il proprio modo di parlare: “loro adesso la smetteranno di chiamarci ignoranti, bigotti, razzisti, sessisti”, dichiarava dopo la vittoria di Trump un cacciatore, pastore metodista. Una reazione che mostra che, dietro il voto a Trump, c’è anche una sorta di richiesta di cittadinanza, di riammissione nel consesso delle persone degne di rispetto. Un consesso che, a quanto pare, negli ultimi anni aveva finito per diventare un po’ troppo esclusivo.»*

Per gli elettori di Trump la paura è il movente, per i liberal, la paura è sullo sfondo. L’angoscia, il perturbamento è il presente. Voi liberal

«trasformate la paura in colpa, vi dite che l’unica ragione per cui la iena vi ha strappato la faccia è che gli avete levato i diritti o roba del genere, e che per fare ammenda dovete essere inclusivi, parole testuali, dovete integrare la iena […] È per questo che Trump ha vinto, ne sono convinto: perché le persone che hanno votato per lui sono stufe di questa roba. Dopo tutti questi anni sono al punto in cui hanno più rabbia che paura.»

«Da quello che dici sembra che siano solo i liberal ad avere paura.» «No, ce l’hanno tutti. La differenza è che voi lasciate che sia il vostro principio guida, invece di scegliere la soluzione migliore, che è girare armati.»

«Donald Trump è riuscito a presentarsi come un miliardario dall’immagine pubblica working class, ed è per questo che i suoi seguaci possono immedesimarsi in lui. Aggrappati al mito americano della mobilità, riescono a immaginarsi ricchi. Al contrario non riescono a immaginarsi in possesso di un’istruzione d’eccellenza, poiché questa a ragione li priverebbe della loro identità di classe. Per loro è più facile pensarsi nella Trump Tower che nella torre d’avorio. A causa di Trump, il concetto di élite culturale ha iniziato a configurarsi come problema politico, affiancando e persino superando il problema delle disuguaglianze economiche.» (Bolter, p. 18)

L’elezione di Trump ha fatto sentire fuori casa il nostro gruppo di amici. Il romanzo è infatti nell’edizione originale intitolato “shelter in place” che si può tradurre in italiano con rifugio, tana, un qualcosa di più di una semplice abitazione astratta, un posto dove sentirsi al sicuro. Un po’ come chez moi in francese, quel presso di me che è più inclusivo della locuzione italiana “a casa mia”. Ecco che, da subito, ci possiamo chiedere il senso della traduzione italiana per la quale “shelter in place” diviene “il decoro”. Con questa domanda in testa proseguiamo la lettura, indipendentemente da chi dice cosa a chi.

«Vedi, prima di incontrarmi, non si era mai sentita al sicuro, davvero al sicuro, io volevo darle proprio quello»

«Prima di incontrare me, Eva non aveva mai saputo cosa volesse dire avere un terreno solido sotto i piedi».

«Per le coppie gay moderne, un rapporto a tre sia la soluzione ideale al problema della tra-virgolette monogamia, perché permette di fare sesso con altri senza essere sleali l’uno con l’altro.»

Si gioca con la trasgressione senza farla uscire da un ambito convenzionale. Si tiene tutto dentro al rapporto facendo attenzione a quella «condivisione eccessiva» che invece di rinsaldare i rapporti li mette in crisi.

Spesso la shelter in place non è sempre la casa intesa come edificio: «La casa dovrebbe essere il posto dove uno si rilassa dopo il lavoro. Per me il lavoro è dove mi rilasso dopo essere stato a casa».

«Lei [Eva] cerca qualcosa di diverso. Una specie di sicurezza. Secondo me quel posto a Venezia per lei è una specie di bunker. Un lussuoso rifugio antiaereo, o una stanza anti panico.»

Ecco che lo shelter in place del titolo comincia a prendere consistenza.

 «Oppure vuoi dire che lo vede come un posto dove sentirsi a casa?»

«Quando vide il pacco di fusilli sul bancone, l’acqua che bolliva in una pentola e la salsa di pomodoro in un’altra, gli venne l’acquolina in bocca. Si sentì a casa.»

 Ma cosa pensa il terribile vicino di Eva?

«Tua moglie crede che noi siamo il male. Be’, noi lo pensiamo di lei. Di Hillary, voglio dire.»

Ma il voto per Trump non era un voto contro la candidata democratica, era il risultato di un processo di immedesimazione. Qualcosa che funziona come la letteratura. La letteratura funziona a sua volta nella misura per la quale ci sono personaggi in cui ci piace immedesimarci. Ma non perché sono semplicemente simili a te. Certo una somiglianza aiuta, ma non è indispensabile. Quello che conta è che ti vengano raccontati mettendo in luce cose che avevi sempre pensato ma che non avevi mai messo a fuoco.

«In effetti sono stato da subito per Trump. All’inizio non lo dicevo. Voglio dire, anche con i miei amici repubblicani, quando la questione veniva fuori, dicevo che non avevo ancora deciso, oppure che volevo vedere come andavano i dibattiti […] Voglio dire, certo è rozzo, ma almeno è un rozzo dei nostri».

Conta che a un certo punto venga fuori un riconoscimento.

«L’appartamento della signora Mortimer è un po’… be’, un po’ troppo decorato. Sembra quello di mia nonna a Malabar Hill. Va messo un po’ in disordine. Oppure bisogna togliere qualcosa.»

E qui viene fuori in maniera ancora intuitiva il rapporto tra decoro e ordine anche se poi, per sentirsi a casa, bisogna che l’ordine non si sovrapponga alle tue tracce. Ma andiamo avanti.

«Questa storia del “branco di gente deprecabile”, per esempio – fa vedere che [Hilary] è una snob e un’ipocrita. Tutte le élite della costa lo sono, con quel loro insistere sul riparare le ingiustizie storiche nei confronti dei neri, degli ispanici, delle donne. Poi però su quelle contro i maschi bianchi poveri, silenzio stampa.»

I maschi bianchi poveri e spesso ignoranti (se poi, in particolare, li si confronta con le élite della costa) che hanno quel tratto deprecabile del buzzurro, dello hillbilly che rimanda ad un altro romanzo americano quel Hillbilly Elegy di J.D. Vance divenuto in italiano “Elegia americana” a celebrare l’estensione a tutta la nazione dell’attributo. Un libro di memorie a bassa tiratura che insieme a Trump scala inaspettatamente le classifiche sino a toccare il milione di copie, trasformando il suo autore in un’autorità politica. E quei tratti pensati personali della sua storia, che diventano invece paradigmatici di una situazione sociale, quella dei rednecks, collottole rosse, della white trash, spazzatura bianca, della “gente di collina”, hillbilly, appunto. Adesso le statistiche mostrano che i morti per overdose della Rust Belt superano quelli da armi da fuoco tanto da fare, per la prima volta, abbassare l’aspettativa di vita americana, rendendo così omaggio alla dipendenza da oppiacei della madre. Poi in ossequio alle strutture narrative canoniche, il climax, che conduce il racconto verso la catarsi sociale che caratterizza il mito americano. Padre alcolizzato e violento, madre tossicodipendente, allevato dai nonni che poi coincidono con la nonna, poi dai marines che lo portano per quattro anni in Iraq, il ritorno in patria, lo studio a Yale più volte posticipato, che lo conduce però nel finale alla laurea. E finalmente un venture capitalist che celebra le sue origini e il popolo a cui appartiene. Questa storia così incredibilmente congegnata non poteva non attrarre l’attenzione di uno dei registi che insieme a Klint Eastwood ha da sempre cercato di raccontare l’americanità dell’America. Ron Howard ha infatti diretto il film omonimo, trovando una biografia reale a supporto della sceneggiatura, per un’opera che rispecchia non tanto un pensiero in sé conservatore, almeno non soltanto, quanto uno sguardo nonostante tutto affettuoso per la nazione di appartenenza.

Le vicende di J.D. con la propensione allo studio nella prospettiva di una promozione sociale realizzata, ricalcano in parte e con i dovuti adeguamenti al cambiamento d’epoca, quelle di quella forma ossimorica di neorealismo immaginario del cinema americano appena uscito dalla seconda guerra mondiale, messa in atto da Frank Capra che nel 1946 racconta la storia di George Bailey nel film “La vita è meravigliosa”. Dove anche a James Stewart (il signor Bailey) le vicende familiari impediscono di studiare ma non di riuscire a catalizzare intorno a sé quelle forme di solidarietà sociale impensabili oggi come attributi di una attività sociale – quella di una finanziaria delle costruzioni – che portano comunque all’happy end.

L’emersione dell’hillbilly è una forma di rivolta contro le élite in generale, ma in particolare contro l’elitarismo intellettuale, quello del politicamente corretto. È la denuncia di un complotto, il disvelamento di un dispositivo di controllo:

David Leavitt

«Guardate un mucchio di cosiddetti analisti seduti intorno al tavolo, ognuno con la sua tazza di caffè vuota, mentre si compiacciono di essere tutti d’accordo fra di loro? Le notizie non sono più le stesse, è soltanto tronfio opinionismo, il cui fine è quello di farci stare in ansia, perché quella gente, quei giornalisti, persino la tua amata Rachel Maddow, sanno che fino a quando ci faranno penzolare una carota davanti al naso, riusciranno a tenerci in trappola.»

L’opposizione hillbilly vs élite intellettuale liberal è quella che in gastronomia si instaura tra le costine di maiale e quelle di manzo. Quelle di maiale sono più buone ma sono una scelta troppo estrema, financo cafona, quelle di manzo sono segno egualmente di un cedimento al corporeo, ma più morigerate. È «la differenza fondamentale tra plaisir e jouissance, l’ingannevolmente benefico e l’autenticamente molesto, Barbara Kingsolver e, non so, Beckett o Proust.» «Cosa c’è che non va in Barbara Kingsolver?» chiese allora Eva. «È l’incarnazione del pietismo liberal più conformista e tendenzioso. I suoi romanzi sono le costine di manzo della narrativa.»

Sentirsi a casa, allentare l’allerta dei sensi. Potersi infine addormentare. Il sonno è l’ultimo lusso. È una moda che scalza l’iperattivismo della modernità.

«Pablo immaginava quel letto come una barca, un’arca che, al crescere delle acque del diluvio, li sollevava con dolcezza e li portava nei nuovi mari.»

«È buffo perché non esiste un posto in cui io dorma peggio che nel mio letto, probabilmente perché quando sono nel mio letto mi preoccupo sempre perché forse è il momento di cambiare» questo o quello. Nel letto degli altri sono deresponsabilizzato. «Speravo che dopo tutti questi anni sareste arrivati a considerare questa come la vostra casa lontano da casa.» «Quello che non capisco è ciò che la gente intende quando parla di casa.» «La casa è dove ti senti… a casa.» «È stato un giorno triste quello in cui abbiamo dovuto mettere la nonna in una casa.» «Noi, la maggioranza delle persone su questo pianeta, non ci sentiamo mai al sicuro e non ci sentiamo mai liberi. Ci sentiamo soltanto spaventati.»

«È buffo, per la maggior parte della mia vita c’è sempre stata una sola cosa su cui non avevo dubbi: le buone maniere, il modo di comportarmi.»

In sintesi, l’arredo, perché di questo si parla, è soltanto un fatto decorativo, una sovrastruttura dell’abitare. Sentirsi a casa non ha niente di definitivo. Il perturbamento è allora trovare con chi abitare il rifugio. È superare la paura perché non si è mai definitivamente a casa. Venezia è allora la rivelazione: «le fondamenta stesse della città – sono un’illusione. Sono le illusioni a sostenerla e di tutte le illusioni, la più potente potrebbe essere quella di pensare che la città durerà davvero.»

La rivolta cova nelle periferie, in quelle globali e in quelle locali, in quelle urbane e nel “terzo mondo”.  La rivolta delle periferie occidentali non ha però contenuti di classe ma di “censo”, una rivolta contro le élite, contro il perbenismo borghese che fa presto a prendere dei connotati politicamente scorretti, là dove certa sinistra dei paesi occidentali è quella che invece si identifica con il politicamente corretto. La rivolta, questa volta ha votato per Trump.

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David Leavitt, Il decoro, Feltrinelli, Milano 2021, pp. 350, venduto a prezzo speciale tra € 0 e 5.00.

Elegia americana il romanzo: J.D. Vance, Elegia americana, Garzanti, Milano 2020, pp. 264, € 14.00

Elegia americana, il film

Altri rimandi bibliografici:

*http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-11-13/in-quel-voto-liberatorio-waterloo-politicamente-corretto-102134.shtml?uuid=AD2jXWuB

Jay David Bolter, Plenitudine digitale. Il declino della cultura d’élite e lo scenario contemporaneo dei media, minimun fax, Roma 2020

Gilberto Pierazzuoli

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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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