Anche la natura è logistica

Per un’ecologia anticapitalista del digitale – prima parte*

L’universo digitale è quello che ha come orizzonte la piena automazione, la liberazione degli umani dalla schiavitù del lavoro.

Ma la fine del lavoro non è soltanto un sogno dei lavoratori, ma anche quello inconfessato del capitale: sbarazzarsi della contro parte. La posizione degli umani in rapporto alle macchine non è più quella del Marx dei Grundrisse che li vedeva gli uni accanto alle altre a esercitare una forma di controllo, adesso il controllo si è invertito. Il lavoro cognitivo non è quello degli umani, ma quello delle macchine intelligenti che li controllano.

La scienza contemporanea che ha il più alto tasso di sviluppo è il management. Dopo l’infatuazione finanziaria nella quale si produce denaro a partire dal denaro, una scienza che, in una sorta di operazione alchemica, moltiplica i capitali, quell’ambito che vede nello stesso tempo il debito come motore e come dispositivo annichilente: ecco il management. Da una parte la scienza che ha per oggetto il capitale, dall’altra la scienza che ha per oggetto la forza lavoro. Certo il capitalismo è sempre stato confronto tra capitale e lavoro, ma lo era in termini di confronto/scontro che presupponevano di fatto un loro incontro. La lotta di classe era il motore della storia, ma anche, a ben vedere, il motore degli esiti della produzione. I miglioramenti produttivi erano legati all’innovazione, all’impiego efficiente della mano d’opera e, di nuovo al rapporto tra capitale e lavoro, a tutto quello che si poteva ottenere all’interno dei rapporti di forza che si stabilivano volta per volta. Il management va oltre questa polarità, pianifica l’ottimizzazione. Il sapere operaio e quello macchinico non sono allora distinti, non per una mera sussunzione dell’uno nell’altro, per un passaggio dall’uno all’altro, o, in termini marxiani, dal lavoro vivo a quello morto, ma perché tutto il processo è di tipo cognitivo.

 La macchina che ha inglobato il sapere operaio lo riversa sulla forza lavoro ottimizzandone i corpi. Non si capisce cosa è umano e cosa è macchinico, non c’è distinzione. Il management modula il capitale costante e quello variabile, lo dirige come una sinfonia. Il debito martoriava i corpi, li seppelliva sotto il suo peso, il management algoritmico li vivifica muovendoli come marionette armoniose e sofisticate. Ma non è soltanto il corpo biologico imparentato al corpo meccanico della catena di produzione del regime fordista (al corpo taylorizzato); è il corpo sociale stesso, anche il corpo riproduttivo. Il welfare che era una parte della presa in carico da parte dello stato del lato riproduttivo della produzione, ma anche una forma di governamentalità del bene comune, si trasforma in workfare, in una specie di corvée, sganciata dal tempo e dal salario che fa sì che anche il tempo libero, quello di non lavoro, produca plusvalore. Ma è il tempo tutto che è sconvolto ed è indistinguibile, che diventa totalizzante. Il management produttivo è una forma di pianificazione privata che massimizza al profitto l’intero comportamento della specie. Estraendo là dove si può estrarre, mercificando là dove ci sono merci, trasformando tutta la vis della specie, l’ambiente e la natura in materia da poter trasformare in profitto. La stessa utilità sociale è così deviata a beneficio del capitale. Il management è l’altra faccia della governamentalità dove le democrazie moderne sono le strutture che le fanno incontrare, che fanno da interfaccia a questo incontro. Ma non è semplicemente un altro modo di dire che la politica è subordinata al capitale, ma il meccanismo raffinato che sottende a questo incontro.

Il management come forma attuale di governo dei processi produttivi, diviene paradigma accolto per tutta l’organizzazione sociale. C’è anche chi lo ha teorizzato proponendoci una «distopia che postula la frammentazione del mondo in computazioni territoriali indipendenti, le govcorp, impostate come aziende e guidate da appositi CEO plenipotenziari, in cui i cittadini-subscriber si comportano in toto come impiegati, offrendo suggerimenti o segnalando problemi ai CEO, rigorosamente via e-mail» (Giuseppe Luca Scaffidi). O, come dice Tiziano Cancelli:

Agli occhi del movimento [neo-reazionario] NRx, la Silicon Valley rappresenta un modo efficiente, moderno e tecnologico di gestire problemi e disfunzionalità; da questo punto di vista, uno Stato non differisce da una grossa azienda al cui interno è importante saper bilanciare prodotti e soddisfazione dei clienti. Togliendo la politica e il politicamente corretto dall’equazione, il risultato sarà una gestione limpida, libera e orientata verso il progresso. Le società di questo tipo sarebbero a entrata libera e governate in tutto e per tutto dall’efficienza della tecnologia. (Cancelli).

In questa visione la governamentalità politica non è delegata a figure precipue, la politica è superflua. Produzione, riproduzione e consumo esauriscono l’esperienza umana guidata e controllata dalle figure del management. L’estrazione del valore dalla natura, la riconversione dello stato sociale, la sua privatizzazione che si accompagna alla aziendalizzazione della cura nel suo articolarsi in riproduzione, assistenza sanitaria e istruzione, mettono la vita degli umani e dei non umani in mano a questo post capitalismo manageriale.

Tutto è organizzazione. Potrebbe essere anche un assunto di un certo pensiero di sinistra, ma anche del suo contrario. Che in termini di organizzazione ci si trovi di fronte ad un risultato superiore della somma delle parti, non è una visione utopistica dei visionari comunisti, è un dato di fatto sul quale ha marciato e marcia il capitalismo stesso. È la cosa che determina «il capitale fisso, e cioè la parte del capitale implicata direttamente nella produzione di plus-valore, [essa] si riferisce, meglio, si instaura essenzialmente nel surplus determinato dal cooperare, cioè su quel qualcosa di incommensurabile che, come diceva Marx, non consiste nella somma del plus-lavoro di due o più lavoratori ma nel plus che deriva dal fatto che essi lavorano insieme (il plus, insomma, che sta oltre la somma)» (Negri in, a cura di, Matteo Pasquinelli…p. 36).

La pianificazione digitale, l’organizzazione sistemica asservita al capitale è questo mostro che aggroviglia i soggetti sottomettendoli alla estrazione di profitto a vantaggio dei proprietari degli algoritmi, ai manager delle operazioni di management. Nello spazio nel quale l’individuazione del soggetto, a partire da un punto di vista non asservito, diventa sempre più difficile, offrendo alleanze e possibili forme cooperative, aprendo spazi collaborativi in alternativa a quelli competitivi del capitalismo primitivo, il post-capitalismo ci precede, mettendo in atto mosse di management che stornano la ricchezza in un’unica direzione. Il soggetto ibrido della ecologia antispecista si sta facendo precedere dal cyborg post-capitalista del management diffuso.

Nella fase come quella attuale nella quale predomina il capitale estrattivo su quello che crea profitto dal plus lavoro, si assiste a quella che si potrebbe chiamare la informatizzazione del sociale che porta alla sussunzione reale e completa della società nel capitale. In ultima istanza si riporta l’informatizzazione del sociale all’interno del capitale fisso determinando il livello sempre più alto dell’automazione dei processi. «L’automazione (chiamiamo così la strutturazione tecnologica del comando produttivo diretto che interviene non più semplicemente all’interno della fabbrica, ma nell’attività sociale dei produttori) diviene il cemento dell’organizzazione capitalista che piega a sé sia l’informatica – facendone un utensile – sia la società informatizzata, tentando di farne la protesi macchinica del comando produttivo. Le tecnologie informatiche vengono così subordinate all’automazione» (ivi, p. 37). E se è questo il terreno attraverso il quale avviene l’accumulo capitalista, l’estrazione che produce ricchezza, sarà sullo stesso piano che si devono concentrare le lotte, la costruzione di forme di antagonismo che si muovano verso la riappropriazione di quel “capitale fisso”. Ma in che cosa consiste concretamente battersi su quello stesso terreno? Significa da subito recuperare la parola d’ordine del “rifiuto del lavoro”. La contrapposizione con l’automa algoritmico al fine di incassare la dovuta quota di valore derivante dall’aumento di produttività che esso determina, imponendo una cospicua riduzione del tempo di impiego della forza lavoro disciplinata e controllata dalla macchina produttiva e, in parallelo, un’importante aumento salariale. Si può anche così parlare di reddito di cittadinanza che celebri la partecipazione collettiva a quel sapere che la macchina sussume, che la machina algoritmica incorpora nel capitale fisso, che dimensiona così la ricchezza collettiva.

Il lavoro vivo (quello che entra nella contrattazione salariale) come quello morto (quello che è incorporato nella macchina e ivi congelato) contengono infatti anche il sapere, il saper fare o, altrimenti detta, l’informazione. C’è così – con Negri e a partire da Marx – la possibilità di dire che: l’informazione viva è continuamente prodotta dai lavoratori per essere trasformata in informazione morta ed essere cristallizzata nelle macchine e nell’intero apparato burocratico. O, in maniera più specifica che, sia le macchine industriali che quelle “digitali” possono essere definite come “cristallizzazione” del conflitto sociale. L’evoluzione tecnologica è allora il risultato dei conflitti sociali, ed è in qualche modo modellata da quello stesso confronto/scontro. C’è come un aggiustamento dei meccanismi sociali alla composizione tecnica che incontrano e quindi alla resistenza e al conflitto espressi in quel momento. Le macchine si formano e si evolvono per opera delle forze sociali.

Così come le macchine industriali non rimpiazzavano semplicemente la muscolatura degli operai, ma un intero insieme di relazioni sviluppate nella produzione precedente, così le macchine informatiche vengono a rimpiazzare un insieme di relazioni cognitive già presenti all’interno della fabbrica industriale.

“L’ipotesi di lavoro sulla quale merita soffermarsi è la seguente: nel nuovo capitalismo, nel modello antropogenetico emergente che lo contraddistingue, il vivente contiene in sé entrambe le funzioni di capitale fisso e di capitale variabile, cioè di materiale e strumenti di lavoro passato e di lavoro vivo presente. In altre parole, la forza-lavoro si esprime come la somma di capitale variabile (V) e di capitale costante (C, più precisamente la parte fissa del capitale costante)” (Marazzi).

La sussunzione del sapere alla macchina è cosa facilmente immaginabile. La relazione tra macchina e forza lavoro, tra capitale fisso e quello variabile, presuppone un’interrelazione tale da permettere la messa in atto di un’operazione per la quale la divisone del lavoro trasforma sempre più in operazioni meccaniche le operazioni degli operai, cosicché, a un certo punto, il meccanismo può prendere il loro posto. Ma l’operazione in corso da parte del capitale “cognitivo” è però più complessa e più sottile. Si tratta della sussunzione non soltanto del sapere, del “general intellect”, ma anche del sentire degli attori umani. Ogni aspetto del comportamento umano può infatti dare origine a una rendita.

Questo avviene perché il capitale ripete ciclicamente l’operazione di accumulo originario (che dunque originario non è). Crea quelle operazioni di segmentazione del continuum vitale tipiche del passaggio dal mondo analogico a quello digitale. È quella semplificazione macchinica che aveva consegnato il general intellect alla macchina. È la rottura fatta di recinzioni (enclosures) del continuum delle terre comuni che permette la loro privatizzazione. È la profilazione algoritmica della vita, dei comportamenti, dei racconti che produce merce e consumatori costruiti ad hoc. È una territorializzazione, quella della fabbrica, che sconfina oltre la fabbrica verso la vita e la fase riproduttiva dell’esistenza delle lavoratrici e dei lavoratori. È il tempo del lavoro che occupa il tempo libero in una forma di asservimento totale ai manager del post capitalismo digitale.

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Christian Marazzi, Capitalismo digitale e modello antropogenetico del lavoro. L’ammortamento del corpo macchina, in J.L. Laville, C. Marazzi, M. La Rosa, F. Chicchi (a cura di), Reinventare il lavoro, Sapere 2000, Roma

Tiziano Cancelli, How to accelerate. Introduzione all’accelerazionismo, Tlon, Roma 2020

A cura di Matteo Pasquinelli, Gli algoritmi del capitale. Accelerazionismo, macchine della conoscenza e autonomia del comune, Ombre corte, Verona 2014.

Gilberto Pierazzuoli

*La rubrica curata da Gilberto Pierazzuoli, raccoglie una serie di articoli che riprendono il lavoro di “Per una Critica del Capitalismo Digitale”, libro di prossima stampa uscito a puntate proprio su questo spazio. Una sorta di secondo volume che riprende quelle considerazioni e rende conto del peso antropologico e delle trasformazioni che il mondo digitale provoca nel suo essere eterodiretto dagli interessi di tipo capitalistico. Una prosecuzione con un punto di vista più orientato verso le implicazioni ecologiche. Crediamo infatti che i disastri ambientali, il dissesto climatico, la società della sorveglianza, la sussunzione della vita al modo di produzione, siano fenomeni e azioni che implicano una responsabilità non generalizzabile. La responsabilità non è infatti degli umani, nel senso di tutti gli umani, ma della subordinazione a uno scopo: quello del profitto di pochi a discapito dei molti. Il responsabile ha un nome sia quando si osservano gli scempi al territorio e al paesaggio, sia quando trasforma le nostre vite in individualità perse e precarie, sia quando – in nome del decoro o della massimizzazione del profitto– discrimina e razzializza i popoli, i generi, le specie. Il responsabile ha un nome ed è perfettamente riconoscibile: è il capitale in tutte le sue declinazioni e in tutti i suoi aggiornamenti.
Come per gli articoli della serie precedente, ognuno – pur facendo parte di un disegno più ampio – ha un suo equilibrio e una sua leggibilità in sé e là, dove potrebbero servire dei rimandi, cercheremo di provvedere tramite appositi link. 

 

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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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