I tre tempi di Civita

«È più miracolato che cosa vera, è più leggenda che realtà. Il suo nome è antico e semplice: Civita, senza aggettivi e senza altre specificazioni». Così recita la scritta calligrafica sulla prima foto del libro di Giovanni Attili Civita (Quodlibet, 2020), un dagherrotipo che ritrae il Borgo nel 1874. Dice tutto dello stupore di chi si avvicinava a quel borgo, che mi capitò di visitare sul finire degli anni sessanta. Come in un quadro del Poussin romano quell’agglomerato di case su un acrocoro irto tra due valli sembrava a prima vista un paesaggio d’invenzione; invece lo raggiungevi con un ponticello lungo e stretto, come un’illustrazione di una fiaba, fuori dal tempo.

Anni dopo fui sconsigliato di ritornare in quella che era stata la “Città che muore”, e ora il libro mi ha fatto capire bene perché. Dunque il libro è necessario, oltre a soddisfare vecchie curiosità, per ampliare di molto l’esperienza diretta di quello che appare oggi un piccolo borgo di una scomparsa strada dell’antichità, superstite di una epica storia geologica e umana squadernata con appassionata magnificenza di dati, di notizie, di testimonianze che ti evita la delusione di un semplice ritorno al vero e ai suoi souvenir. Forse un domani; dopo la scossa della pandemia e dopo aver tirato le fila delle conclusioni di questo testo multiforme.

Il libro racconta il miracolo di una trasformazione. Agamben nella prefazione lo definisce «inchiesta» per la solida e minuziosa base documentale che sorregge il testo articolato in tre parti in successione temporale. Come in certi grandi libri, le note a piè di pagina si può rimandarle alla seconda lettura per non perdere il gusto del racconto che scorre fluido nell’incontro di strorie di persone, nei pensieri, nei paesaggi.

Nella prima parte il dato geologico s’inviluppa nella cronaca dei disastri. Al 1450 risale la notizia del crollo del monastero delle Clarisse, nella contrada Carcere. Nel 1695 «un terremoto così gagliardo che diroccò quasi affatto tutta la città». «Crolla la maggior parte degli edifici sacri… L’antico palazzo comunale di Mercatello è un cumulo di detriti… Sprofonda la contrada Carcere..inghiottita, sparita nel nulla… Crollano case e torri… Il terremoto del 1695 sancisce l’inizio del declino di Civita». Viene trasferita la sede vescovile e la «Città dal passato superbo, custode gelosa della sua supremazia morale e di comando, è costretta a rinunciare al suo primato storico e religioso». E comincia il romanzo contemporaneo. Civita è diventata un Borgo e il suo nome, senza aggettivi e specificazioni, si fa più aderente all’etimo latino, è la Comunità resistente che non se ne vuole andare nemmeno quando crolla il ponte che aveva rimpiazzato la strada di collegamento con Bagnoregio, sprofondata definitivamente nel 1922. A questo punto la storia sgorga dai racconti: «A quei tempi» c’era la miseria e anche la felicità, gli equilibrismi sul ponte rotto, i calzoni corti col freddo d’una volta, la luna che regolava le nascite, sono un’immersione nei ricordi di chi ha vissuto la campagna o li suscita con altrettanta vivezza. Il racconto è denso di vita di paese, di lavoro di campagna, degli animali indispensabili perfino alla provvista dell’acqua. Che forse dopo i crolli non sgorga più a quell’altezza. Ci sono le voci delle poche persone rimaste, il ricordo dei canti durante la trebbiatura, la fatica e la fame smorzate dal canto. Il rientro alla sera, quando i civitonici con gli asinelli carichi si arrampicano in fila al Borgo, salutati dalla campana della torre che segna «l’epilogo festoso» del lavoro della giornata. Una composizione di una pastorale, che fa riemergere fasci di ricordi sprofondati nel tempo e che procurano in chi legge, non poca «misurata contentezza» (pag. 54).

La seconda parte «è una storia che parte dalle pagine di un romanzo e si nutre di una serie di straordinarie casualità» (pag.125). Astra Zarina e la figura centrale della rinascita che comincia quando l’abbandono del Borgo sembra inarrestabile, le casualità sono tante e piuttosto avvincenti: Il viaggio da New York sul transatlantico Leonardo da Vinci, la lettera di Bernard Berenson su un itinerario di viaggio tra Montefiascone e Viterbo, dove l’incantevole Civita è suggerita senza nominarla, fermandosi sul belvedere di Bagnoregio. La pioggia battente che all’improvviso fa trovare ad Astra la casa giusta da comprare con un camino straordinariamente maestoso. Il nome le si addice e il suo fascino e talento rendono il borgo unico e speciale. Come lei, tratteggiata nella nota dell’amica Josè, conosciuta nella traversata: «Lei (Astra) era molto carina, elegante. Mi ricordo un abito verde di shantung», alle serate cui venivano sempre invitate. Lo è nelle foto che illustrano questo capitolo che la mostrano in abiti originali e bellissimi e il volto espressivo, pieno di vita.

Altra casualità straordinaria: l’incontro con il Borgo di una nobildonna dal nome salgariano, personaggio non secondario nella articolata costruzione del mito di Civita. Di Astra architetto e professore di allieve/i di due università statunitensi, l’autore fa un’accurato rendiconto «un lavoro che […] rimette virtuosamente in circolo una conoscenza prodotta in maniera collaborativa e non predatoria» guidato dalla «rivoluzionaria idea di abbandonare l’ossessione per il nuovo a favore di una rifunzionalizzazione e risemantizzazione dell’esistente» e, sembra di capire, ben temperato dall’esperienza quotidiana in cui prende corpo il recupero delle tracce fisiche e rituali di pratiche antiche, ad ampio spettro, svolto con la comunità di cui rapidamente entra a far parte. «Astra si muove all’interno di un campo di riattivazione poetica» che vive in presa diretta, non nella dimensione iconica del postmoderno che trasforma tutto in rievocazione, in finzione, in simulacro. Quale è invece il terzo tempo del romanzo di Civita, quando di Astra di suo marito Tony e dei tanti altri che hanno partecipato alla rinascita rimane solo un nutrito archivio custodito a Bagnoregio e subentra la bulimia turistica dei nostri giorni. L’autore svolge sul numeri di visitatori – un milione nel 2019, su una popolazione di dieci persone, una riflessione importante sul feticismo del passato, istillato dal mercato contraffatto della storia che genera il desiderio attraverso l’iconizzazione spettacolare. Sul congelamento dell’architettura, dei residenti, della festa di paese nella massima inautenticità, dice l’autore, dell’immagine cristallizzata e sterilizzata di un “quadro vivente.” In definitiva la parodia della storia che avendo estromesso il divenire, rende questo raro Borgo come tutte le città turistificate merce da consumare, in fretta.

Un epilogo pensante, di un romanzo con molti punti fermi per rispondere alla domanda di Agamben in prefazione: che cosa significa abitare?

Roberto Budini Gattai

Una versione più sintetica di questo articolo è stata pubblicata su “il manifesto”, sabato 12 giugno 2021.

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Roberto Budini Gattai

Urbanista, attivo in perUnaltracittà e nei Comitati fiorentini di resistenza alla speculazione

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