La combattente, di Stefania Nardini

Scrivere a proposito de “La combattente” di Stefania Nardini necessita di una premessa, piccola ma doverosa. In Italia negli anni ‘70 si è sviluppato un qualcosa di pressoché unico, da più parti si definiscono gli anni Settanta come “l’eccezionalità del caso Italia”, anni da un volto “formidabile”, denso di fermenti, mutazioni sociali e rivoluzioni private, furono prolifici di pensieri e di incontri che cambiarono il destino di un’intera generazione.

Le donne scoprirono l’uso della libertà; le e gli omosessuali uscirono dai ghetti; l’arte, il teatro e la cultura  divennero parte e motore del cambiamento e luoghi di aggregazione. Furono anni di grandi battaglie sociali “I Settanta”, di grandi manifestazioni di piazza e di confronti politici che coinvolgevano la vita pubblica e privata, l’incontro tra gli studenti e gli operai, tutto terreno fertile per la ricerca della propria identità e per i mutamenti del contesto storico-politico. Senza risparmio e senza pregiudizi. Quanto avvenuto nel corso di quegli anni, attraverso il conflitto politico e sociale, deve divenire un punto di riflessione ineludibile senza rimozioni e/o riduzionismi. Certamente anche la violenza ha fatto parte di quanto emerse in quegli anni. Dalle formazioni armate più o meno clandestine alla violenza diffusa praticata all’interno del movimento; a chi tentò “l’assalto al cielo” mettendo in discussione il potere costituito.

Di quel periodo chi ha “vinto” non vuol far restare niente, solo terra bruciata. Prendiamo atto, positivamente, che in tempi recenti, grazie ad alcuni autori, con testi ascrivibili al genere noir, assistiamo ad una inversione di tendenza. Cito solamente Bruno Morchio con “Voci nel silenzio”, Genova e cosa vuole dire rivivere un passato mai dimenticato e con cui non si è fatto i conti in maniera definitiva e Umberto Montin con “A muso duro” che ci riporta a scandagliare le passioni, i sogni di una generazione attraverso i fantasmi di un passato sempre vivo.

Detto questo eccoci a scrivere a proposito di “La combattente”. Proprio attraverso le pagine scritte da Stefania Nardini conosciamo una delle battaglie importanti portate avanti in quegli anni: la questione della malattia mentale, la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, “la più grande latrina della civiltà occidentale”. Ma non solo. Abbiamo a che fare con quanto scritto sopra e cioè un clima particolare, un contesto che dava vita a cose straordinarie e di fatto uniche, abbiamo a che fare con “ribelli in un apparente tempo di pace”. Il tutto descritto tramite un vissuto dove il “personale è politico”. L’affettività, l’unico compagno? Il vino per stordirsi, il garantismo ante litteram contro le manette facili, il mal di vivere e il convivere con la consapevolezza di portarsi sulle spalle il fardello di una Malattia, con la emme maiuscola, una malattia che divora, il rapporto/scontro generazionale il ciclostile, le autoriduzioni e le occupazioni, la strage di Piazza Fontana = Pinelli e Valpreda, lo scontro con i fascisti e oggi e domandarsi: che fine hanno fatto quelli che credevano nella rivoluzione? Cosa è rimasto di tutto ciò?

Scoprire quindi che i compagni, tanti non tutti, sono cambiati. Nel romanzo emerge un passato ingombrante e quasi ossessivo, con una storia svoltasi in un epoca e ricatapultata nell’oggi dopo un silenzio lungo 30 anni. E quindi, non solo i carceri speciali, la legislazione d’emergenza, la RAF ed il suicidio di Andreas Baader ed Ulrike Meinhof ma la Francia, terra di accoglienza e di esilio che nega l’identità. Francia tornata, a questo proposito di attualità con la retata dell’aprile scorso ai danni di rifugiati “colpevoli” di reati ascrivibili a fatti di 30 anni fa.

In queste pagine troviamo Marsiglia, città con la quale Nardini si è già misurata circa 10 anni fa scrivendo “Jean Claude Izzo storia di un marsigliese”. A proposito di autori francesi non possiamo non citare i riferimenti scritti a proposito di Andrè Helena ed il passato che piomba sul presente. Possiamo definire “La combattente” un noir sulle scelte, sulla coerenza e, perché no, sui “sensi di colpa”.

Storie che possono trasmettere malinconia, ma una malinconia ancora presente che non fa parte del passato e che fa dire alla protagonista, Angelita, “sono una superstite , non una naufraga”.

Edoardo Todaro

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Edoardo Todaro

Oltre a svolger la propria militanza tra realtà autogestite (CPA) e sindacali (delegato RSU Cobas presso Poste spa) è appassionato di letture, noir in particolare. È tra i collaboratori, con le proprie recensioni, del blog Thriller Pages

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Una risposta

  1. fiamm ha detto:

    Peccato che tutto ciò non sia sostenuto da una prosa importante quanto i temi trattati. Deludente da questo punto di vista. Meritorio, ma non bello, per i miei gusti

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