L’assessorato alla paranoia, nuova sede a Villa di Rusciano?

Nel 1977 il Comune di Firenze entrò in possesso a titolo gratuito di “Villa Rusciano” che all´epoca era di proprietà di una IPAB (Istituto Pubblico di Assistenza e Beneficienza) denominata “Istituto Vittorio Veneto”, struttura dedicata al recupero di minori con problematiche sociali e familiari. Il passaggio era però stato sottoposto a dei precisi vincoli in maniera tale che il patrimonio dell´Ente restasse in mano pubblica. Vincoli di fatto accettati dal comune di Firenze. Il commissario dell’istituto Vittorio Veneto espresse infatti parere favorevole alla cessione, in quanto il patrimonio dell’Ente sarebbe stato utilizzato per attività assistenziali, giustificando i1 trasferimento delle strutture dell’Istituto al Comune di Firenze,”. II patrimonio dell’Ente fu dunque devoluto al Comune di Firenze, il quale subentrava “nella titolarità dei rapporti attivi e passivi facenti capo all’Ente suddetto per il perseguimento delle finalità istituzionali a favore dei minori” (Qui). Ma nel 2012 il comune la mette in vendita e come recentemente per Villa Basilewsky si è proceduto a un cambio della destinazione d’uso facendola diventare “turistico recettiva”. In tutti questi anni un gruppo di cittadini organizzati come “Cantiere Beni Comuni Q3” ha messo in piedi varie iniziative per opporsi a questa decisione del comune riuscendo per lo meno a spaventare gli eventuali acquirenti che hanno così rinunciato a fare delle offerte, facendo andare deserte le aste convocate dall’amministrazione. Bisogna prendere atto che le lotte qualvolta pagano.

https://www.raiplay.it/video/2016/07/Le-vite-degli-altri-98aad568-f833-4a7b-b93a-fc63aba81f55.html

Poco prima dell’inizio della pandemia, il cambio di rotta. La villa non è più in vendita ed è notizia di oggi il fatto che la Villa sarà restaurata a spese dello stato nella figura dell’Agenzia delle Dogane per realizzare una scuola per i suoi funzionari, un polo nazionale sulla legalità e un centro di innovazione e progettazione in collaborazione con il Comune e con altre realtà territoriali. Sembrerebbe che uno dei vincoli sia stato apparentemente rispettato nel momento in cui si parla di “formazione”. Peccato che non sia una formazione dedicata ai giovani e al loro recupero come recitava il vincolo sul lascito. Gli altri due progetti inerenti il recupero della Villa remano però in tutt’altra direzione; secondo il sottotitolo dell’articolo attraverso il quale si è venuti a conoscenza delle intenzioni della amministrazione, si tratterebbe di: “un polo contro la criminalità e un centro di innovazione in collaborazione con il Comune”. I termini criminalità e innovazione sono due termini che segnano quello che Shoshana Duboff (e non solo) ha chiamato “il Capitalismo della Sorveglianza” poi ripresi dal film “the social dilemma” visibile sulla piattaforma Netflix. Una presa di posizione che non è dunque il frutto di nessuna paranoia complottista.

Ma andiamo a vedere che cosa potrebbe avere in mente questa amministrazione. Dal loro punto di vista una prima connessione tra lotta alla criminalità e innovazione è coinciso con l’istallazione di più di mille telecamere rendendo Firenze la città più dotata al mondo in rapporto agli abitanti. Ma l’innovazione non si ferma alle telecamere in sé, ma si estende in maniera particolare al software: un “software innovativo che, tramite le telecamere, consente di rilevare oggetti e movimenti sospetti di persone, senza violazione della privacy, così da poter garantire interventi più tempestivi in caso di situazioni anomale”. Dalle dichiarazioni di Nardella sembrerebbe che il software abbia in qualche modo a che fare con Israele. Il fatto che indirettamente si paragoni la situazione fiorentina con quella di Tel Aviv, la dice lunga sulla visione paranoica di questi amministratori. Ma adesso guardiamo quali altri strumenti hanno usato per la salvaguardia della sicurezza dei cittadini.

L’esempio più eclatante è il Daspo urbano che vietava parti del tessuto urbano a soggetti reputati pericolosi anche se a piede libero perché non condannati a nessuna pena detentiva, andando di fatto contro la nostra costituzione. Del resto, quella di limitare i diritti sanciti dalla stessa, è ormai un’abitudine di questi innovatori. Ecco le zone rosse, (inaugurate peraltro 20 anni fa a Genova), l’ordinanza anti assembramenti con la quale il Comune vieta lo stazionamento e l’attraversamento di certe zone e a certe ore a meno che non si debba accedere a negozi, bar e ristoranti.

L’innovazione è (per loro) allora spianare la strada a ogni forma di sorveglianza, alla raccolta di dati, alla profilazione in relazione ai consumi ma anche ai comportamenti. Per discriminare quelli non consoni, quelli di persone indipendenti che vogliono socializzare gli spazi urbani semplicemente per incontrarsi, per relazionarsi, per esprimere comportamenti e opinioni che possono anche essere diverse da quelle prospettate da questi amministratori e dalle macchine algoritmiche che la loro innovazione progetta. In questa città o consumi o crepi. Villa di Rusciano da luogo dell’accoglienza della gioventù problematica, diventa luogo di progettazione di un futuro che la escluda definitivamente. Dei vincoli sul lascito si è finalmente preso atto, peccato che lo si sia fatto soltanto per andare in una direzione completamente opposta.

L’innovazione è modernità, è usare il lessico della rete, una grammatica essenziale fatta spesso da parole d’ordine, hashtag che condensino nel senso, tematiche all’ordine del giorno, slogan gridati, linguaggi emotivi, immediati e di pancia. Spesso sopra le righe, dei meme come questo: il destino di Villa di Rusciano è quello di un “mattatoio della democrazia”. 

 

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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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