Basta un uomo. Bruno Borghi. Una vita senza padroni

Ho appena finito di leggere “Basta un uomo. Bruno Borghi. Una vita senza padroni”, edizioniPiagge 2021. Lo ha scritto un importante e noto magistrato fiorentino Beniamino Deidda.

Durante la presentazione avvenuta presso la Comunità delle Piagge, Deidda premette subito che non è la biografia di Bruno Broghi, ma la ricostruzione di fatti salienti della vita di un uomo eccezionale, alcuni dei quali vissuti insieme. Il libro si divide in capitoli: la chiesa, il lavoro, il rapporto con la giustizia, i viaggi in Nicaragua durante la rivoluzione sandinista, l’impegno con i disabili e il volontariato nelle carceri. Si tratta davvero di una persona che ha dedicato tutta la vita agli ultimi: un uomo del fare, si capisce che non gli interessano le ideologie, le filosofie, ma i fatti.

Bruno Borghi nasce nel 1921 all’Impruneta, la madre era figlia di un ortolano, il padre barrocciaio muore quanto lui ha 18 mesi. Si rende conto presto dei sacrifici della povera gente, vedendo quanto lavorava e come veniva sfruttata la mamma. Diventa antifascista, per istinto direi, perché sente più volte le urla provenienti dalla casa dove si bastonava un muratore socialista. Entra in seminario a 16 anni. Vuol farsi prete, intuisce l’importanza del Vangelo, inteso alla lettera: dalla parte dei poveri, dei diseredati. Fra oppressi e oppressori la scelta è netta, non avrà mai tentennamenti, dimostrando una grandissima coerenza anche quando, ormai avanti negli anni, decide di uscire dalla Chiesa.

Nel 1950 riesce a diventare primo operaio prete in Italia, alla Pignone. Sarà in prima linea nelle lotte per migliorarne le condizioni di lavoro. Questa è solo la prima delle fabbriche in cui riuscirà ad entrare, inimicandosi la parte più conservatrice della Chiesa e la classe padronale, tanto da essere mandato per punizione alla parrocchia di Quintole (Impruneta) e da doversi difendere in sede giudiziaria. La sua presenza è una spina nel fianco, egli va contro la borghesia e i benpensanti, finisce sui giornali ed è processato più volte. È quello che vuole: dimostrare l’iniquità del trattamento degli operai e, successivamente, difende anche disabili e carcerati.

Il suo interesse è rendere evidente l’ingiustizia delle leggi che comunque non difendono mai gli ultimi. Deidda sottolinea la grande amicizia di Borghi con don Lorenzo Milani. Quest’ultimo diceva di aver da insegnare a tutti, ma non al Borghi, lo invidiava per essere davvero dalla parte dei poveri, per nascita e per scelta. Colpisce la straordinarietà di quest’uomo e non si può non fare riferimento all’oggi. Non solo per notare, come dice Tomaso Montanari durante la presentazione, la miseria della vita fiorentina rispetto alla vivacità di quegli anni, in cui era sindaco La Pira. Mi interessa soprattutto il modo di agire del Borghi: non teme i suoi guai giudiziari perché attraverso di essi può dimostrare i limiti del sistema capitalistico, quanto siano inique le leggi che non mettono le persone sullo stesso piano, quindi non si sogna di negare di quanto via via lo si accusa, tutt’altro!

L’imbarbarimento attuale è tale che è grande la necessità di tornare a uomini così radicali e coerenti. E se oggi Mimmo Lucano (tanto per fare un nome e lo so che non è un prete, ma anche lui si è schierato da una parte precisa) avesse un atteggiamento così, fosse lui stesso il primo ad accusarsi dei reati che gli si ascrivono? Non riuscirebbe, meglio che a negarli, a dimostrare la profonda ingiustizia e ipocrisia del mondo in cui viviamo? Viviamo in un’Europa che sta a guardare e in uno stato dove le politiche dell’accoglienza sono inesistenti, dove sono vigenti leggi nate dalla famigerata Bossi-Fini che considerano la clandestinità un reato.

Gabriella Nocentini

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