Quando ridere è sovversivo: dialogo con Luca Ravenna

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Ridere ha in sé un potenziale sovversivo. Perché ridiamo? Ad un certo punto, anche nelle situazioni meno adatte, scatta qualcosa e sentiamo un non so che di incontrollabile che stimola i muscoli del nostro stomaco e della nostra faccia: stiamo per ridere. La risata è il sintomo del contrasto tra l’apparenza e la realtà, tra ciò che ci aspettiamo e ciò che accade. Quella è la risata frutto di un sentimento di contrasto ed è fine a se stessa: qualcuno cade all’improvviso e noi ridiamo.

Allora perché abbiamo iniziato alludendo alla sovversione insita nella risata? L’originario sentimento di contrasto diventa sovversivo quando induce chi ride a riflettere su sé e sul mondo.

Ridere, a questo punto, diventa un esercizio da equilibristi che si svolge sulla sottile linea della “normalità”: ciò che va oltre la norma, l’anormalità e la devianza, ci fa ridere. Ma chi è che ha tracciato quel confine? E noi da che parte stiamo? Perché stiamo ridendo?

Insomma, parlare di risata è una cosa seria. Non sapendo come organizzare una seduta spiritica con Luigi Pirandello, per discutere delle differenze tra comicità e umorismo, abbiamo ripiegato sul vivissimo Luca Ravenna.

Presumo che Pirandello non avrebbe avuto bisogno di presentazioni, ma chi è invece Luca Ravenna? Visto che, fortunatamente, per parlare con lui non abbiamo avuto bisogno di riti strani ma è stata sufficiente una telefonata, ce lo facciamo raccontare da lui:

«Luca adesso è un ragazzo leggermente sovrappeso, siamo sui 77 chili per 1.76. No vabbè, sto scherzando. Luca è un comico e autore in tv prima e ora un produttore di podcast e ho avuto la fortuna di partecipare ad un programma molto mainstream ed è stato molto bello. Tra l’altro, nel mio prossimo pezzo che esce su youtube parlerò di LOL». LOL – chi ride è fuori, lo ricordiamo per chi mesi fa fosse in vacanza su un altro pianeta e quindi non ne ha mai sentito parlare, è un game show italiano uscito nel 2021 per Amazon Prime Video e condotto da Fedez e Mara Maionchi.

Com’è che Luca Ravenna è diventato parte del cast di un programma mainstream?

«Perché ho fatto l’amore con Fedez, anni fa. Siamo milanesi e da noi è usanza, quando si conosce una persona. Scherzo, penso mi abbiano visto loro. Penso mi abbia visto Dargen D’amico, grandissimo rapper nonché paroliere e collaboratore di Fedez. Gli ha fatto vedere dei miei pezzi e quando hanno fatto il cast, all’ultima casella, penso che abbiano detto “chiamiamo uno un po’ indie” per non dire sfigata che è il cugino figo di sfigato. Era sicuramente un esperimento, ora la seconda stagione sarà sicuramente un po’ meno un esperimento e un po’ più solido e mi auguro vada malissimo la seconda stagione, deve restare solo la prima leggendaria».

Ora che le presentazioni sono andate, parliamo di cose serie: ridere. Si può ridere e fare umorismo su tutto? Se la comicità è il tuo mestiere, puoi permetterti di giocare sul confine della “normalità” e col sentimento del contrasto rispetto a chiunque?

«Secondo me l’unica linea di demarcazione è la sincerità. Ad esempio, se io parlo in modo sincero del mio rapporto, del mio rapporto proprio mio, con l’omosessualità e con la scoperta dell’omosessualità degli altri e quindi del dubbio su di me, allora puoi scherzare, puoi fare quello che vuoi. Nessuno potrà mai venire a dirti “pezzo di merda non ti dovevi permettere” perché sarebbe lui una persona non sincera a non vedere lo sforzo che fa l’autore a parlare sinceramente di sé. Questo è l’unico limite, non lo è neanche la risata. Se invece, tu parli dell’omosessualità senza metterci nulla di te e scherzando sulla macchietta e sullo stereotipo, che è uguale per qualsiasi gruppo sociale nel mondo perché qualunque gruppo sociale ha le sue macchiette, quello è banalmente già più attaccabile».

Ma allora, quando chi lavora con la comicità può dirsi soddisfatto?

«Lo spettacolo è riuscito solo se il giorno dopo le persone che mi sono venute a vedere mi scrivono e mi dicono “sono cambiato grazie a te”, se non succede questo lo spettacolo non è riuscito. No, anche questo è uno scherzo, Io son contento che uno venga allo spettacolo con la speranza di ridere, ma attenzione perché è una scusa sine qua non: se non si ride è una porcata. Ci sono molti comici, dall’altra parte non mainstream, che ne fanno una filosofia come per dire “eh ma io smuovo le coscienze, non faccio ridere”. Bene, sei il numero uno ma allora questo non è il tuo lavoro. Le persone vengono là per ridere non per andare in chiesa o dalla psicoterapeuta. L’esperienza sociale è ridere, poi, se sei bravo o sei fortunato e se gli altri ti ascoltano volentieri, se riesci ad infilarci sotto qualcosa, quella è la soddisfazione massima. È come succede coi film o gli spettacoli teatrali, ma con la stand-up comedy sei tu in prima persona ed hai un riscontro immediato».

Francesca Pignataro

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Francesca Pignataro

Dal ‘97 mi aggiro nel mondo chiedendo “perché” e ho una forma di repulsione verso le risposte semplici a problemi complessi. Studiando moltiplico le mie domande, scrivendo cerco delle risposte e l’umanità preferisco osservarla dai margini con le lenti dei miei occhiali che sfumano dal viola del femminismo al rosso del marxismo.

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