L’urbanista Budini Gattai: “Firenze città dei poli è gerarchica ed escludente”

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Il dibattito cittadino attorno alla Firenze futura si accende e si diffonde via via di fronte a scelte del governo cittadino che senz’altro cambiano la faccia della città. Ma come è ovvio, l’urbanistica è un delicato strumento che obbedisce in buona sostanza a scelte che vengono fatte a monte, dal “governante, che si dovrebbe porre alcune domande ineludibili come che tipo di società si vuole supportare, quale modello è più adatto all’anima “storica” di una città, come mettere insieme il “vecchio” e il “nuovo” in nome di una fruibiltà estesa e includente o ristretta ed esclusiva. Domande che in definitiva appartengono più alla politica che al dato tecnico-urbanistico.  Sulla questione del nuovo corso urbanistico che si sta tenendo in città, abbiamo posto alcune domande all’architetto urbanista Roberto Budini Gattai*. 

Rinnovo e riqualificazione della città, il sindaco Dario Nardella pone l’accento su “buchi neri” del tessuto cittadino e  sulla capacità di questa giunta di riempirli “ricucendo” il tessuto sociale e urbanistico di Firenze. Esempi, l’ultima delibera passata in consiglio che riguarda l’ex caserma Lupi di Toscana (circa 70% di edilizia sociale), Manifattura Tabacchi,  l’area Belfiore, le officine ex Ogr, l’ex tribunale di San Firenze, la caserma Cavalli, Sant’Orsola, la caserma Vittorio Veneto. Quanto e in che senso, secondo lei, questa catena di interventi valgono a ricucire la città?

Nelle ultime interviste sempre più scoppiettanti di fine anno, il sindaco insiste sulla metafora dei buchi neri, più forte dei grigi “contenitori” che da decenni si dice di non sapere come riempire. Quando, nel 2015, venne approvato il Regolamento Urbanistico, quella incapacità ha trovato la sua ragione: solo il Mercato ha la capacità di pianificare attraverso il tasso di redditività dell’investimento, la vera linea di fede della “nuova” urbanistica. Sollevati dallo spinoso compito di scegliere e pianificare, agli amministratori rimane quello di attrarre e facilitare gli investitori. Si visitano i mercati internazionali, si prepara un’apposita brochure già prefigurata dal R.U: Florence city of the opportunities-Invest in Florence e una normativa tanto puntuale nella schedatura, quanto generica e flessibile nelle previsioni, così da ottenere una sorta di urbanistica à la carte. Il piatto forte è stato ed è il centro storico con le sue propaggini ottocentesche; essendo un bene raro, irriproducibile e di sicura qualità è diventato il genere di lusso più ambito dalla rendita finanziaria immobiliare. L’esito è la destinazione degli immobili o delle aree di pregio al turismo più ricco. Si pensi alle OGR (le ex Officine ferroviarie di Porta al Prato) dove in luogo di un parterre alberato vitale per la città, ricavabile dalla demolizione dei capannoni, attrezzabile con il più antico di essi, si è promosso la costruzione di appartamenti extra lusso, in assenza ovvia di domanda, per ben 162.000 mc., varata con gran cerimoniale nella sala d’Armi di Palazzo Vecchio. Ma non bastava la copertura di cinque ettari e mezzo sugli otto delle Officine, si è riesumato il progetto di una strada di scorrimento che occuperà oltre 12 ettari lungo il Fosso Macinante, distruggendo anche l’incantevole laghetto del Barco, per portare senza seccature i ricchi ospiti da e verso l’aeroporto. Se agli occhi del sindaco questa è ricucitura, viva gli strappi.

Nello specifico degli edifici, dunque, è secondo lei inesatto parlare di “buchi neri”?

Ogni edificio che lei ha menzionato è situato, cioè instaura relazioni fisiche e immateriali di reciprocità con la città, non è né un buco nero né un “contenitore.” La caserma Vittorio Veneto (ex conventi di S. Giorgio e S. Gregorio alla Costa) per esempio. Di fronte alla difficoltà di trovare una funzione adatta a quel sito, alla delicata architettura, sarebbe stato importante fermare la vendita e come hanno suggerito i poco amati professori, procedere con un piano di recupero con finalità più articolate, mettendo insieme soggetti diversi. Dice Anna Marson: “Ci vuole una strategia a livello urbano, se riteniamo che Firenze rimanga una città…..un luogo di compresenza sociale… Poniamoci il problema di come reinterpretare questa convivenza (conflittuale, aggiungerei) necessaria al mantenimento della nostra civiltà. L’alternativa sono i ghetti per i poveri e i recinti con guardie armate per i ricchi”. Operazioni per le quali occorrerebbe una capacità immaginativa da cui gli attuali amministratori si sono autoesclusi per obbedienza a un dogma che li priva della libertà del dubbio e dell’ascolto che li colloca in un’inconsapevole ma comoda autocrazia. Prendiamo la recente delibera che riguarda la ex caserma Lupi di Toscana dove si prevede un atteso 70% di edilizia sociale, (ma solo il 5% di edilizia popolare), un Centro culturale ben attrezzato da installare nella palazzina dell’ex Comando. Un provvedimento urbanistico che andrebbe a compensare lo squilibrio di alberghi e studentati di lusso della città dei ricchi. Ancora una “ricucitura” della porzione di territorio oggetto del concorso di architettura che è stata affrontato dal gruppo vincitore con intelligenza e capacità. Purtroppo il bando di concorso cioè la Direzione urbanistica non ha avvertito che la ex Caserma appartiene a un potenziale sistema urbano centrale tra i due grandi Ospedali che attende di essere riconosciuto e promosso attraverso l’architettura dei vuoti, non con ricuciture. È il vuoto che salvaguarda risorse e mette in tensione l’esistente inutilizzato per formare i nodi cittadini di un asse centrale. La mancanza di un progetto di più ampio respiro e intelligenza destina la ex caserma, cioè le belle case sociali e tutto l’impianto dello spazio pubblico ben progettato, a rimanere periferia. Parafrasando l’Assessora Del Re “una cittadella nella periferia.” Ne emerge la città gerarchica dei poli (di eccellenza naturalmente), oltre i quali il nulla o quasi nulla, dove le ricuciture erodono gli spazi liberi e consumano i luoghi, le risorse, il suolo.

Un progetto di città si fonda, a monte, sulla scelta delle priorità da perseguire, a valle nella ricaduta delle priorità selezionate in scelte urbanistiche. A fronte delle scelte dell’amministrazione, quali sarebbero le priorità “altre” da cui potrebbe nascere la città “alternativa”? 

Rispondo con tre priorità. La prima è il ricupero della presenza popolare nel Centro Storico trasferendo l’edilizia sociale prevista ai Lupi di Toscana nell’ex ospedale militare di via San Gallo che potrebbe trasformarsi senza forzature architettoniche in un perfezionato modello “Murate”. La parte eccedente potrebbe trovare posto sia nel vicino ex ospedale militare del Maglio, sia nella ex caserma Perotti a Coverciano. La seconda sono Le Poste Nuove di via Pietrapiana  sul limite tra il quartiere (ancora) popolare di S.Croce e il quadrilatero d’oro, da destinare a casa della Cultura e della Democrazia, con il bel salone centrale come auditorium e la strada interna a fare da foyer. Si tratterebbe di trasferire pressappoco quanto previsto nella palazzina del Comando dei Lupi di Toscana, dove a poca distanza esiste un’analoga attrezzatura come l’ ottima Biblioteca Comunale dell’Isolotto. Infine si dovrebbe sospendere e ristudiare tutto il nuovo programma tramviario. L’esistenza di nuovi vettori di portata tramviaria su gomma dotati di batteria a ricarica rapida che si possono installare in poche settimane, consentirebbe di sperimentare un tracciato più calibrato sulla città e più utile al centro storico. Si eviterebbero errori come occupare un viale per quel servizio pubblico e l’aberrazione della staffa tra piazza della Libertà e piazza S. Marco. Un modello di spesa (Ziparo) più che un modello di mobilità.

La priorità assoluta a Firenze in tema di mobilità è la realizzazione dei 500 metri mancanti alla terza coppia di binari per l’A.V. (non il doppio tunnel di 7 km) e la trasformazione in metro-treno della prima coppia. Anche la linea 4 che esiste come ferrovia leopolda, presenta un costo di trasformazione inverosimile di oltre 23 milioni a chilometro che ritengo dovuto all’abbassamento del sedime del ferro per renderlo complanare della futura strada lungo il Fosso Macinante, la famigerata Rosselli-Pistoiese che si avvarrebbe così del co-finanziamento pubblico della tramvia.

Quanto può valere o è valso, l’impatto della pandemia nella configurazione dei nuovi interventi?

Durante il blocco da pandemia del 2020 il sindaco sembrò convinto della necessità di ripensare l’assetto della città, a partire dal forte sbilanciamento dovuto alla monocoltura turistica. È stato un breve squarcio in cui si è affacciato il possibile, subito ritiratosi alla comparsa dei fondi PNRR.  Così l’altra faccia della pandemia quella che chiede di guardare alla conversione ambientale, a una maggiore giustizia sociale e ambientale, all’uso parsimonioso delle risorse ereditate, quella che confida nella capacità di riequilibrare l’insostenibile consumo di suolo,  attraverso il recupero di terreni ed edifici, ha dovuto soccombere, liquidata da quell’ottusa e un po’ ridicola formula de’ I professionisti del no amplificata da tutti i giornali della città.

In che modo la “città” può diventare strumento politico e specchio della struttura socioeconomica di una società? Mi riferisco ad esempio alle periferie, che da sempre sono la cartina di tornasole della capacità di inclusione o esclusione dei ceti popolari e medio bassi. Periferie su cui è stata fatta molta retorica in tempi non sospetti.

In un agile libro sul postmoderno, il filosofo Fredric Jameson (1989) dedica il penultimo capitolo alla città, osservata attraverso il Bonaventure, grande albergo di Los Angeles  che “non desidera essere parte della città, ma piuttosto un suo equivalente o sostituto” e parodiando Heidegger, scrive che (l’albergo) è soddisfatto di “lasciare che il tessuto cittadino decaduto continui ad essere nel suo essere;” non attende né desidera alcun effetto ulteriore, alcuna trasformazione intorno. I poli urbani fiorentini si comportano come il grande albergo: la “città nella città” (Del Re a proposito della speculazione OGR e della ex caserma Gonzaga) Novoli e l’annunciato polo logistico alla Mercafir, l’intero centro storico, polo turistico globale. Quel “tessuto decaduto” è la nostra periferia dove vive la maggior parte degli abitanti, se non decaduta  destinata a rimanere tale, un habitat di rango inferiore.

Di fatto dunque si passa da una città di quartieri a una città di “poli”?

I poli colonizzano la città, la subordinano a infrastrutture pesanti, come tunnel, aeroporti, strade di scorrimento, tramvie che sono doppioni di linee ferroviarie o che esportano insieme a uno scellerato polosportivo, la distruzione di decine di ettari di frutteti  e seminativi arborati  in un Comune confinante; riproducono gerarchie del tipo centro-periferia; sono i luoghi dei consumi eccellenti, quelli dei molto ricchi che inquinano l’ambiente 8/10 volte di più della media. La periferia è la forma consustanziale della città capitalistica e postmoderna, lottare per trasformarla in città significa lottare per l’abolizione delle gerarchie dello spazio e della società. Un sindaco trionfante annuncia in una intervista a “la Repubblica” (27 dicembre 2021) una minacciosa cascata di interventi che saranno fatti “anche con scelte toste” e dice di aver ormai dato un” disegno ordinato” alla città che fino a pochi anni fa non aveva. È la sua smart city altamente entropica, dissipativa che cinquant’anni di ricerca ambientale e dal 1995 tre leggi regionali sul governo del territorio avrebbero voluto e dovuto scongiurare.

* L’articolo di Stefania Valbonesi è uscito su StampToscana il 2 gennaio 2022.

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Stefania Valbonesi

Nata a Ravenna, età vintage, svolge ttività giornalistica da circa vent'anni, essendo prima passata dall'aspirazione alla carriera universitaria mai concretizzatasi. Laurea in scienze politiche, conquistata nella fu gloriosa Cesare Alfieri. Ha pubblicato due noir, "Lo strano caso del barone Gravina" e "Cronaca ravennate", per i tipi di Romano editore.

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