Tagliano i diritti e aumentano le tasse: l’Università è sempre più di classe

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Ad un anno dalla mobilitazione contro il “nuovo ISEE” e dall’occupazione dello Studentato Autogestito PDM 27, ci troviamo ad affrontare nuovi e pesanti attacchi al diritto allo studio. Facciamo il punto della situazione ricostruendo i passaggi di un’intricata vicenda giuridico-amministrativa ed analizzando il comportamento degli attori coinvolti. Successivamente analizzeremo il rapporto tra università e società attuali per fornire, infine, qualche indicazione pratica di lotta.

«Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.
Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo.
Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza».
Antonio Gramsci

Tra i mesi di novembre e aprile, a seguito di un accertamento fiscale, l’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario (Ardsu Toscana) si è ritrovata improvvisamente in debito di circa 45 milioni di euro nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, la quale ha contestato l’illegittimità del trattamento IVA applicato sui servizi forniti agli studenti. Di cosa si tratta è presto detto: in base ad una legge degli anni Settanta (d.p.r. 633/1972), la fornitura dei servizi di mensa e alloggio agli studenti è considerata IVA esente, in quanto parte integrante delle attività formative ed educative. Affinché l’esenzione possa essere applicata, però, i servizi devono essere forniti direttamente dall’università o da enti ad essa «funzionalmente collegati». Invece, essendo l’Ardsu un’azienda indipendente dall’università e costituita dalla Regione Toscana, l’erogazione di tali servizi è stata fin’ora sottoposta ad un regime fiscale diverso, cioè quello tipico delle attività commerciali soggette ad IVA, la quale deve essere pagata ma successivamente l’IVA sugli acquisti può essere detratta dalle imposte. Infatti, negli ultimi vent’anni, l’Ardsu ha avuto diritto alla detrazione dell’IVA relativa a tali prestazioni.

Tuttavia, oggi tale meccanismo è messo in dubbio da una sentenza del 2011 della Corte di Cassazione. Quest’ultima, occupandosi di un caso analogo relativo al DSU di Pavia, ha sancito che mensa e alloggi devono rientrare nel regime di esenzione IVA, previsto dal d.p.r. 633/1972, anche quando i servizi sono erogati da aziende regionali formalmente indipendenti dall’università. In altri termini mensa e alloggio non rientrerebbero più nelle attività commerciali soggette a detrazione IVA ma sarebbero IVA esenti fin dal principio, poiché funzionali alla formazione universitaria. Alla luce di questa nuova interpretazione, l’Ardsu avrebbe detratto l’IVA senza averne diritto e l’Agenzia delle Entrate ha quindi richiesto indietro gli importi illegittimamente detratti negli anni 2011-2014. L’Ardsu si è difesa per vie legali, affermando di non poter rientrare nel regime di esenzione previsto dal d.p.r. 633/1972 in quanto ente strumentale dalle Regione Toscana privo di qualsiasi collegamento funzionale con l’università; inoltre, secondo la direttiva europea 112/2006, mensa e alloggi rientrerebbero nelle attività commerciali accessorie non ritenute fondamentali per lo svolgimento delle attività formative universitarie.

Dei 3 milioni inizialmente richiesti a novembre, due sono stati sanati dalla Regione Toscana, mentre il milione restante è gravato sul caro-mensa in vigore da marzo. Per gli altri 45 milioni di debito richiesti ad aprile, l’Agenzia delle Entrate ha proposto una sorta di “patteggiamento” per evitare un contenzioso di fronte al giudice, cioè un accordo extra-giudiziale che riduce il debito a circa 25 milioni di euro, consistenti nel totale dell’IVA da restituire al netto di more e sanzioni.

Di fronte alla prospettiva di una vera e propria morte del diritto allo studio in Toscana, è montata subito la mobilitazione a Firenze, Siena e Pisa. Come Studenti in Lotta per il Diritto allo Studio ci siamo presentati alla sede dell’Ardsu durante lo svolgimento del Consiglio di Amministrazione, contestando duramente la logica dei tagli a studenti e dipendenti e richiedendo un miglioramento generale dei servizi e l’estensione dell’accesso allo studio universitario per le fasce meno abbienti. Grazie anche al nostro intervento, il C.d.A. ha deciso di rifiutare il “patteggiamento”.

Poco dopo la situazione è in parte cambiata: il Parlamento ha approvato l’emendamento alla manovra finanziaria, proposto dalla Giunta Regionale in sede di Conferenza Stato-Regioni, volto a sanare il debito di 45 milioni relativo al periodo 2011-2014. Tutto ciò, secondo la narrazione istituzionale, sembrerebbe volgere a nostro favore, ma la questione resta aperta: infatti, nonostante il debito pregresso sia stato sanato per legge, nel passaggio dal vecchio al nuovo regime fiscale potrebbero essere sottratti al diritto allo studio circa 3 milioni di euro all’anno e, nell’incertezza di un contenzioso giudiziario ancora aperto, l’Ardsu potrebbe essere costretta a riformulare il bilancio con tagli al personale, riduzione delle borse di studio, chiusura di alcune mense ed aumento delle rette per gli alloggi o riduzione degli stessi. Dalla lettura del bilancio emerge, inoltre, che il caro-mensa non ha prodotto il risultato sperato: quello che veniva presentato come il guadagno dato dall’aumento delle tariffe è in realtà la somma risparmiata dalle 300 borse di studio non erogate in virtù della riforma dell’ISEE, che ne ha aumentato i requisiti di accesso. A farne le spese saranno, come sempre, le fasce meno abbienti che continueranno ad essere escluse dall’istruzione universitaria: il crollo delle immatricolazioni registrato nell’ultimo decennio è lì a dimostrarlo! È tollerabile tutto questo in una città dove la speculazione sugli affitti è alle stelle e dove si aprono “Student Hotel” di lusso a partire da 800 euro al mese, mentre le Case dello Studente già pronte all’uso vengono lasciate chiuse?

Inoltre, si apre anche un secondo fronte di attacco al diritto allo studio: l’Università di Firenze, infatti, approfittando dell’estate, si appresta a recepire la normativa nazionale dello “Student Act” renziano, con un vertiginoso aumento punitivo delle tasse per fuoricorso e “studenti improduttivi”. Le tasse universitarie saranno rimodulate non più solo in base al reddito ISEE, ma si introducono i nuovi criteri di «regolarità» e «produttività», analogamente ai requisiti di reddito e merito già richiesti per ottenere le borse di studio. Assistiamo ad una nuova “iniezione” di meritocrazia nel sistema universitario, che di fatto annullerà la progressività della tassazione e colpirà proprio coloro che non riescono a sostenere i costi ed i ritmi dell’università, magari perché, oltre che studenti, sono anche lavoratori precari e sottopagati. Inoltre, con l’ampliamento dell’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca (Anvur), si istituisce una sezione del Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università statali destinata a finanziare solo i dipartimenti di eccellenza, differenziando così tra atenei di serie A ed atenei di serie B. Tirando le somme il risultato è questo: università “che non funzionano”, valutate come “non funzionanti” e quindi con meno fondi per funzionare; studenti in difficoltà che “ci stanno provando”, giudicati come studenti che “non ci stanno provando abbastanza” e con ancora meno possibilità di “provarci”.

Cosa succede attorno a noi?

Non possiamo più tollerare questo continuo smantellamento del diritto allo studio e, nei prossimi mesi, ci mobiliteremo per difendere nostri diritti a partire dai nostri bisogni immediati di studenti e lavoratori precari, senza impantanarci nelle faccende puramente tecniche che rappresentano il terreno ideale per confondere le acque e giustificare ogni ingiustizia come inevitabile. Allo stesso modo dobbiamo rifiutare la logica classista della meritocrazia, che riduce i problemi sociali ad una questione di meriti individuali, e pretendere che il diritto allo studio sia garantito a tutti e tutte, senza discriminazioni di classe sociale, razza, sesso o merito. Ma, per orientare la lotta verso obiettivi e nemici concreti, è necessario chiarire fin da subito che questi provvedimenti non sono semplicemente il frutto di intrighi burocratici: le questioni del regime IVA e dell’aumento delle tasse ci dicono molto di più sui processi in atto all’interno dell’Università e della società in cui viviamo.

Negli ultimi dieci anni la violenta crisi economica e sociale, in cui il capitalismo ha palesato tutte le sue contraddizioni, ha imposto costi salati ai lavoratori, agli studenti ed alle classi subalterne in genere. Le politiche di austerity, disoccupazione, precarietà e rimozione dei diritti sociali, così come la privatizzazione dei servizi pubblici ed i tagli alla spesa sociale (istruzione, sanità, trasporti, etc…), hanno costituito la base per la crescita dei profitti di industriali e banchieri. Sul fronte esterno, la competizione internazionale è scivolata in un contesto generale di guerra, a cui l’Italia partecipa in prima linea con oltre 7 mila soldati impegnati nelle aggressioni all’estero e 64 milioni di euro al giorno dirottati verso le spese militari, mentre si arricchiscono le industrie belliche e quelle interessate alla “ricostruzione”. La stessa Università è coinvolta mediante l’istituzione di corsi ideologici che giustificano la “necessità” della guerra imperialista, i tirocini presso la Nato ed il contributo scientifico allo sviluppo di tecnologie belliche.

E noi studenti?

Se questo è il modello di società disegnato dalla crisi del capitale, qual è il ruolo dell’università al suo interno? Le riforme degli ultimi 25 anni hanno costruito un modello di università-azienda che nega il diritto allo studio, escludendo sempre più le classi popolari attraverso una feroce selezione di classe. L’intervento pubblico per soddisfare le esigenze materiali che consentono di accedere all’università anche a chi non può sostenerne i costi senza lavorare (come la casa, i trasporti, le mense, etc…), si va sempre più riducendo. La possibilità di studiare va scomparendo quale diritto universale e viene sostituito da meccanismi di selezione “meritocratici”. La meritocrazia, presentata come ideologia ufficiale ed incontestabile, nasconde e legittima tutte le differenze socio-economiche che incidono sul percorso di studi di ognuno di noi, inculcandoci una forma mentis basata sull’individualismo, sulla competizione e sulla produttività, che prefigura il nostro ruolo passivo ed atomizzato nel mercato del lavoro.

L’università-azienda non rappresenta affatto un mezzo di emancipazione sociale e culturale. Al contrario, non solo è sempre più difficile essere studenti senza dover lavorare per sostenerne i costi crescenti, ma l’intero apparato universitario si presenta come una enorme fabbrica di precarietà, il cui ruolo sociale è formare, selezionare e disciplinare il “capitale umano” da immettere nel mercato del lavoro, ovvero forza lavoro flessibile, dequalificata e sottomessa che andrà ad ingrossare la schiera di lavoratori precari con cui le imprese tentano di salvare i loro profitti in tempi di crisi. Si tratta di quella che Marx definiva la continua «produzione dei produttori» a basso costo ed incapaci di qualsiasi forma di resistenza organizzata. Lo dimostrano palesemente i tirocini obbligatori non retribuiti inseriti nei nostri piani di studio che, più che un’opportunità formativa, rappresentano un bacino di forza lavoro a costo zero per le imprese; il nozionismo e la dequalificazione del sapere che dominano la catena di montaggio lezione-studio-esame e che contribuiscono a privarci degli strumenti intellettuali per criticare e trasformare la realtà che ci circonda; la repressione e criminalizzazione di ogni spazio di autonomia e dissenso.

Che fare? I diritti non si meritano, si conquistano!

Lo stato di cose in cui ci troviamo immersi non è casuale, ma rientra nelle scelte politiche della classe dominante. Per questo è sul piano politico che dobbiamo porre le nostre rivendicazioni. Come studenti, lavoratori futuri e attuali, dobbiamo porci nella prospettiva di riappropriarci del diritto allo studio, creando spazi di antagonismo e crescita collettiva dentro e contro l’università-azienda. La riappropriazione costituisce senz’altro una risposta autorganizzata efficace, in grado di rompere l’isolamento individuale e mettere in piedi reti di solidarietà per soddisfare i nostri bisogni immediati. Lo scorso anno, la vertenza contro il “nuovo ISEE” ha dimostrato che la lotta senza compromessi ed il protagonismo degli studenti produce davvero delle vittorie, anche se parziali. Infatti, di fronte alla completa indifferenza e spesso ostilità delle istituzioni, l’unica soluzione concreta al problema abitativo dei circa 300 studenti esclusi dalla borsa di studio e dal posto alloggio (solo in Toscana) è stata l’occupazione dello Studentato Autogestito PDM 27, l’unico studentato aperto negli ultimi anni a Firenze che oggi permette a molti di proseguire gli studi universitari.

Tuttavia non possiamo limitarci a riconquistare i servizi che le istituzioni non riescono e/o non vogliono più erogare. La lotta “per” il diritto allo studio è anche una lotta “contro” di esso. Prendiamo ad esempio la contraddizione insita nella borsa di studio. Da un lato essa rappresenta indubbiamente un’agevolazione per gli studenti meno abbienti ma, dall’altro, si configura come una sorta di ricatto: per ottenerla e conservarla siamo obbligati a soddisfare criteri di merito inflessibili, a “produrre” una certa quantità C.f.u. senza badare alla qualità e senza momenti di riflessione critica. Abitando nelle Case dello Studente dobbiamo subire uno stretto regime di controllo attraverso telecamere e tornelli; rispettare una rigida disciplina per non incorrere in sanzioni; non ci è concesso di usufruire liberamente degli spazi in cui viviamo; non possiamo ricevere ospiti e dobbiamo chiedere speciali autorizzazioni per utilizzare gli spazi regolarmente adibiti alla socialità. Insomma, paradossalmente, il Diritto allo Studio, così com’è attualmente organizzato, limita pesantemente la nostra libertà e autonomia. Il suo contenuto di classe è indubbio: se sei povero ma non sei “meritevole” e disciplinato non hai diritto alla casa, né alla cittadinanza all’interno dell’ateneo. Non solo ci rende dipendenti e ricattabili – poiché subordina un diritto che dovrebbe essere universale a condizioni imposte dall’alto – ma ci addestra per il mondo del lavoro: uno studente passivo e disciplinato oggi sarà un lavoratore flessibile e sottomesso domani.

Per questo le nostre rivendicazioni non possono esaurirsi nel chiedere che tutti possano entrare “in” questa università-azienda e riprodurre, così, le sue logiche di potere e sfruttamento, ma devono essere necessariamente “contro” la società capitalista e la sua università. Né possiamo affrontare il problema in termini corporativi o di mera rappresentanza studentesca, poiché «un’università libera dentro un mondo dominato dallo sfruttamento sarebbe come una sala lettura dentro un carcere». Sta a noi organizzarci collettivamente come studenti, lavoratori futuri ed attuali, per riappropriarci del diritto allo studio che ci viene negato e per conquistare un’università pubblica, gratuita e libera da logiche di profitto, e una società senza più guerra, repressione e sfruttamento.

*Collettivo Politico Scienze Politiche – Firenze

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