Le occupazioni, il senso del termine “comune” e quindi di bene comune. L’ospitalità e la munificenza

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Note in margine a un testo di Emile Benveniste.

«L’hostis latino ha un parallelo in un altro termine latino che è munus inteso come un dono che obbliga a uno scambio, dalla radice mei che è proprio “dare in cambio”. Se munus vuol significare un dono che obbliga a uno scambio, l’aggettivo derivato communis è propriamente chi ha in comune dei munia cioè dei doni da scambiarsi. Ora quando questo sistema di compensazione gioca all’interno di una stessa cerchia determina una “comunità”, un insieme di uomini uniti da questo legame di reciprocità.»[1]

Dono sarebbe sinonimo di “muno” (derivante dal latino ‘munis’, indicante ‘scopo’, ‘prestazione’, ed innestato in parole quali ‘comune’, ‘immune’, ‘comunicazione’, ‘municipio’, ‘remunerazione’), ma anche di dato. Come ci indica l’etimologia complessa, ma al tempo stesso univoca, il munus che la communitas condivide non è una proprietà o un’appartenenza. Non è un avere, ma, al contrario, un debito, un pegno, un dono-da-dare.

 Hostis sta inizialmente per straniero ed è subito imparentato con aequare, rendere uguali. Hostus è anche la “contropartita”, la resa in olio dopo la torchiatura. Hostorium è il bastone per rasare il moggio e renderlo della misura giusta, di eguagliare i moggi tra di loro. La Dea Hostilina (sant’Agostino) aveva il compito di eguagliare le spighe di grano in modo che ci fosse corrispondenza tra lavoro espletato e prodotto raccolto. Hostia è poi la vittima che serve a compensare l’ira degli dei. Soltanto in hostis è possibile cogliere un’accezione, una sfumatura, di ostilità; il senso primitivo dei derivati di hostis è qualcosa che rimanda a ‘compensare, eguagliare’.[2] E lo stesso hostis si riallaccia a questo senso in quanto (Festo citato da Benveniste): «gli hostes godevano dello stesso diritto dei Romani.»[3] Questa peculiarità non spettava a qualsiasi straniero, ad esempio non al peregrinus, ma a colui al quale si riconosceva una certa reciprocità, al quale era dunque concessa ospitalità. L’ospitalità si chiarirebbe (per Benveniste) facendo riferimento al potlatch di cui sarebbe una forma attenuata. Simile istituzione, in ambito greco, riguarda il termine xénos, cioè le relazioni tra individui legati da un patto che li obbliga vicendevolmente ed esteso anche ai discendenti. Così la xénia richiede scambio di doni tra coloro che intendono legarsi tramite il patto stesso.[4] Quando la società diventa nazione il rapporto tra membri interni ed esterni della stessa si fa più conflittuale con il conseguente slittamento semantico che fa diventare lo straniero ostile. Ecco che ‘ospite’ (e l’ospitalità) si esprimono con un nuovo termine: hospes.

«Così la storia di hostis riassume il cambiamento che si è prodotto nelle istituzioni romane. Allo stesso modo xènos, così ben caratterizzato come ‘ospite’ in Omero, è diventato più tardi semplicemente lo ‘straniero’. […] ma xènos non è passato al senso di ‘nemico’ come hostis in latino.»[5]

Parallelo ad hostis per meccanismi e parentele di senso, c’è tutta una serie di termini, quelli derivati dalla radice *mei-, che sta per ‘dare in cambio’, come il latino munus (carica ufficiale) da cui derivano alcuni aggettivi: munis, immunis, communis. Ma cosa c’entra il dare in cambio con la carica ufficiale? Benveniste (tramite un’attestazione di Festo) ci spiega la connessione: la carica in oggetto è quella di magistrato, carica che prevede vantaggi ed onore, ma che “in cambio” obbliga il magistrato a spese di compensazione per l’allestimento di spettacoli. Questo spiega anche l’accostamento tra gratus e munis e, conseguentemente, il senso di ‘ingrato’ per immunis. «Di conseguenza communis non significa ‘chi condivide le cariche’, ma propriamente ‘chi ha in comune dei munia’». La comunità è quindi quell’insieme di persone che hanno legami di reciprocità. La radice *mei– e quindi ‘muni’(italiano)-‘ munus’ (latino) sarebbero le connotazioni di dono inserito in un contesto sociale, che prevede quindi una relazione, un contro-dono, mentre i termini derivati dalla radice do, donum latino e doron greco che fanno riferimento all’ancora più antica radice *do- che, pur nella sua estrema complessità, sta mediamente a designare il dono come dono assoluto, quindi anche al di fuori dalle relazioni implicate ed implicanti che appartengono al regno del munus, del comune. Quello che comunque ci piace sottolineare che il “comune” ha il senso della relazione e del dono, e sta a monte di tutti quei meccanismi che iscrivono il dono stesso in un sistema simbolico in cui la reciprocità dà il significato ad ogni movimento, scambio o dispendio che sia. La comunità non ha averi, più probabilmente ha pegni da condividere tra i suoi membri.

Dalla stessa radice *mei– deriva l’indoiranico dio Mitra formato appunto da detta radice e dal suffisso –tra- che è spesso neutro: in vedico infatti mitra è maschile quando designa il dio, neutro quando significa ‘amicizia, contratto’, «Mitra sarebbe una forza sociale divinizzata, come il contratto personificato.»[6] Come il sentimento dell’amicizia si esplichi all’interno del contratto sociale, può essere compreso riferendolo al contesto storico di sua appartenenza. Benveniste propone ad esempio l’incontro, il riconoscersi di Glauco e Diomede che si conclude con uno scambio di non pari entità, Il loro riconoscersi è qui un appartenere alla categoria dell’ospite uno dell’altro, l’essere uno lo xeinos dell’altro e viceversa; stato che viene ribadito con uno scambio che si rivela impari, volutamente impari a mascherare o rivelare la componente donativa ad esso intrinseca

Oltre a Mitra, un altro nome di un dio fa riferimento al campo del senso del donare e dell’ospite, si tratta di Aryaman che sta originalmente per ‘amico intimo’ e che è il dio preposto all’ospitalità ed al matrimonio.

«Aryaman [ha] come funzione di ammettere degli individui, con il matrimonio come intermediario, nel seno di una comunità esogamica detta ariana: è una specie di ospitalità interna, di alleanza tribale. Aryaman interviene quando una donna presa fuori dal clan è introdotta per la prima volta come sposa nel seno della nuova famiglia.»[7]

Ci sembra dunque che il termine “comune” abbia a che fare con la relazione e con quei valori di accoglienza e di parità che rendono possibile la relazione stessa. L’occupazione è un’operazione che impedisce la sottrazione d’uso ed in particolare la possibilità che l’uso sia di fatto comune, luogo d’incontro e di relazione che riesce ad accogliere anche l’altro da sé. La distinzione, non così ovvia come sembrerebbe, è tra mantenere la semplice possibilità d’uso, in rapporto a poterne invece beneficiare. Quello che così si determina è chi abbia accesso all’uso e il modo più o meno condiviso di accedervi. Le occupazioni, se si limitassero all’atto della ri-appropriazione non avrebbero senso. Soltanto l’uso (comune) e non la proprietà del bene le distingue e le connette alla comunità (sia esso la moltitudine, la classe, il soggetto politico) facendole diventare di fatto (nella prassi) cose comuni: in-proprie, profanate, aperte al ri-uso.

[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Hostis_e_munus

[2] E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Einaudi, Torino 1976, pag. 68-69.

[3] Ivi., pag. 69.

[4] Per le attestazioni e la documentazione storica vedi: Ivi., pag. 70

[5] Ivi. , pag. 71.

[6] Ivi. pag. 72 con citazione da Meillet, Journal Asiatique, 1907.

[7] Emile Benveniste, Il vocabolario …, op. cit. pag. 74.

*Gilberto Pierazzuoli

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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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