Dal villaggio a Megalopoli. Per una critica del gigantismo/1

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L’ambiente della vita umana e non umana, oggetto privilegiato delle attenzioni dell’urbanistica, è al centro delle preoccupazioni ecologiste. Tra anni ’70 e ’80, il pensiero ecologista individua i principi teorici che avrebbero potuto informare la gestione delle città e dei territori e li mette in pratica in rivoli di esperienze microterritoriali, germi di mondi possibili.

Il presente ragionamento, imperniato sulla «mutazione genetica» delle discipline preposte alla gestione del territorio, parte dalla multiforme proposta ecologista e, narrandone il tradimento attuato (a parte qualche notevole eccezione) dagli urbanisti, approda all’odierna ideologia improntata al gigantismo insediativo.

Un’ideologia imperante che incorona Megalopoli quale unica possibile forma di vita aggregata. Aggiornata politicamente nella «città-Stato», neoecosistema artificiale che accentra il potere economico-politico di macroregioni desertificate, Megalopoli porta il pianeta sul baratro dell’ecocidio.

 

L’ambiente di vita. Cura, relazioni, produzione/riproduzione

I principi ecologisti innanzi richiamati possono essere riassunti in alcune parole prese a prestito dal lessico femminista: cura, relazioni, riproduzione.

Secondo la visione ecologista, l’accudimento dell’habitat garantisce l’equilibrio stabile tra azioni antropiche e vita extraumana in spazi microregionali (o bioregionali). A sua volta l’equilibrio è garanzia di tramando del bene territorio/città, integro e migliorato, alle generazioni future. La costruzione di fertili relazioni tra individuo, società (umana e non umana), e ambiente a loro comune avvia ad un rapporto virtuoso tra riproduzione del vivente e produzione delle materie necessarie alla vita.

Nell’ottica ecologista, che contrappone il paradigma generativo-riproduttivo al dogma della produttività e della crescita infinita, la revisione della logica proprietaria è imprescindibile. La critica all’assetto proprietario trova una risposta nell’arcaico sistema dei beni collettivi gestiti con usi civici, dove proprietà e uso risultano intimamente legati. E dove la virtù incrementale del bene è connaturata alle qualità di inusucapibilità, indivisibilità e inalienabilità del bene comune.

Come da più parti è stato riconosciuto, il merito del pensiero ecologista è di avere superato l’antinomia cultura-natura: la consapevolezza che l’essere umano è parte della natura, e che – scrive Vandana Shiva – non esiste separazione tra mente e corpo.

La critica del progresso, fondamento dell’ecologismo, prende avvio da matrici teoriche di varia natura. I maestri sono “scomodi”: Ivan Illich, Jacques Ellul, Lewis Mumford, Gandhi, Gregory Bateson; è ascrivibile ad André Gorz il tentativo di sintesi tra la posizione marxista e quella ecologista.

Le istanze critiche ecologiste prendono le mosse dalla riformulazione, antagonista e antitetica, del paradigma riduzionista e meccanicista per il quale, se il mondo è fatto di parti che funzionano come macchine, tutto il mondo sarebbe come una macchina. Un posizionamento critico che si distacca radicalmente dal pensiero estrattivo e lineare che separa natura e cultura (tema oggi al centro dell’ecologia politica), ma che, mettendo in crisi le attuali modalità di gestione e trasformazione dell’esistente, è capace di riformulare pratiche della vita e dell’abitare.

Il nuovo paradigma ecologista produce perciò, inevitabilmente, un ripensamento del modello abitativo urbano. Energivora, desocializzante, Megalopoli è, per gli ecologisti, un “parassita ecologico”, un «fattore ecologicamente patogeno che sparge dappertutto i suoi rifiuti», come scrive il bioregionalista Kirk Sale[1]. D’altra parte, la riformulazione industrialista dell’abitare coinvolge inesorabilmente, lo denuncia Gorz, la «cultura del quotidiano»[2].

 

Microterritorialità e alternative di esistenza 

Negli anni ’70 -‘80 si assiste a un pullulare di esperienze che mettono in atto l’esercizio del “diritto alla campagna”. Questo, al pari del diritto alla città, è un diritto «che – sosteneva Henri Lefebvre – non si mendica, e non si rivendica»[3], e che deve imporsi grazie a un rapporto di forze: nel conflitto sono contrapposti, da una parte il Capitale e le truppe dei suoi servitori volontari – schierate come un sol uomo –, dall’altra una coalizione multiforme e ricca di contraddizioni.

Le collettività sperimentano alternative di esistenza, esperienze microterritoriali che rappresentano tutt’oggi validi spiragli di utopia[4]. Si tratta di pratiche di controffensiva allo sfruttamento sfrenato delle risorse naturali, alla crescita quantitativa, all’iperproduzione.

In particolare, per quanto riguarda il presente ragionamento, le resistenze controprogettuali si oppongono all’ipertrofia edilizia e all’agroindustria, agli «spazi di morte»[5]: spazi privi di vitalità, e dunque senza futuro, inseriti nella concatenazione consumo-spreco-rifiuto-distruzione delle risorse territoriali.

Le città dunque, secondo gli ecologisti, devono essere costrette in riserve[6]. Solo in tal modo la città torna ad essere città e la novellata campagna ridiventa un insieme significante. Nelle campagne, dove si mette in pratica la riappropriazione sociale degli spazi abbandonati, queste ecologie di esistenza, questi «movimenti che inventano pratiche del fare comune dentro a una politica del quotidiano»[7], hanno tuttavia relazioni fertili, comunicanti e coalizzate con i cittadini. L’obiettivo è sovvertire e annullare il rapporto di predominio capitalistico e culturale della città sul suo territorio rurale, e anzi produrre, agendo sulle relazioni sociali urbane ed extraurbane, un’alleanza città-campagna.

Ogni esperienza di ruralità socialmente riconquistata produce un microhabitat, un microambiente di vita. Ambienti diversi gli uni dagli altri e dalla loro matrice. Lo spazio rurale riappropriato, diviene luogo di vita differenziato, sottratto a quell’«omologia di tutti gli spazi» che Lefebvre denunciava essere la più efficace delle ideologie riduttrici. Rendere riproducibili gli spazi, paritetici gli ambienti dell’abitare e interscambiabili i territori è uno strumento «utile alla riproduzione dei rapporti sociali esistenti»[8].

 

Gli archetipi: il villaggio, la bioregione, il municipalismo libertario

Gli archetipi insediativi cui gli ecologisti fanno riferimento si possono riassumere nel “villaggio”: autonomo, ma federato con la moltitudine dei villaggi all’interno di territori bioregionali segnati da policentrismo urbano.

L’autonomia di villaggio è stata teorizzata e parzialmente messa in pratica negli ashram da Gandhi, il quale, nell’India gravata dal giogo inglese, la caricava di significato politico anticolonialista. Il modello del villaggio autonomo ma interdipendente con la rete degli altri villaggi, è fondato sull’autogoverno e sull’autorganizzazione (swaraj); sull’autonomia, o arte di darsi le proprie regole secondo la sapienza popolare (swadeshi); sull’uso previdente delle risorse, o autosostenibilità, da perseguirsi nell’ambito della nonviolenza (sathyagrah) [9]. Nell’arco del ventesimo secolo il concetto sarà poi declinato dagli urbanisti “organici” nell’unità di vicinato (neighborhood units) o nelle Comunità, che Adriano Olivetti immaginava dense di valore politico. Nelle città, tra anni ’60 e ’70, il modello policentrico e micropolitico è stato recepito e trasposto, dal punto di vista amministrativo, nei consigli di quartiere.

La bioregione – o regione di vita – è interpretata, già a partire dagli studi di Patrick Geddes, come la scala ideale per l’autodeterminazione delle popolazioni insediate, per l’esercizio di forme di autogoverno. Secondo il poeta bioregionalista Gary Snyder, vivere nella bioregione significa abitare la terra con la sapienza dei «nativi». Significa cioè acquisire consapevolezza dei limiti delle risorse vitali, assumersi responsabilità dirette nella loro gestione, affrontare la questione dell’autonomia energetica ed agroalimentare. Significa, infine, produrre direttamente il proprio ambiente di vita e rimettere al centro delle politiche territoriali il buen vivir, sia degli umani sia dei non umani, sia di chi già è, sia di chi sarà[10].

Dal punto di vista squisitamente politico, gli ecologisti hanno guardato con interesse al municipalismo libertario. L’ecologia sociale si è concentrata su modelli di democrazia diretta, solidale e capace di annodare reti federative, ispirati alle teorie politiche di Murray Bookchin ma che affondano le radici nel pensiero di Proudhon, Kropotkin, Bakunin.

Bookchin progetta «una società alla scala umana, decentralizzata, composta di comunità politicamente autonome e raggruppate in federazioni». La formula del municipalismo libertario è strettamente connessa all’autogoverno, basato sulla proprietà collettiva delle terre e dei mezzi di produzione. «Questo principio di decentralizzazione – prosegue – mira a realizzare una gestione locale a scala umana degli affari pubblici, tramite l’instaurazione della proprietà comunale dei mezzi di produzione. Si tratta di sviluppare uno spazio nel quale ciascuno, facendone intimamente parte, possa decidere con gli altri, trovare il suo posto ed esprimere appieno le sue potenzialità e i suoi desideri»[11].

 

La svolta neocapitalista

Sappiamo invece come è andata[12]. Negli anni in cui gli ecologisti mettevano a fuoco le loro ipotesi, il modello insediativo della «banlieue totale» – come lo definì Charbonneau[13] – si è propagato nel segno dello spreco di territorio; la logica del consumo ha stravolto i modi di pensare e di vivere. Lo stesso Ivan Illich, a fine millennio, si meravigliò di come la realtà si fosse velocemente adeguata alle sue peggiori profezie, e di come il mondo si stesse allineando alla «peggiore previsione di subordinazione dell’umanità a una follia di istituzioni totalizzanti e disumanizzanti»[14].

Negli ultimi tre decenni si è consolidato il modello centro-periferico che investe il pianeta intero, ignorando la valenza ecologica e democratica del policentrismo bioregionalista, di cui sopra abbiamo trattato. L’aspirazione al gigantismo, l’accelerazione verso la dimensione globale, accentua l’insostenibile dualismo tra la megacity e i territori svuotati di senso, depredati, desertificati. La società «dell’hyper e del mega»[15] ha imposto (ideologicamente) una sua specifica, totalitaria, inedita forma insediativa: Megalopoli, agglomerati da decine di milioni di abitanti, che già oggi coprono il 3% della superficie mondiale.

 

Il tradimento

Cominciamo il racconto della parabola metropolitana, dal tempo dei laudatores urbis disiectae (Consonni), dei cantori della “città diffusa”, dello sprawl (lemma inglese che significa: distendimento, stravaccamento). Nell’immaginario disciplinare peninsulare, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, l’ipertrofia urbana si configura come destino inevitabile del territorio italiano. È il tempo in cui l’insofferenza per le regole diviene propaganda politica. Lo slogan è “via lacci e lacciuoli”.

Così, le politiche urbane si rendono facilitatrici dell’edilizia finanziarizzata, ancelle della valorizzazione della rendita. Si assiste all’affermazione incontrastata del privatismo in urbanistica. Nelle pratiche amministrative si delinea la contrattazione pubblico-privato: il «lucido disegno derogatorio»[16] prevede la negoziazione dei metri cubi – da edificare in deroga, al di fuori di qualsiasi regola di piano – tra l’ente locale e i privati, strutturalmente più potenti dei Comuni con cui si trovano al tavolo. È il “pianificar facendo”: vuoto pianificatorio, inefficacia della regola e del piano, assenza di progetto fisico e sociale per la città.

A cavallo del millennio, in piena bolla edilizia, le imprese edili costruiscono per poter continuare a costruire: l’edificato, anche se vuoto e invendibile, è il capitale fisso col quale si garantiscono nuovi prestiti bancari. L’edilizia si finanziarizza. L’effetto annuncio prevale sulla programmazione territoriale. La compravendita dei debiti, cioè dei mutui per acquistare casa, e il crollo derivato dalla crisi dei subprime, fa sì che milioni di famiglie stiano ancora pagando sovrapprezzo la casa di proprietà. Nel frattempo la città cresce e il tasso annuo di consumo di suolo sale alle stelle.

Le città del trentennio neoliberista[17], già segnate da dismissioni e delocalizzazioni industriali, procedono nella spoliazione del patrimonio edilizio pubblico: la vendita compulsiva degli edifici di uso collettivo è caldamente raccomandata dalla Deutsche Bank[18] agli enti pubblici italiani, in particolare ai Comuni. Che eseguono vestendosi da agenti immobiliari.

In questa temperie, l’urgenza ecologica viene annientata. O, peggio, distorta e sfigurata. L’ecologia è sussunta nelle politiche territoriali in una versione ridotta e macchinica, interna al capitalismo classico e alla sua moderna versione finanziarizzata[19]. Il riferimento alle ipotesi ecologiste si traduce perciò in forma di «rimedi, aggiustamenti e disinquinamenti sempre più sofisticati e artificiali [che] tenta[no] di correggere condizioni di vita sempre più ingiuste, degradate, violente e povere di senso»[20]. Ma c’è di più. Il vincolo ambientale non viene percepito come limite allo sviluppo, bensì come nuova opportunità di mercato e di crescita dei profitti[21]; la green economy diviene fondamento di un nuovo ciclo di accumulazione, e di nuovi immaginari e retoriche.

L’ideologia del gigantismo metropolitano – tinto di verde – si configura perciò come logica strumentale alla perpetuazione del paradigma ipertrofico e della narrazione sviluppista. La crescita esponenziale della megacittà – nuovi edifici sempre più alti, nuove infrastrutture sempre più veloci, nuove forme di governance sempre più privatizzate – è assicurata dall’inarrestabile flusso delle popolazioni in smisurati ammassi, dai connotati non più “urbani”. E persino la soluzione al problema ecologico è legata alla potenza creativa, proporzionale – a sua volta – alla potenza tecnica della metropoli. Al fine di assicurarsi un buon posto nella competizione globale, la megacittà concentra ricchezze e potere, polarizza megafunzioni, infrastrutture e servizi (privatizzati).

È un immaginario di “aumento di potenza”, disumano e violento, che, come vedremo nel prosieguo del nostro ragionamento, il pianeta non può sostenere.

Continua…

*Ilaria Agostini

Note al testo

[1] Kirkpatrick Sale, Le regioni della Natura. La proposta bioregionalista, elèuthera, Milano, 1991, p. 80 (ed. orig. Dwellers in the Land. The Bioregional Vision, Sierra Club Books, San Francisco, 1985).

[2] Cfr. André Gorz, Ecologica, Jaca Book, Milano, 2009.

[3] Cfr. Henri Lefebvre, Le droit à la ville, Anthropos, Paris, 1968.

[4] Rimando ai miei: Il diritto alla campagna. Rinascita rurale e rifondazione urbana, Ediesse, Roma, 2015; e Spiragli di utopia: Lefebvre e lo spazio rurale. Commento a “Spazio e politica. Il diritto alla città II”, “Casa della Cultura”, 1 febbraio 2019, <https://www.perunaltracitta.org/2019/02/04/henri-lefebvre-e-la-riappropriazione-dello-spazio-rurale/>.

[5] Henri Lefebvre, Spazio e politica. Il diritto alla città II, a cura di Francesco Biagi, Ombre Corte, Padova, 2018, p. 118.

[6] L’espressione (1986) è di Massimo Angelini (ora in Minima ruralia. Semi, agricoltura contadina e ritorno alla terra, pentàgora, Savona, 2013).

[7] Andrea Ghelfi, Ecologie del comune, “Effimera. Critica e sovversione del presente”, 25 maggio 2017, <http://effimera.org/ecologie-del-comune-andrea-ghelfi/>.

[8] Lefebvre, Spazio e politica cit., p. 30.

[9] Cfr. Gandhi, Villaggio e autonomia. La nonviolenza come potere del popolo, Lef, Firenze, 1982

[10] Cfr. Gary Snyder, Nel mondo selvaggio, red, Como, 1990 (ed. orig. The Practice of the Wild, North Point Press, Berkeley, 1990). È importante segnalare l’attualizzazione, concettuale e metodologica, operata dalla scuola territorialista verso la “bioregione policentrica urbana”: cfr. Alberto Magnaghi, La biorégion urbaine. Petit traité sur le territoire bien commun, Eterotopia France, Paris, 2014.

[11] La citazione di Murray Bookchin è in Guillaume Faburel, Les métropoles barbares. Démondialiser la ville, désurbaniser la terre, Le passager clandestin, Paris, 2018. Si ricorda l’importante tentativo di costruzione di una federazione municipalista; cfr.: Osvaldo Pieroni, Alberto Ziparo, Rete del nuovo municipio. Federalismo solidale e autogoverno meridiano, Carta/Intra Moenia, Roma-Napoli, 2007.

[12] Il soggetto è ampiamente trattato nel libro che ho scritto assieme a Enzo Scandurra: Miserie e splendori dell’urbanistica, DeriveApprodi, Roma, 2018, 

[13] Bernard Charbonneau, Vers la banlieue totale par le pouvoir total, in Maurice Badet, Id., La fin du paysage, Anthropos, Paris, 1972 (oggi riedito col titolo: Vers la banlieue totale, Eterotopia, Paris, 2018, pp. 53-64).

[14] La considerazione è riportata in Franco La Cecla, Ivan Illich e la sua eredità, Medusa, Milano, 2013, p. 53.

[15] Cfr. Enzo Lesourt, Survivre à l’Anthropocène, PUF, Paris, 2018.

[16] L’espressione è di Paolo Berdini. Tra i suoi numerosi approfondimenti, si veda il volume: Le città fallite. I grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano, Donzelli, Roma, 2014.

[17] Un ritratto impietoso, e corale, delle mutazioni delle città italiane è nel libro che ho curato con Piero Bevilacqua: Viaggio in Italia. Le città nel trentennio neoliberista, manifestolibri, Roma, 2016.

[18] Si fa riferimento al rapporto Guadagni, concorrenza e crescita, presentato da Deutsche Bank nel dicembre 2011 alla Commissione Europea.

[19] Cfr. Ottavio Marzocca (a cura di), Governare l’ambiente? La crisi ecologica tra poteri, saperi e conflitti, Mimesis, Milano-Udine, 2010.

[20] Alexander Langer, Vie di pace / Frieden schließen, Arcobaleno, Trento, 1992, p. 438.

[21] Questo approccio è sviluppato in Emanuele Leonardi, Lavoro, natura, valore. André Gorz tra marxismo e decrescita, Orthotes, Napoli-Salerno, 2017. L’introduzione al volume è consultabile su <http://effimera.org/introduzione-lavoro-natura-valore-emanuele-leonardi/>.

 

L’articolo – il primo di un trittico – è la trascrizione del contributo all’incontro Per una critica dell’urbanistica, organizzato dal Gruppo Quinto Alto presso il Gabinetto Vieusseux, Firenze 4 febbraio 2019. All’incontro hanno preso parte, oltre all’autrice del testo, Enzo Scandurra e Ubaldo Fadini.

Potete trovare su La Città invisibile la seconda e la terza parte della nostra critica del gigantismo. 

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Ilaria Agostini

Ilaria Agostini, urbanista, insegna all'Università di Bologna. Fa parte del Gruppo urbanistica perUnaltracittà. Ha curato i libri collettivi Urbanistica resistente nella Firenze neoliberista: perUnaltracittà 2004-2014 e Firenze fabbrica del turismo.

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