L’uso politico e strumentale della sofferenza dei profughi ucraini

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Partendo dal terreno concretissimo dell’impegno con i migranti [Gian Andrea Franchi è attivo, insieme a Lorena Fornasir, nell’accoglienza dei profughi della Rotta Balcanica a Trieste, ndr], cerco di sviluppare una breve riflessione sulla ricaduta nella vita reale della crisi prodotta dall’invasione russa dell’Ucraina (la cui origine prima, tuttavia, secondo chi scrive, è dovuta alla politica Usa-Nato di accerchiamento militare della Russia, funzionale anche a mantenere l’Unione Europea dipendente dagli interessi imperiali statunitensi).

Per capire le dinamiche di potere e di liberazione della nostra epoca – fortissime le prime, deboli ma reali e diffuse le seconde -, l’esperienza di solidarietà politica con i migranti è fondamentale. Il fenomeno delle migrazioni è da sempre una spia delle dinamiche storiche profonde che il potere cerca di occultare grazie soprattutto alla sua intrinseca capacità di annidarsi nel cuore dei soggetti.

La prima cosa evidentissima (in maniera anche grottesca, soprattutto in alcune aree politiche) è la retorica dell’accoglienza degli ucraini nel confronto con la violenta politica di respingimento massiccio nei confronti degli altri migranti, mediorientali e africani. Gli ucraini – anzi: soprattutto le ucraine, ieri e oggi! – hanno conosciuto la migrazione già dai tempi dell’implosione dell’Unione sovietica: una migrazione silenziosa e utile per un paese già allora di anziani.

Oggi l’UE sta attuando per i profughi ucraini la finora mai attuata Direttiva 55 del 2001 sulla protezione temporanea, che evita le lungaggini procedurali. Il governo Draghi ha decretato Disposizioni urgenti per la crisi ucraina, riconoscendo ai soli ucraini la possibilità di accedere all’accoglienza senza aver fatto richiesta d’asilo. È evidente l’uso strumentale della sofferenza di queste persone, cinque volte vittime: delle politiche USA-NATO, dei governi europei eterodiretti, dei loro governi precari e corrotti, della Russia e ora dell’uso politico in funzione antirussa.

È facile supporre che, fra non molto, questa fiammata retorica si spegnerà, lasciando scorgere, a chi avrà occhi per vedere, le piaghe di altri corpi migranti. Avrà, inoltre, una prevedibile ricaduta negativa anche sui migranti dai Balcani (nella foto) e dall’Africa per l’impegno di personale e strutture. L’uso delle sofferenze di intere popolazioni come arma di contrattazione politico-economica è antico quanto la guerra. Per limitarci a un esempio opportuno, lo sta facendo la Turchia con i migranti della rotta balcanica.

Il sistema mediatico ci va a nozze, nel suo irreversibile procedere verso la trasformazione in spettacolo di tutto quel che tocca, sotto la cui copertura proseguono le tensioni, le contrattazioni e gli affronti fra i diversi centri di potere, figli tutti di un’unica madre, la logica del profitto: le aziende di armamenti hanno visto i loro profitti impennarsi. Il terreno dell’intervento ‘reale’, invece, fatto di incontri di corpi, permette un contatto con la realtà, i corpi viventi appunto, con il loro dolore e la loro disperata speranza. E quindi di capire. E quindi di giudicare e di agire.

Qui sta la funzione epistemologica dell’impegno politico con i migranti: svela la realtà dei corpi viventi e la loro resistenza alla gigantesca macchina di morte chiamata Economia, che, sotto la finzione del dar vita, sta divorando la terra.

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Gian Andrea Franchi

Gian Andrea Franchi, filosofo, ha fondato con la moglie Lorena Fornasir l'associazione Linea d'Ombra per accogliere e curare a Trieste i migranti della Rotta balcanica

1 commento su “L’uso politico e strumentale della sofferenza dei profughi ucraini”

  1. Come sempre gli italiani, fiorentini dimenticano… andate ad ascoltare chi nel 66 ha vissuto l’esondazione dell’Arno. Ebbene, i vecchi ucraini in aiuto inviarono tonnellate di grano…

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