Incontro Mennah Mohammed, una ragazza di 18 anni, una calda domenica di luglio. Ci sentiamo online alle tre e mezza di pomeriggio. Sono emozionata. Dal trucco leggero sul suo giovane volto e dalla kefiah sistemata sulle spalle, capisco che anche lei mi stava aspettando. Ed eccoci qua. Due generazioni diverse, cresciute sulle sponde opposte del Mediterraneo. Ho paura che qualsiasi domanda possa essere banale rivolta ad una persona che è sopravvissuta ad un genocidio ancora in corso. Ma Mennah si era preparata per questa intervista e mi ha tolto dall’imbarazzo delle domande scontate.
“Ero una ragazza normale di 17 anni. Volevo finire le scuole superiori con il massimo dei voti e scegliere il percorso universitario che avevo sognato per tutta la vita. Ero contenta ed entusiasta”, comincia.
Cosa succede dopo il 7 ottobre?
“Il 7 ottobre mi sono svegliata con il suono della guerra. La paura ha preso il posto della sicurezza e dell’entusiasmo. E’ cominciato un incubo. Nonostante tutto, mio papà si assicurava che stessimo sempre bene”. La casa di Mennah era a Nord, dove sono cominciati i bombardamenti di Israele. Le possibilità che un missile colpisse la loro casa erano concrete. Non avendo trovato altro rifugio, sono scappati nell’associazione in cui
lavorava il padre che, prima della guerra, si occupava də bambinə con la sindrome di down.
“Dicevano che il Sud era più sicuro. Così mia zia, la sorella di mia mamma, ci ha detto di andare da lei con i suoi tre figli, mentre il marito era morto nel 2008”. Il viaggio che Mena e la sua famiglia hanno dovuto affrontare per spostarsi al Sud ricorda la discesa agli inferi.
Sono passati attraverso molti checkpoint: l’unica soluzione era prendere la macchina perché la nonna non poteva camminare. “Siamo stati fermati dai carri armati dell’esercito israeliano: ci hanno circondato 70 soldati. Urlavano e puntavano le armi contro di noi, dicendo a mio padre di restare lì, mentre noi avremmo dovuto proseguire. Mio padre ha risposto che i figli, da soli, non avrebbero saputo dove andare. Ma, i soldati gli hanno detto: <Non passerai se la bambina non cammina sulle sue gambe>. I miei piedi si sono bloccati”, dice Mennah . A questo punto il suo racconto e il fiume di parole si interrompono così come quel giorno si sono fermate le sue gambe. Il mediatore si commuove con lei. E capisco che siamo solo al
primo girone dell’inferno. “Non conoscevo la strada e non sapevo come vivere in mezzo a quei cadaveri. Teste mozzate, mani sparse a terra. Era come se l’apocalisse si stesse verificando davanti ai miei occhi”. Recitano la Shahādah, la formula presente in tutte le preghiere quotidiane e ripetuta in tutti i momenti sacri della vita, da quello della nascita alla morte. Perché erano certi di morire. “Non so com’è che siamo vivi. Dio ha scritto una nuova vita per noi”. Troppo a lungo abbiamo dato per universale la comoda vita dei sobborghi europei o americani, da non riuscire più a comprendere le vite e i pericoli delle società nel resto del mondo.
Il 13 novembre 2023 arrivano a Sud sperando in una tregua e di trovare la pace. Ma il 15 novembre anche lì sono cominciati i bombardamenti. “Ho respirato il fosforo dei missili e mi sono svegliata con tanto sangue dappertutto”, racconta. In quell’attacco sono morte la zia e la nonna. Lei si è ferita al braccio e alla pancia. La sorella di 16 anni ha riportato 34 punti sul cranio e una bruciatura di 3° al piede. Il fratello di 11 anni stava disegnando sul balcone che, a seguito dell’esplosione, è crollato: cadendo, si è rotto il braccio e ha riportato molte ferite alla testa. Non c’è più differenza tra rischio e pericolo a Gaza: “la nostra vita era sotto le tende e le bombe allo stesso tempo”, ci spiega. Per gli intensi bombardamenti a Sud, sono morti poi anche il nonno e i fratelli di sua mamma. E tantə altrə. Un’intera famiglia sotto le macerie. Come si fa a piangere tutti questi morti? Poi ci sono i dispersi come Ahmad Hassan Sebakhi, lo zio scomparso otto anni prima. “Non sappiamo se sia prigioniero o morto. Vorrei
che la sua voce si unisca alla mia, nella speranza che il mondo possa ascoltare e che finalmente possiamo conoscere la verità o almeno ricevere una notizia. Perché dietro ogni ferita di Gaza c’è una persona che attende verità e giustizia”, dice con la certezza dei suoi 18 anni.
Lei e gli altrə sopravvissutə, sono stati iscritti nella lista dei feriti per curarsi in Egitto. I primi a partire sono stati sua mamma, il fratellino e la sorella maggiore di 16 anni. Mennah è rimasta a Gaza con le sorelline di 4 e 12 anni, insieme al papà. “Nelle tende c’era solo la fame mista
alla paura. Così abbiamo deciso di scappare”, ci dice. Entrare in Egitto è costato 5 mila dollari a testa per lei e il padre, 2 mila per le bambine: è questo il prezzo delle vite di Gaza. I “buchi strutturali” dell’economia neoliberale permettono agli individui di spostarsi, pagando caro il tentativo di attraversare la frontiera senza essere controllati (Burt, 2005; Koser 2008).
Ma in un mercato dove si vendono porte e passaggi per l’Europa, le forme di controllo e di potere non sono in mano a chi si sposta, sottoposto a continue forme di opportunismo e sfruttamento a livello globale.
“Sono arrivata in Egitto senza speranza: la mia famiglia era divisa in ospedali diversi”, dice. “Lì mi sono chiesta se avesse ancora senso continuare a studiare. Ma mi sono detta: devo vincere le mie paure. Così, ho deciso di combattere con la penna”, continua. Sono parole dolci che sanno di rivincita. “Mio padre mi ha sempre incoraggiata. Era la mia candela nel buio”, nonostante in Egitto vivessero separati. ”Quando tornavo da scuola, piangevo senza farmi vedere. Pensavo a mia zia, alla nonna e alla nostra casa che è una nostalgia” – racconta – “ma non ho smesso di studiare. Ogni giorno mi dicevo: se siamo riusciti a scappare dobbiamo vivere con onore e dobbiamo raggiungere i nostri obiettivi”. Mennah finisce il liceo in Egitto e si diploma con 93.3.
Dopo qualche giorno arriva la notizia della morte di suo zio, il giornalista Ali Nayef Hassan Ta’ima, ucciso mentre lavorava. “Ha lasciato quattro figlie e un figlio di due anni che ogni giorno chiede di lui. Cosa può dirgli sua madre? Era la voce della verità a Gaza”, dice Mennah. I giornalisti palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023 sono 232, in media 13 lavoratori dei media uccisi ogni mese. La vita e la morte si alternano ad un’altra velocità a Gaza e, spesso, si sovrappongono. “Questa non vuole essere solo una storia ma la testimonianza di una vita intera piena di dolore, di perdite, ma anche di determinazione e speranza. Io non sono un numero, non sono solo una che è scappata da una guerra, io sono la voce di ogni figlia che ha perso una mamma, di ogni mamma che ha pianto un figlio e di ogni studente che ha combattuto per studiare. Io sono di Gaza, sono la vita che non è morta nonostante tutto”, conclude.
A settembre 2024 è arrivata in Italia con il padre e le sorelline attraverso i corridoi sanitari: adesso, è l’inizio di un nuovo capitolo. Di seguito pubblichiamo integralmente una poesia di Mena per tuttə noi.
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….. Menna, sei un tesoro di coraggio e di tenerezza…..