Dovevano essere le Olimpiadi Invernali e Paralimpiadi 2026 nel segno della sostenibilità ambientale, economica e sociale, in ossequio alle innovative prescrizioni del Comitato Olimpico Internazionale. I principali sostenitori della candidatura italiana all’evento sportivo planetario, vale a dire i presidenti delle Regioni Lombardia e Veneto e delle province autonome Trento e Bolzano, le presentarono nel 2018 come le prime Olimpiadi minimaliste, “ risparmiose e sostenibili”, senza carichi finanziari per lo Stato e rispettose dell’ambiente grazie all’opportunità di utilizzare sedi e impianti sportivi, nonché collegamenti e infrastrutture di trasporto, già esistenti.
Il rifacimento e l’ammodernamento delle strutture sportive a costi contenuti erano le linee guida indicate nel dossier di candidatura, che però in fase attuativa sono state totalmente disattese, non garantendo alcuna sostenibilità, né finanziaria né ambientale, come documentato rigorosamente dal fondamentale libro di Giuseppe Pietrobelli Una montagna di soldi. Sprechi, incompiute e affari: lo scandalo delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 con la preziosa prefazione di Gianni Barbacetto che mette a fuoco le infiltrazioni mafiose e le correlazioni fra le pratiche immobiliari e speculative del “Sistema Milano”, con il grande affare delle Olimpiadi.

Un’inchiesta quella di Pietrobelli che ripercorre tutta la lunga fase preparatoria dei Giochi, a partire dal fatto che anche queste Olimpiadi sono state una nuova occasione, ricorrente nella politica italiana, per concentrare denaro pubblico, avviare lavori e grandi opere. Ci sono voluti quattro anni per predisporre l’intelaiatura normativa ed erogare finanziamenti sempre più ingenti al servizio delle richieste dei territori, frutto degli appetiti infrastrutturali delle amministrazioni locali scatenati dal fiume di denaro messo disposizione dallo Stato, e delle esigenze di grandezza nazionale e del dinamismo di un presunto Nuovo Spirito Italiano di stampo grottescamente mussoliniano e futurista, propugnati dal governo Meloni, che ha fatto prontamente dell’evento una propria vetrina propagandistica.
Così accanto alle costosissime costruzioni ex novo degli impianti sportivi e delle strutture di supporto, in luogo del semplice restyling assicurato a suo tempo, è cresciuta a dismisura la domanda di opere viarie e di collegamento, a smentire l’altra colossale bufala presente nel dossier di candidatura, quella relativa all’assenza di nuove infrastrutture di trasporto. Di qui un elenco sterminato di opere pubbliche, strade, tangenziali, svincoli, ponti, gallerie, ferrovie, parcheggi, piste ciclabili, tutte considerate funzionali alle Olimpiadi anche se avulse dal contesto olimpico, lontanissime dalle sedi di gara e addirittura cantierabili ben oltre il periodo dei Giochi.
Il corollario negativo e prevedibile di questa babele spropositata di interventi si è puntualmente verificato: aumenti esorbitanti dei costi, cronoprogrammi saltati, ritardi, deroghe, sprechi. A forza di ripianare bilanci in deficit, di coprire gli esorbitanti extra costi degli interventi privati prevalenti a Milano, l’altro polo olimpico, l’ammontare complessivo dell’impegno finanziario raggiunge la mostruosa cifra di sette miliardi, di cui una buona parte a carico del governo e degli enti locali, in ogni caso sempre a spese dei poveri contribuenti.
Per gestire la dispendiosa ed elefantiaca macchina delle Olimpiadi è stata istituita la Fondazione Milano Cortina (MICO) come ente organizzatore dei Giochi e la Infrastrutture Milano Cortina (SIMICO), come centrale di committenza e di stazione appaltante. MICO è stata definita “un grande buco nero che sguazza nei soldi”, a cominciare dal super stipendio dell’amministratore delegato, ai vari manager e tecnici pagati assai profumatamente, un organismo che ha operato con scarsa trasparenza, ed è stata oggetto di molteplici filoni d’indagine che hanno portato la Procura di Milano a contestare reati di corruzione, turbativa d’asta nell’assegnazione degli appalti e di assunzioni pilotate da una montagna di raccomandazione provenienti dal mondo della politica e del potere.
Le indagini della Procura si sono tuttavia incagliate sulla natura privatistica della Fondazione, una forzatura giuridica dal momento che è finanziata da fondi pubblici, contestata dai giudici ma avallata dal governo, mentre per la parentopoli sportiva dalla recente soppressione del reato d’abuso d’ufficio. SIMICO dotata di poteri straordinari e dalla possibilità di semplificare le procedure, è il braccio operativo del governo per le grandi opere, operativa sul piano dei cantieri si è mossa nei progetti perennemente in ritardo, molti dei quali rinviati al dopo Olimpiadi, e nei rapporti con le amministrazioni locali, affamate di infrastrutture per una acritica e distorta visione sviluppista. Tonnellate di ferro, cemento e asfalto si sono riversate su Cortina, Livigno e Bormio, fino ad Anterselva e in Val di Fiemme, con letali ricadute ambientali su delicati comprensori alpini dall’alto pregio naturalistico e paesaggistico.
Fra gli interventi più controversi e che hanno destato forte opposizione, non solo da parte degli ambientalisti, vi è la costruzione della nuova pista da bob, skeleton e slittino a Cortina, un impianto costosissimo e devastante, destinato per assurdo a degli sport con pochissimi praticanti, di cui uno, il bob, in agonia. L’area spianata dai bulldozer per il corridoio di ghiaccio e le strutture connesse, ha richiesto l‘abbattimento di oltre un migliaio di arbusti di cui 560 larici secolari, sfigurando la splendida foresta di Ronco alle pendici delle Tofane, comportando inoltre lo smantellamento, che ha fatto indignare i cortinesi per il sommo spreco, di un parco-giochi che era costato al Comune un milione di euro e dieci anni per realizzarlo. Un danno irreversibile all’ambiente, uno sfregio al paesaggio che si poteva benissimo evitare se non si fosse rifiutato, per ragioni meschinamente nazionaliste, l’offerta di Innsbruck di mettere a disposizione, a costo zero, la propria pista da bob.
L’ inaccettabile impatto ambientale delle Olimpiadi Invernali si lega, con tutta evidenza, al dissennato incremento infrastrutturale, ad opere olimpiche mancanti di una valutazione ambientale strategica (VAS) più volte vanamente richiesta dalle associazioni ambientaliste e da alcune forze politiche (Cinquestelle e AVS), ma soprattutto all’incombente crisi ambientale. Una radicale insostenibilità dovuta ai profondi mutamenti climatici che con l’innalzamento termico riducono la quantità di neve fino al 50% nel versante sud delle Alpi e trasformano gli ecosistemi alpini invernali, aggravata dal tentativo, insensato, di far sopravvivere e di rilanciare ad ogni costo con le stesse Olimpiadi l’industria dello sport bianco.
In nome di logiche di mercato e di profitto, si continua a sostenere lo sviluppo di una monocultura turistica sempre più invadente che estremizza lo sfruttamento della montagna come oggetto di consumo di massa. Di qui la richiesta di arterie velocizzate per raggiungere le alte valli alpine, di pesanti strutture turistiche, di tecnologia per dominare la natura, come gli strumenti per l’innevamento artificiale delle piste da sci, che richiedono sbancamenti in quota per creare innumerevoli i bacini idrici e un consumo enorme di acqua ed energia.
Le Olimpiadi 2026 dureranno poche settimane e il consuntivo dei costi si farà alla chiusura dei Giochi ma è chiaro, prima ancora della loro apertura, che la sfida alla sostenibilità economica e ambientale è stata persa. Le Olimpiadi “dello spreco e dell’opulenza” appaiono come l’ennesima sconfortante espressione di una politica improntata all’improvvisazione e alla superficialità, priva di una qualsiasi cultura pianificatoria nella gestione del bene comune, sempre compromessa nell’opaca commistione con gli interessi privati da favorire al di sopra di ogni interesse collettivo e generale. Esse lasceranno molto probabilmente un’eredità di debiti, di opere incompiute, d’impianti di difficile gestione, come è già accaduto con Torino 2006, il tutto nel quadro della più irresponsabile indifferenza verso l’ambiente e le reali necessità dei territori interessati e delle popolazioni che li abitano.
Giandomenico Savi
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