Con I Malviventi il genere noir sociale si arricchisce di un ulteriore titolo. Un noir senza investigatori e poliziotti buoni; un noir surreale, a tratti incredibilmente ironico. Un romanzo che colpisce duro, un romanzo che vive dentro il contesto sociale di Roma, e non solo.
Il bar come riferimento di aggregazione sociale, le morti violente, il carcere ed i centri di salute mentale, i bulli di quartiere, il disagio sociale, la periferia che ha un solo effetto collaterale nella vita criminale, la gentrificazione, le attività borderline, i muretti che sono la vita dei giovani considerati “soggetti a rischio”, e poi la boxe ed il lavoro in officina per tenere lontani i ragazzi dalle esperienze che arrivano dal frequentare la “strada”: tutti ingredienti che vanno a comporre ben 328 pagine.
Tutta fantasia opera del bravo Francesco De Carlo? Magari. La periferia ci riporta alla mente il PierPaolo Pasolini di Ragazzi di vita. Ma su tutto questo, è lo scemo di quartiere a tenere banco: Vito. Vito che ha subìto bullismo in tutte le sue forme più devastanti.
Il tutto ha il suo apice nell’ultima rapina, il colpo più surreale mai realizzato, che in realtà è un esproprio, un urlo di ribellione per un proprio spazio vitale, visto che la vita, quella vissuta, è fatta di spaccio, rapina, usura, soldi falsi, contrabbando e che i colpevoli di questa situazione sono “sti ricchi di merda”.
Francesco De Carlo, I Malviventi, Rizzoli, Milano 2026, pp 336, euro 18
Edoardo Todaro
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