Ennesimo appuntamento con Antonio Manzini e, ovviamente, con Rocco Schiavone. Un Rocco Schiavone che nutre un profondo astio verso le feste, soprattutto quelle “importate” tipo Halloween, che si dibatte nella propria “scala di rotture di coglioni”: la musica natalizia è all’ottavo posto, il rotolo di alluminio difettoso al nono, il vino la sera, fumare la “maria” la mattina per rendere sopportabile l’esistenza.
Schiavone è un vicequestore afflitto dai dolori fisici, che non crede alle coincidenze; si trova, sotto natale, ad avere a che fare con una rapina in banca del tutto strana: ostaggi o rapinatori, oppure ostaggi/rapinatori? Schiavone vede accentuarsi il proprio malessere esistenziale nell’essere preso in giro da dei rapinatori. Un’indagine che ha a che fare con un individuo negato per gli investimenti, con una situazione economica in stato decisamente difficoltoso, in parole povere un imbroglione che si muove attorno ad un brevetto, il brevetto del lucchetto. Schiavone oltre a questo si deve rapportare con la propria squadra di “scappati di casa”, verso i quali usa un bel sarcasmo dissacrante.
Gli ingredienti del romanzo sono una rapina, un morto nel lago, una scomparsa misteriosa. Schiavone è in aperto attacco verso i centri commerciali come luoghi di annullamento di qualunque rapporto umano e contro il mondo di un calcio malato, con i procuratori che sono veri e propri spacciatori di calciatori, in realtà dei veri e propri schiavisti dediti alla tratta di esseri umani.Comunque, come in passato, Schiavone non tiene assolutamente conto delle regole rigide all’interno degli apparati di sicurezza: “faccio come mi pare” è il suo motto. Atteggiamento che tiene anche riguardo alla conduzione delle indagini, perché le cose fatte fuori dalle regole vanno bene se aiutano l’inchiesta a progredire come fumare in ufficio o tenerci Lupa, l’inseparabile cane; uno Schiavone sempre correttamente maleducato. Una indagine che sconfina, volutamente e con omicidio connesso, nello spionaggio industriale.
Edoardo Todaro
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