Stazione Foster, cosa ci facciamo attorno a questa cattedrale del cemento?

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La prospettiva di trasformazione della zona interessata dalla stazione AV di Norman Foster riaccende un po’ di dibattito su quel che accade attorno al più grande progetto infrastrutturale di Firenze, il Passante Ferroviario, cioè il sottoattraversamento TAV. È un dibattito che difficilmente offrirà uno scenario di miglioramento della qualità della vita e dei trasporti in città, purtroppo è soprattutto la ricerca di rimedi ad un progetto che sta creando enormi problemi. La realizzazione di un sistema ferroviario con due stazioni molto distanti non poteva che originare criticità da risolvere; questo comitato lo ha detto fin dall’inizio, nel 2006, quando furono imposti alla città i primi cantieri; non era un sinistro gufare, ma trarre le logiche conclusioni di operazioni sbagliate. In seguito lo ha ripetuto, con altra eco, l’analisi costi benefici del 31 luglio 2019 reperibile qui.

Il progetto di attraversamento in sotterranea della città non è nato per ragioni trasportistiche, sono state proposte negli anni diverse soluzioni al potenziamento della rete del nodo ferroviario fiorentino, alcune restando in superficie, con costi che sarebbero stati una frazione di quanto costerà questo pachiderma infrastrutturale, mai accettate. La smania degli anni ‘90 del secolo scorso per le spese facili preferì guardare alle risorse economiche che arrivavano in città piuttosto che alla soluzione dei problemi della mobilità; lo disse chiaramente il professor Marco Ponti che fu interpellato come consulente del progetto sotterraneo: “È stato scelto il progetto più costoso, più impattante, più problematico e più lento per i treni”; chissà perché non lo hanno più chiamato come consulente.

Oggi naturalmente ci troviamo a discutere di come collegare al meglio le due stazioni per mitigare i problemi che questa irrazionalità sta creando; negli anni si è proposto di tutto, fu proposto addirittura di utilizzare la tramvia T2, pochi giorni fa anche dal sindacato CISL, da sempre fautore della grande opera. Pare non ci si renda conto che quella tramvia, che va all’aeroporto, è già sovrautilizzata dai turisti che ne rendono difficile l’uso ai comuni cittadini; pensare di poterci far salire anche i viaggiatori di treni da cui scendono centinaia di persone contemporaneamente è un bel volo fantastico degno di Mago Merlino.

La soluzione proposta dalla Regione invece è dettata dal principio indimostrato che “chi più spende meglio sta”: 160 milioni per un people mover e una nuova fermata sulle linee già esistenti, tanto mica paga chi ha idee geniali come questo Passante. Anzi chi in futuro userà questo people mover dovrà anche pagarsi un biglietto!

Tra le proposte ci sarebbe quella di usare i binari esistenti e utilizzare un semplice treno come spola; sarebbe la soluzione più economica e veloce, ma acerrima nemica della volontà di far spendere generosamente i contribuenti, è una bestemmia per i devoti del cemento!

Aver piazzato una infrastruttura impegnativa come una stazione nella storica zona dei Macelli, oltre ad aver distrutto un parco urbano che era addirittura un piccolo bosco, modifica la vita del quartiere, costringe a ripensare tutto. Ed ecco che ad un certo punto è sorta nella mente dei nostri amministratori la domanda cruciale che non doveva esser fatta ora, ma 30 anni fa: “adesso che ci facciamo attorno a questa cattedrale sotterranea di cemento?” Il Comitato lo aveva suggerito diversi anni fa, non solo come provocazione: trasferirci le attività della Regione che Giani voleva destinare al suo grattacielo sbilenco (che per adesso è rimasto nella galleria dei desideri interrupti, anche se proprio in questi giorni si è ripreso a parlarne). La domanda è presentata come un quiz ai cittadini che, pare, dovrebbero addirittura esprimersi su come organizzare il loro quartiere; sarebbe davvero una rivoluzione culturale! Ma il tempo passa inesorabile, i cittadini restano alle finestre a chiedersi quando ci si potrà esprimere. Forse però dietro le finestre sempre accese dei palazzi del potere non si dorme e si starà cercando di sfamare tutti gli appetiti. Trapela che il semicilindro di vetro di Foster diventerà anche il terminal di bus extraurbani, forse anche di quelli turistici per riempire meglio i tram… poi pare che la zona diventerà un centro direzionale! Per direzionare che cosa? E dove? E i cittadini che dovevano progettare partecipando? Aspettiamo e forse qualcosa lo germoglierà.

In tutto questo fervore di accudimento attorno al grande corpaccione della stazione, nell’ombra si consuma un triste sacrificio, quello dei tecnici che una volta avevano come mestiere quello di pensare e realizzare la città: architetti, ingegneri, geometri, geologi, agronomi. Oggi il loro lavoro si è molto ridimensionato, non vengono chieste creatività e pianificazione, ma solo di rabberciare alla meglio le decisioni sulla città che non avvengono nemmeno in studi di architettura o ingegneria, nemmeno nelle stanze degli assessori, ma nelle salette di banche, fondazioni, nei consigli di amministrazione di fondi di investimento. Negli studi arrivano righe tirate su mappe: sono ferrovie, gallerie, tranvie, ciclovie, parcheggi, cubi, teatri, alberghi, studentati, grattacieli sbilenchi, grattacieli diritti, tutto quello che può far felice il mondo della finanza che butta i suoi desideri sulla città; dove però esistono ancora persone. Va bene, faranno scegliere loro di che colore mettere qualche panchina e dove porre qualche fontanella (ma lontano dai bar altrimenti la gente beve gratis), così l’illusione della partecipazione sopravviverà. Quel che resta inespressa e nascosta ci pare sia l’umiliazione di architetti, ingegneri, artigiani, muratori che vivono una città creata dai loro antenati come una delle meraviglie del mondo, constateranno che non è chiesto loro di emulare Brunelleschi o Arnolfo e nemmeno gli scalpellini di una volta; devono solo impecettare cubi e parallelepipedi, spianare il terreno per nuovi alberghi, mettere rotaie in mezzo alle strade e farne di nuove.

Chi può monetizzerà tutto come misera consolazione, a quelli cui non toccherà nemmeno una fettina della torta è perché non sono abbastanza competitivi o perché hanno sogni che non piacciono alla gente che piace, non sono in sintonia coi tempi, l’insuccesso è colpa loro, come è di quelli che restano senza casa o senza lavoro: sono indegni del paradiso che si sta costruendo in città e attorno a quella stazione che da anni ricorda un enorme sarcofago.

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