Oasi climatica di Livorno: i denari per acquistarla il Comune li aveva

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Un milione e 160mila euro è la cifra che il Comune di Livorno avrebbe dovuto spendere per aggiudicarsi all’asta fallimentare un’oasi naturale di sei ettari tra il centro cittadino e il mare, ancora incredibilmente ricoperta di vegetazione spontanea e da qualche orto di volontari e pensionati. Ha scelto di non farlo e di lasciare quest’area verde, che costituisce una difesa naturale contro il surriscaldamento globale, le isole di calore e gli eventi meteorologici estremi, al solito palazzinaro che potrà costruirvi quattro palazzi alti quattro piani per complessivi 48 appartamenti.

Il sindaco Luca Salvetti, facendo irritare più che sorridere, si è giustificato dicendo che avrebbe dovuto sottrarre risorse ai servizi sociali. In un bilancio comunale di 187 milioni e con un avanzo libero di 16 milioni e 700mila euro vorrebbe far credere che non si riesca a trovare poco più di un milione per salvare dal cemento e dalla speculazione edilizia un’area di 60mila metri quadrati, un’area abbandonata da oltre vent’anni dalle cooperative edilizie che si sono succedute nella proprietà senza riuscire a realizzare niente.

L’impegno finanziario del Comune, su questi terreni abbandonati da oltre vent’anni dalle coop edilizie che di fallimento in fallimento hanno causato l’intervento del tribunale, avrebbe inoltre disinnescato il conflitto sociale che si prospetta. C’è ovviamente tensione in città tra gli attuali occupanti dell’oasi, parzialmente trasformata negli Orti urbani, e il nuovo proprietario Stefano Frangerini, titolare di un’impresa edile che negli ultimi anni ha ricevuto dal Comune ed aziende pubbliche livornesi commesse per più di una ventina di milioni.

Difendere la spesa nel sociale è meritorio ma non dovrebbe funzionare a corrente alternata. Non si è battuto ciglio prima di spendere da parte del Comune tre milioni di euro (più l’accensione di un mutuo) per riaprire l’ippodromo alle corse dei cavalli: passatempo poco sociale e anzi istigatore di ludopatia e insulto alle sensibilità animaliste. Sei milioni (800 euro al metro quadro) se ne sono andati in via Grande per sostituire la pavimentazione palladiana, anche nei tratti in cui era conservata o agevolmente recuperabile. C’è poi il milione e mezzo di integrazione ai fondi del PNRR che il Comune ha sborsato senza tentennamenti per realizzare il Cubone, l’enorme palestra costruita su un’area naturale incontaminata alla periferia sud e oggetto di una lunga opposizione popolare. Opere entrambe realizzate dall’azienda Frangerini. Si sono trovati in quattro e quattr’otto anche i dieci milioni prelevati dal bilancio per “calmierare” la Tari 2026 e non far schizzare la tariffa a livello record, cercando di mascherare come funziona l’azienda municipalizzata dei rifiuti.

Tutte spese che non hanno comportato un forte aggravio per le casse comunali e i servizi sociali? Perché non destinare queste risorse a proteggere la popolazione, specie le fasce più fragili, dal mostro climatico che incombe sul futuro?

Ormai la difesa dei cosiddetti Orti urbani di via Goito va ben oltre i confini di una questione locale. È un esempio paradigmatico dello scontro tra il vecchio modo di concepire l’urbanistica e le tendenze attuali, che tengono conto del surriscaldamento globale e degli agglomerati urbani diventati insostenibili isole di calore.

Non c’è solo il confronto, anche aspro, fra Palazzo e Piazza. Da una parte impera la giunta comunale a trazione Pd con il sindaco Luca Salvetti e soprattutto l’assessora Silvia Viviani, nota architetta fiorentina firmataria di diverse trasformazioni urbanistiche che hanno ingenerato vivaci discussioni nel capoluogo regionale. Dall’altra parte resiste con coraggio il gruppo di persone che tredici anni fa occuparono i sei ettari che stavano andando in malora, dopo una serie di tentativi di costruzione falliti di alcune cooperative sotto l’egida del partito erede del PCI con le sue varie denominazioni. Questi ultimi hanno l’appoggio dei sindacati di base, dei movimenti di Sinistra e pure di una parte dei Verdi che fanno parte della giunta; ma soprattutto della massa di cittadini preoccupati della sottovalutazione dell’emergenza climatica, che hanno sfilato in migliaia il 5 settembre manifestando sotto il Palazzo comunale.

Eppure il problema non è solo un Piano Operativo comunale che dà ampia facoltà di consumare suolo in una città fra le più cementificate della Toscana, agli ultimi posti per alberi e verde urbano per abitante. Le città, Livorno e non solo, stanno sperimentando ormai sulla pelle dei loro abitanti cosa significa in concreto il surriscaldamento globale, la crisi climatica e le notti tropicali amplificate dalla carenza di aree libere da cemento.

La “soluzione” riproposta pigramente dalla giunta Salvetti, cioè ridurre al 20% l’edificabilità sull’oasi climatica, appare una misura largamente insufficiente e probabilmente distorta di fronte all’emergenza sanitaria (ARS Toscana parla di un +12% di decessi fra gli anziani rispetto alla media attesa nella prima ondata di calore). È una concezione urbanistica tipica del Novecento, volta alla mediazione tra proprietà privata (rendita fondiaria, diritti edificatori), finanze pubbliche (oneri di urbanizzazione, cessione di aree) e benessere collettivo. Mentre la nuova sensibilità ecologica rifiuta il principio del “male minore” e della compensazione, esigendo la tutela e l’inviolabilità degli ecosistemi urbani esistenti.

È la stessa sensibilità che induce la gente di Reggio Emilia ad occupare il Bosco Ospizio, impedendone l’abbattimento per fare spazio a un nuovo supermercato Conad. A Livorno, invece, gli alberi dell’ultima grande oasi urbana dovrebbero fare spazio a 48 appartamenti in una città in costante e forte calo demografico con seimila abitazioni sfitte o non occupate.

Chi sta facendo i turni, anche la notte, per impedire l’ingresso delle ruspe, chiede all’Amministrazione di fare il suo lavoro a difesa della collettività: indurre Frangerini ad accettare uno spostamento degli indici di edificazione come già fatto dieci anni fa dalla precedente giunta 5 Stelle in un’altra area cittadina. Su suolo già cementificato, ovviamente. Una soluzione che non si vuole perseguire, accusando chi la propone di suggerire “mercanteggiamenti”. Peccato perché la politica “buona” è l’arte della mediazione, il riuscire a trovare attraverso percorsi faticosi soluzioni che accontentino tutti o che almeno non scontentino nessuno. La chiusura pregiudiziale è una via facile per chi detiene il potere che non dimostra forza ma debolezza e paura di uscire da percorsi burocratici preconfezionati.

La domanda sorge spontanea: chi sta guadagnano e chi sta perdendo, davvero, nell’obsoleta politica urbanistica del duo Salvetti/Viviani?

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Alessandro Barabino

Alessandro Barabino, 75 anni, giornalista professionista dal 1975. Ha svolto tutta la sua carriera al Tirreno: cronista, inviato, caporedattore centrale, vicedirettore. Ha fatto parte della cooperativa giornalisti-tipografi che ha salvato l’allora “Il Telegrafo” dalla chiusura. È stato corrispondente del Corriere della Sera per la Toscana costiera negli anni Ottanta e Novanta. In pensione dal 2014.

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