La Psicopolitica di Byung-Chul Han

La prosa di Han è molto sintetica. Il concetto viene spesso semplicemente espresso senza molte articolazioni e grandi spiegazioni, in un libretto di meno di un centinaio di pagine con un carattere corpo 12, breve ma intenso come il resto della sua produzione editoriale.

Si inizia dalla libertà e, di conseguenza, si parla del soggetto. Essere un soggetto significa letteralmente “essere sottomesso”. La libertà è il frutto di una liberazione, di un passaggio da una forma di vita all’altra. Liberazione da un tipo di costrizioni, poi nuove iscrizioni che ci restituiscano un altro soggetto, un altro modo di essere. La contemporaneità segna uno spostamento. Non pensiamo più di essere soggetti sottomessi ma progetti liberi. han_byung_chul_c_merve_verlagMa la libertà può essere soltanto episodica, «episodio significa parte intermedia» (p. 9). E il passaggio è, in questo caso, da un ipotetico stato di costrizione a una forma «ancora più efficace di soggettivazione e di sottomissione» (ibid.) con la complicità e la concreta collaborazione autoimposte da un soggetto che si forma forzandosi alla prestazione e cercando di ottimizzarla. Il neoliberalismo, infatti, come trasformazione, mutazione del capitalismo, fa del lavoratore un imprenditore. Il risultato è una forma di isolamento che contraddice la libertà: in tedesco libertà (Freiheit) e amico (Freund) hanno la stessa radice, non esiste cioè libertà al di fuori della relazione, ecco allora che «la lotta di classe si trasforma in una lotta interiore con se stessi» (p.14). Se poi la libertà è capacità d’azione, l’indebitamento permanente, la mette in discussione: per non essere responsabili, scegliamo di non essere liberi; e qui Han cita Benjamin: «una terribile coscienza della colpa, che non sa purificarsi, ricorre al culto non per espiare in esso questa colpa, bensì per renderla universale» (p. 17).  Il regime neoliberale impiega come mezzo di dominio la colpa (Schuld), suscitata dal debito (Schulden).

Dopo la “biopolitica”, ecco la “psicopolitica”, l’ennesima trasformazione del dispositivo di controllo e assoggettamento messo in atto dal capitale. Il neoliberalismo subentra al capitale industriale governando oltre ai corpi, le anime. Ecco l’ulteriore manipolazione della libertà: «la libera scelta viene annullata in favore di una libera selezione tra le offerte» (p. 25). Si è passati cioè dalla società di tipo disciplinare a base di impianti di internamento (famiglia, scuola, prigione, caserma, ospizio, fabbrica) che controllava i corpi, a una tecnica psicopolitica di dominio che tramite “motivazione, progetto, emulazione, ottimizzazione e iniziativa” cattura il soggetto. E questo passaggio non è un transito ma una mutazione, «un acutizzarsi del capitalismo stesso» (p.28). Siamo alla manipolazione e al consumo delle emozioni.

Le emozioni, nella società disciplinare che corrisponde al sistema di produzione industriale, sono un ostacolo alla produzione stessa (le macchine funzionano meglio quando si escludono emozioni e sentimenti). Nell’era digitale si richiede invece una competenza non solo cognitiva, ma anche emozionale: «Il manager dei nostri giorni si lascia alle spalle il principio dell’agire razionale e assomiglia sempre più a un trainer motivazionale» (p. 58). La Psicopolitica neoliberale impossessandosi delle emozioni riesce a insinuarsi in profondità nella persona dimostrando una particolare efficacia nel controllo dell’individuo.

In questo contesto la centralità del lavoro si fa meno chiara, sfuma e si allarga sino a comprendere “l’altro dal lavoro”; lavoro e tempo libero, lavoro e gioco sembrerebbero ormai catturati all’interno del modo di produzione neoliberista. IMG_8430Questo presuppone un altro spostamento di quello che adesso è il bisogno cardinale delle lotte contro il neoliberismo: rovesciare una volta per tutte l’equivoco che mette il lavoro al centro dell’attenzione, che vede il tema della libertà del lavoro a fare ormai da freno all’esigenza di spostarsi invece verso il tema della liberazione dal lavoro. «Il regno della necessità colonizza, di conseguenza, il regno della libertà» (p.62).

Qui Han riprende un concetto marxiano divenuto di moda: quel “general intellect” del frammento sulle macchine dei Grundrisse che già Virno aveva qui utilizzato in una chiave abbastanza simile, e per il quale si ha che anche l’ozio stesso viene monopolizzato dal capitale facendo sì che il tempo libero, divenuto tempo per lo sviluppo dell’individuo, contribuisca alla produzione del capitale fisso. L’ozio andrebbe cioè ad aumentare il capitale umano. Concetto che invece andrebbe rovesciato. Quindi per riappropriarci veramente della libertà occorre pensare che il tempo libero provenendo dall’Altro dal lavoro non dovrebbe essere più una forza produttiva e non dovrebbe lasciarsi trasformare in forza lavoro.

Per fare questo occorre mettere in atto alcune strategie: «Il nostro futuro dipenderà dalla nostra capacità di fare uso dell’inutilizzabile, al di là della produzione». «L’uomo è una creatura del lusso. Nel suo significato originario la parola “lusso” non indica una pratica consumistica: è piuttosto una forma di vita libera dalla necessità» (p.63). Oggi il lusso è monopolizzato dal consumo, occorre invece riuscire a pensarlo, come anche il gioco, oltre il lavoro, oltre quindi ogni forma di consumo. Luogo dell’espletamento del desiderio al di là del bisogno, «il gioco rende possibile un uso delle cose completamente diverso, le libera dalla teologia e dalla teleologia del capitale» (p. 64), riuscendo a mettere in campo un potenziale emancipativo che ben risponde all’attacco del capitale neoliberista che riesce quindi a sfuggire alla cattura dal processo di produzione che caratterizza la fase post fordista del capitale.

Qui Han interpreta il gioco cogliendolo nella sua capacità di profanazione. Profanazione, secondo Agamben, significa restituire al libero utilizzo, all’uso umano, quelle cose che appartenevano alla divinità. La profanazione diviene «quindi una prassi della libertà che ci libera dalla trascendenza, da ogni forma di soggettivazione» (p.65). La profanazione apre una possibilità, «uno spazio di gioco dell’immanenza» (ibid.) Se essere dell’ordine del religioso è appannaggio di tutte quelle cose che abbisognano di un’attenzione quale quella che equivale ad una rilettura (dal latino relegere interpretazione etimologica anch’essa di Agamben), allora un atteggiamento noncurante tipico del gioco, ne provocherà la profanazione, la restituzione cioè all’uso profano, la sottrazione quindi alla trascendenza del capitale (alla sua capacità di cattura).

L’ultima parte è tutta dedicata all’analisi dell’attuale situazione di controllo e condizionamento che il capitale riesce a mettere in atto attraverso gli strumenti mediatici attuali e in particolare attraverso i media digitali. Big data e data mining sono infatti gli strumenti di un panottico di un’efficienza pressoché esaustiva, a trecentosessanta gradi, ma di questo abbiamo già parlato.

Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, Roma 2016, pagine 111, €12.00.

*Gilberto Pierazzuoli