Una storia del mondo a buon mercato

Guida radicale agli inganni del capitalismo

Conosciamo la tesi di Jason Moore (qui e qui) riguardo all’Antropocene-Capitalocene che danno una lettura del disastro ambientale del quale non è responsabile l’umanità tutta, ma quel sistema di produzione capitalistico per il quale la natura (oggetto) è a disposizione di un soggetto maschio, occidentale, bianco che vive al suo esterno e che oggi coincide con il modo di produzione capitalistico. Non è una separazione degli umani dalla natura, ma è l’espressione delle diverse configurazioni reciproche in continua evoluzione. Di fronte al cambiamento climatico, dicono gli autori, potremmo essere tutti sulla stessa barca, ma soltanto ad alcuni è permesso di stare al timone.

 Il Capitale ha bisogno di mano d’opera a basso prezzo, ottenibile anche nel non pagare (o pagare il meno possibile) la funzione riproduttiva e di cura. Ha bisogno di materie prime e di energia a basso costo, ottenibile nel non pagare i danni ambientali. E, tutto questo, ha bisogno di riprodurlo per innescare un nuovo ciclo estrattivo. Il capitale deve ciclicamente ripetere la fase di accumulo originario producendo e appropriandosi di forza lavoro a basso costo (per esempio i migranti), cibo a basso costo per il sostentamento della stessa, energia a basso costo, vite e assistenza a basso costo, natura a basso costo e, non ultimo, denaro a basso costo. Caratteristica fondamentale della fase dell’accumulo, è proprio quella di avere un mondo a buon mercato. Ecco allora, in coppia con Raj Patel, quest’ultimo suo lavoro che ci racconta: “una storia del mondo a buon mercato”, che poi è il titolo della traduzione italiana. Per i due autori il capitalismo non è perciò soltanto un modo di produzione, ma un metodo di organizzare il rapporto tra gli umani e il resto della natura.

Il titolo originario, a “History of the world in seven cheap things”, è forse più esplicativo e le cose cheap citate sarebbero: natura, denaro, lavoro, assistenza, cibo, energia e vite. Questo rende conto di una problematica che può arricchire la teoria marxista del valore, per la quale quest’ultimo è determinato da un insieme di fattori sui quali, in ultima istanza, domina quello del lavoro contenuto. Ma il lavoro contenuto non è soltanto quello riferito al lavoro in fabbrica, perché occorrerebbe aggiungere il tempo della formazione (lavori cognitivi), i lavori di sostentamento della mano d’opera e della sua riproduzione (cibo, cure). Ovviamente anche il costo dell’energia che alimenta le macchine e il costo della materia prima concorrono a determinare il valore di scambio, non prendendo però in considerazione le conseguenze dell’uso di una determinata energia e l’impatto ambientale delle merci prodotte o così prodotte. Si tratta di un’esternalità che in economia «è un costo o un beneficio, privato o sociale, che non è inserito nei calcoli della produzione» (pp. 31-32). In questo caso, il problema, come vedremo, non sono i polli o i maiali in sé, ma il modo di produrli.

Riuscire a produrre merci al costo più basso possibile è ovviamente un obiettivo da dover perseguire a prescindere dal prezzo finale della merce, se non per quei prodotti particolari per i quali occorre anche che siano il più possibile a buon mercato, cosa che permette il rinnovarsi dell’accumulo del capitale che porta al suo periodico riprodursi. Ma non pensiamo che questi siano settori a limitato profitto se pensiamo che per ogni dollaro che viene speso nell’acquisto di pollo in un fast-food, soltanto due centesimi finiscono nelle tasche dei lavoratori.

In questo testo il contributo di Raj Patel, che è probabilmente il maggior esperto mondiale della crisi alimentare globale (ricordiamo il suo “I padroni del cibo” sempre per Feltrinelli) è stato fondamentale non soltanto per la parte che riguarda il cibo, ma anche per i sistemi di produzioni degli altri articoli a buon mercato, per la sua conoscenza dei meccanismi connessi alla concentrazione produttiva delle grandi corporation che dominano il mercato in molti settori, senza poi dimenticare che, per esempio, per quanto riguarda l’allevamento dei polli negli Stati Uniti, l’impronta ecologica più importante è la grande quantità di propano utilizzata per il riscaldamento degli edifici, da cui si ha: energia a basso costo e danno ambientale conteggiati a costo zero.

A questo punto, l’analisi dei due autori non si limita a documentare i modi attraverso i quali il capitale usa le cose a basso costo, ma indaga anche i dispositivi che gli permettono questo uso, anche occultando i meccanismi che a questo scopo vengono messi in atto. Trattare gli schiavi indigeni o africani come parte della natura e non come parte della società indipendentemente da quale scalino della scala gerarchica occupassero, in modo da poter ignorare i loro bisogni, è un chiaro esempio di dispositivo che il capitale ha saputo mettere in atto, per usare mano d’opera e per poterla usare a buon mercato, non facendosi carico di nessun aiuto riproduttivo e di nessun intervento assistenziale nel caso che la domanda di forza lavoro fosse diminuita se non cessata. La richiesta di assistenza a basso costo (cheap), in alcuni paesi, ha spinto il capitale a reintrodurre vecchie forme di patriarcato e forzato le categorie della differenza sessuale e di genere. Il perdurare delle quali anche in altri ambiti dimostra la loro consustanzialità con il modo di produzione capitalista.

L’attuale crisi economica è il risultato dell’annullamento della differenza tra banche commerciali e banche di investimento, divisione pensata dopo la crisi del ’29 proprio per impedire che quello che è successo accadesse. L’accesso alla natura è il frutto della separazione tra società e natura, dispositivo messo in atto a partire dalla seconda metà del ‘500. Per Descartes, se il mondo è “abitato” da res cogitans e da res extensa, bastava dire che neri, donne, indigeni non erano cogitans per ridurli a mere cose che occupano spazio. L’invenzione del sistema binario 0-1 (acceso spento) ha reso impossibile la relazione sia sia, introducendo una forma di pensiero fatta per opposizioni, per polarità. Il pensiero scientifico ha privilegiato le quantità ed espulso le qualità. In Inghilterra, a partire dal 1500 una parte cospicua di terra passò dall’utilizzo consuetudinario alla locazione vera e propria. È l’inizio delle enclosure che porteranno a una “rivoluzione agricola” che andrà in direzione delle monoculture specializzate e porterà alla accumulazione originaria che permetterà la nascita del capitalismo industriale che si basava su mano d’opera a basso costo (i contadini espulsi dalle terre), natura a basso costo, materie prime a basso costo (il cotone delle colonie americane coltivate dagli schiavi africani). C’è adesso il modo e il bisogno di costruire carte geografiche, un modo per conoscere e controllare la natura mentre altri approcci più olistici divennero tabù e furono perseguitati; la stregoneria ne è un esempio. Anche la conoscenza veniva recintata. Nasce un altro dispositivo: la persecuzione dei “vagabondi” con la loro obbligatoria conversione al lavoro salariato, che sposta il concetto di lavoro da quella considerazione testimoniata dall’etimologia francese e spagnola del termine travail (spagnolo trabajo) che rimanda al latino trepaliare: torturare, procurare dolore, del resto presente nell’italiano travaglio, a una dimensione che riscatta i poveri condannati appunto a dover lavorare. Nasce l’orologio meccanico, anch’esso dispositivo che quantifica il lavoro. Ogni disaffezione al lavoro era pigrizia ed era razzializzata, attribuita a quelle etnie da usare come lavoro cheap. L’assistenza a buon mercato nasce dalle divisioni di genere forse provocate dall’avvento dell’aratro che qualifica la forza maschile. Il lavoro femminile consistente nel cucinare, insegnare, accudire, guarire e sacralizzare, precede il capitalismo, ma nel capitalismo diviene a buon mercato, viene occultato, è un’occupazione di genere e non un lavoro.

Il libro è altresì fonte di dati, spesso oltre l’immaginazione: «Ci sono più esseri umani costretti al lavoro forzato nel Ventunesimo secolo di quanti ne siano stati trasportati durante la tratta atlantica degli schiavi» (p. 39). Si stima tra i sedicimila (fonte ONU, undicimila dei quali sarebbero lavoro femminile non pagato) e gli ottantamila miliardi di dollari l’attività casalinga non di mercato, cifre che, nel caso di quella più bassa, rimanderebbero a circa un terzo dell’intera attività economica del paese. In Inghilterra, la spesa per il cibo costituiva tra 80 e 77,5 per cento dei salari nel periodo che va dal 1453 al 1913 per poi crollare all’8,6 per cento nel 2014. Come fare per avere mano d’opera cheap? Semplice bastava dichiarare gli indigeni americani e africani dei non umani, delle bestie: dichiarazione ottenuta dopo la disputa di Valladolid (1550). Il 14,5 % dell’emissioni di biossido di carbonio antropogeno provengono dagli allevamenti. Per produrre un chilo di manzo occorrono circa 14000 litri di acqua e sei chili di mangime.

«Vi garantiamo con questi documenti, con la nostra Autorità apostolica, il pieno e libero permesso di invadere, perquisire, catturare e soggiogare i saraceni e i pagani e altri infedeli e nemici di Cristo ovunque essi si trovino […] e ridurre la loro persona in schiavitù perpetua e rivendicare e appropriare e convertire a utilizzo e profitto vostro e dei vostri successori» (Papa Nicola V 1452 ai sovrani del Portogallo. Cit. p. 90).

La via di uscita è una via che abbandoni il modo di produzione capitalista e non coincide con la semplice proprietà collettiva dei mezzi di produzione, ma sullo smantellamento di tutto il sistema. Spesso si usano degli slogan con acronimi mnemonici o con la ripetizione della lettera iniziale: ad esempio le erre di Rifiuti 0 che rimandano anche a Riduzione, Riutilizzo, Raccolta, Recupero. Che qui diventano Riconoscimento, Risarcimento, Redistribuzione, Reinvenzione e Ricreazione.

Merito del testo la possibilità aperta dalla ricerca di pensare l’ecologia politica come critica del capitalismo. Capire che “a buon mercato” (cheap) è lo strumento che permette al Capitale di riprodursi nel momento in cui, di fatto, perpetua l’evento dell’accumulazione originaria che diventa perciò periodica. Questo concetto, insieme con quello delle enclosure applicate ai beni comuni, ci può suggerire che rompere le recinzioni ambientali, sociali e psicologiche (per riprendere il Guattarì delle tre ecologie), riprendersi i beni comuni, che poi è un condividere, è anch’esso un passo importante sulla via dell’emancipazione dell’umanità che può restituirci un mondo a noi ma soprattutto alle prossime generazioni. Se le lotte più importanti degli ultimi anni sono state quelle che hanno visto come protagoniste le donne e i temi legati all’ambiente; se la catastrofe relativa al riscaldamento climatico non può più essere ignorata; se gli strumenti e le chiavi di lettura che Patel e Moore ci mettono a disposizione, in qualche modo rispondono all’esigenza di quel fronte comune tra lavoro, genere e ambiente; allora si apre la possibilità di mettere efficacemente in discussione questo sistema sempre più produttore di infelicità chiuso in un cul de sac in fondo al quale non c’è altro che la catastrofe.

E un’ultima frase, propria l’ultima del testo dei nostri autori: «Se [tutto questo] suona rivoluzionario, tanto meglio» (p. 189).

Raj Patel – Jason Moore, Una storia del mondo a buon mercato. Guida radicale agli inganni del capitalismo, Feltrinelli, Milano 2017, pp. 278, € 18.00

*Gilberto Pierazzuoli