Quella vacca da mungere che è diventato il turismo a Firenze

Molto lentamente a Firenze, come in tutti i luoghi d’arte e non solo, si comincia a discutere dell’impatto che il turismo ha sulla vita delle persone che abitano, lavorano, vivono in un tessuto urbano in trasformazione, dove le funzioni della città sono piegate al business dell’”accoglienza” di italiani e stranieri, questi ultimi necessariamente con il portafoglio gonfio e che non provengano dalla costa sud del Mediterraneo.

Foto Lo Debole/Bianchi – LaPresse – Il Fatto Quotidiano

Se vivessimo in un’epoca romantica ci fermeremmo alla visione stereotipata di Camera con vista di James Ivory, penseremmo ai souvenir venduti dalle bancarelle di San Lorenzo e alle code per vedere per pochi secondi qualche testimonianza del Rinascimento. Ma il turismo nel 2019 è molto di più: è un’industria e un sistema di governo del territorio che arriva a plasmare la città e il contesto circostante. A quanto pare irrimediabilmente.

Tutto cambia: il costo degli affitti, le norme urbanistiche, la qualità del lavoro, la concezione di “cosa è cultura”, l’agibilità degli spazi pubblici, gli stili di vita. Il problema è che tutto cambia in peggio: questa metamorfosi, spacciata per modernità, fonda spesso la sua azione sul concetto di “rapina“. Appartamenti di cinquanta metri quadrati offerti tra i 1000 e i 1500 euro in una città con una media di oltre cento sfratti al mese e tremila famiglie in attesa di casa popolare; affitti di case vacanza che sfuggono al fisco (in Italia sono due su tre, come denunciato recentemente dalla Guardia di Finanza); un regolamento urbanistico comunale che pare costruito ad arte per agevolare le operazioni speculative e bloccato quindi dal Consiglio di Stato; camerieri, addetti alle pulizie, fattorini, commessi pagati cinque euro l’ora e molto spesso a nero; aumento a dismisura di rifiuti, traffico, inquinamento senza nessun tipo di mitigazione.

Come nella migliore tradizione del capitalismo estrattivo, anche a Firenze il turismo è però una vacca da mungere a vantaggio di pochi. Gli imprenditori del settore hanno capito nella stragrande maggioranza dei casi che spremere 25 milioni di persone l’anno può essere ancora più vantaggioso se a farlo si sta ai margini della legalità, se si conduce l’azienda con spregiudicatezza, se si confida in una politica che privilegia il diritto di fare quattrini a tutti i costi e non quello di chi vive la città e vede negati i propri diritti sociali.

Chi volesse approfondire questi temi, smettendo di riflettersi per un attimo nello specchietto per le allodole dello sviluppismo spinto, non perda l’occasione di far proprio quanto emerso dal ciclo di incontri La fabbrica del turismo nella città d’arte organizzato nell’autunno del 2017 da perUnaltracittà insieme ai Clash City Workers allo Spazio InKiostro, uno dei pochi luoghi fiorentini centrali, sottratti alla mercificazione. Un dibattito utile a leggere cause ed effetti di questa trasformazione e capire cosa possiamo fare per non restarne schiacciati.

Articolo dal blog di perUnaltracittà sul Fatto Quotidiano

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