IL tempo dei processi politici deve finire

Questa è una “dichiarazione congiunta” pubblicata da Le Journal du Dimanche. Più di 200 personalità, tra cui Jean-Luc Mélenchon, ma anche gli ex presidenti Luiz Inácio Lula da Silva (Brasile) e Rafael Correael (Ecuador) e il segretario generale di Podemos Pablo Iglesias (Spagna), mettono in guardia contro una strumentalizzazione politica della giustizia, chiamata “lawfare”: “Chiediamo vigilanza per difendere le vittime di questo tipo di operazioni indipendentemente dalla loro appartenenza politica”, scrivono, elencando una decina di casi. Al momento del lancio di questo appello, si contano più di 150 primi firmatari in 35 paesi di 5 continenti. Viola Carofalo e Giorgio Cremaschi, portavoce nazionale di Potere al Popolo, hanno firmato l’appello. Per la lista completa dei firmatari e per sottoscrivere l’appello, clicca qui. Di seguito, la traduzione dell’appello.

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No, la giustizia non deve essere usata come arma di persecuzione politica. Eppure oggi questo è diventata la situazione quasi ovunque nel mondo. Già con la criminalizzazione di informatori, sindacalisti, militanti ecologisti e partecipanti a manifestazioni arrestati arbitrariamente, i diritti dei cittadini sono diminuiti in modo significativo. Mantenere l’ordine liberale è costoso per la democrazia. Ora si sta superando una soglia. Questa si chiama tattica del “lawfare”. E’ la strumentalizzazione della giustizia per eliminare i concorrenti politici.

Il “lawfare” inizia con le denunce senza prove, continua in ossessive campagne di diffamazione mediatica e costringe i suoi obiettivi a giustificazioni inutili e infinite. Poi ci sono la prigione e le multe. Il “lawfare” racchiude i dibattiti politici nelle corti di giustizia. Infine, distorce lo svolgimento delle elezioni, che non sono più veramente libere. Ci sono molti esempi. In Sudamerica, ad esempio, il brasiliano Lula, che è stato condannato senza prove e al quale è stato impedito di candidarsi come presidente. Il suo “giudice”, Sergio Moro, da allora è diventato ministro della giustizia per il presidente di estrema destra Jaïr Bolsonaro. Ma anche l’ecuadoriano Rafael Correa e l’argentina Cristina Kirchner, che sono stati perseguitati senza sosta.

In Africa, il mauritano Biram Dah Abeid è stato imprigionato con un’accusa senza prove ritirata dopo diversi mesi di detenzione. E poi c’è l’avvocato egiziano Massoum Marzouk, oppositore del regime di Al-Sisi imprigionato con il falso pretesto di accuse antiterrorismo. C’è anche il caso di Maurice Kamto, secondo alle ultime elezioni presidenziali in Camerun e in carcere dallo scorso gennaio, o dell’ex deputato gabonese Bertrand Zibi, condannato a sei anni di carcere.

In Europa possiamo citare il francese Jean-Luc Mélenchon, perseguito senza prove e processato per ribellione, o il russo Serguei Oudaltsov, leader del Fronte di sinistra, condannato a quattro anni e mezzo di carcere per aver organizzato manifestazioni contro il governo. In Asia, il cambogiano Kem Sokha, il principale leader dell’opposizione imprigionato alla vigilia delle elezioni parlamentari del 2017, è uno di questi. O le molestie giudiziarie nelle Filippine contro la senatrice Leila de Lima, figura dell’opposizione.

Molte voci si sono levate in tutto il mondo per denunciare questa situazione: gruppi di avvocati, leader religiosi come Papa Francesco, figure in difesa dei diritti umani, sindacalisti o leader politici.

La nostra dichiarazione congiunta accoglie con favore queste proteste. Chiediamo vigilanza nella difesa delle vittime di questo tipo di operazioni, indipendentemente dalla loro appartenenza politica. Chiediamo una cooperazione globale di resistenza legale. Chiediamo che governi e giudici come il giudice Sergio Moro in Brasile, che accettano di svolgere questo ruolo, dannoso per le libertà individuali e politiche, siano denunciati di fronte all’opinione pubblica.

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