Attacco al lavoro, dall’ex Panificio toscano al decreto sicurezza

Attacco al lavoro.

Un attacco che scaturisce da più parti e giunge sia con modalità tradizionali che altamente sofisticate e quasi irriconoscibili.

Che ci sia un problema ancora irrisolto in campo lavorativo è ormai plateale e se a tutti vengono in mente le famose arance di Gioia Tauro o i campi della Puglia, dove in condizioni di schiavitù lavorano centinaia di migranti e non (a rimetterci la pelle, come illustrano via via le cronache, sono anche i braccianti agricoli italiani, gli ultimi di una catena di povertà che si sta stringendo sempre più fortemente attorno al collo degli ultimi, come illustra in una nota la Coldiretti, in particolare al sud dove le percentuali di chi non riesce neppure a procurarsi da mangiare sono pari al 40% e oltre, in Campania e Sicilia che pongono queste aree all’ultimo posto in Europa), il disagio del lavoro fa capolino anche in zone ritenute fino ad ora al sicuro. E’ il caso, ad esempio, delle fabbriche pratesi, dove, fra le condizioni di disagio del lavoro, si riporta un sopralluogo dell’Ispettorato del lavoro del 14 agosto 2019.

Il verbale unico di accertamento e notificazione è stato stilato nei confronti di PT Holding, già Panificio Toscano, avviato sulla base delle denunce di alcuni lavoratori della Giano cooperativa a r.l. che aveva appaltato per qualche tempo l’intera gestione della produzione alla cooperativa.

Intanto, il contratto di lavoro. Come rileva il verbale dell’ispettore del lavoro, il contratto, che aveva efficacia dal 2 gennaio 2018 al 31 dicembre 2018, aveva la denominazione “Contratto di appalto per servizi di facchinaggio”. L’accertamento dell’ispettore fa emergere però un’altra realtà: il contratto aveva ad oggetto lo svolgimento da parte della cooperativa di tutte le attività di panificazione che si svolgevano all’interno della sede di Prato. Inoltre, risulta che erano passati alle dipendenze della cooperativa tutti i lavoratori già impiegati da altre cooperative e/o dallo stesso Panificio Toscano nello stesso stabilimento pratese.

Questa la premessa all’accertamento vero e proprio, che, come scrive l’ispettore, riguarda “soltanto il Panificio Toscano srl, a partire dal 1 ottobre, 2018”, ovvero dal momento in cui il contratto con la cooperativa Giano è stato risolto. Ma dall’accertamento emergono alcuni punti interessanti, che riguardano le rivendicazioni portate avanti da un gruppo di lavoratori, aderenti a SiCobas, che indipendentemente dall’accordo intervenuto il 28 settembre 2018 fra Panificio Toscano srl, Cooperativa Giano, Uila Uil e Flai Cgil (che stabiliva che tutti i dipendenti della cooperativa Giano addetti allo stabilimento pratese dovessero passare alle dipendenze di Panificio Toscano, la risoluzione del contratto menzionato dal 1 ottobre 2018, l’applicazione di un unico contratto collettivo nazionale al personale da parte di Panificio Toscano e l’avvio di un percorso in varie tappe per verificare il corretto inquadramento del personale) chiedevano all’azienda l’applicazione del contratto di produzione industriale anziché produzione artigianale del CCNL Panificatori Federpanificatori, e anche il riconoscimento di corretti livelli più alti di inquadramento contrattuale.

La diatriba dunque è: da un lato, se Panificio toscano possiede o no i requisiti per essere considerata imprese di medie proporzioni e dunque sia tenuta ad applicare il contratto dell’industria ai dipendenti, con il relativo miglioramento di trattamento economico, dall’altro se i livelli di inquadramento contrattuale siano o meno corretti.

Nel primo punto, emergono alcuni paradossi: intanto, l’inquadramento dell’Inps circa l’azienda la pone nella fattispecie industriale, fatto non dirimente ma indicativo, poi, nonostante lo stesso accertamento riveli una serie di dati che condurrebbero l’ “accertatore” a ritenere l’azienda di natura industriale, rimane tuttavia il fatto che l’Ispettorato non ha il potere di “interferire nella libertà contrattuale delle parti. Senza dubbio, dal riconoscimento del processo produttivo industriale o artigianale, dipende la differenza dei livelli contributivi. Di fatto, le stesse organizzazione sindacali firmatarie dell’accordo citato, hanno eseguito un sopralluogo non riuscendo a decidere di che natura fosse il ciclo produttivo. Ritmi produttivi, volume rilevante della produzione e organizzazione del lavoro di tipo industriale, sarebbero d’altro canto elementi che propenderebbero per una qualificazione non artigianale, come mette nero su bianco l’ispettore, pur sottolineando e salvaguardando la libertà contrattuale delle parti.

Quanto alla verifica del corretto inquadramento contrattuale, ciò che emerge è che molti operai possiedono di fatto gli elementi che li fanno inserire nella qualifica di operai qualificati, ai sensi dell’art. 22 del CCNL Panificatori che riguarda la classificazione del personale: sono tali “coloro che possiedono adeguata preparazione professionale nelle specifiche mansioni, che possono svolgere anche in senso autonomo ma che in esse dipendono da altro lavoratore specializzato per la responsabilità tecnica”. All’interno della definizione esistono 3 gradualità, distinte in due livelli (I e II livello) che corrispondono all’inquadramento A3 (operaio qualificato di II categoria) e A2 (operaio qualificato di I categoria). Al controllo dell’Ispettorato del lavoro, oltre una decina risultano sottodimensionati. Per 3 di essi, capisquadra di fatto, il livello di inquadramento è ancora superiore. Infine, altre irregolarità che non prenderemo in esame. Ultimo dato, i lavoratori in questione sono tutti pakistani.

Il caso citato pur nei sommi capi è significativo, a nostro parere, di un abbassamento di attenzione nella regolarità dei rapporti di lavoro che genera allarme. Il caso è poi particolarmente interessante perché riguarda aziende insospettabili, che hanno fornito prodotti anche a Unicoop. Ma la vicenda di Panificio toscano ha anche un altro lato altamente significativo. Infatti, nel corso delle manifestazioni di protesta organizzate da SiCobas contro lo stato di cose emerso poi dal verbale di accertamento dell’Ispettorato del Lavoro, i lavoratori vengono anche colpiti da cariche di polizia, qualcuno finisce all’ospedale, due sindacalisti finiscono oggetto di Daspo urbano, che poi verrà reso nullo dal Tar.

Quest’altro aspetto è importante e si lega alla presenza del decreto sicurezza, ma non solo. Infatti, in una lunga chiacchierata con l’avvocato del lavoro Danilo Conte, emerge un’importante dato: il giro di vite attuato dai nuovi regolamenti vanno ad impattare direttamente con le facoltà di manifestazioni di protesta generali sì, ma soprattutto del mondo del lavoro. Un mondo del lavoro depotenziato, frammentato, disconosciuto persino dai suoi stessi soggetti, come dimostrano le ultime vicende del faticoso tentativo dei riders di ottenere norme che tutelino i diritti primari del lavoro.
Per quanto riguarda il primo punto, il giuslavorista non ha dubbi. Dal momento che nel settore lavoro il mondo dei diritti è raso al suolo, la preoccupazione, dice Conte, è quella di trovare gli strumenti adatti alla nuova situazione. Nuove politiche economiche, la creazione di disoccupazione, disagio, precariato, richiedono per gestire il malessere, nuovi strumenti di ordine pubblico rispetto ad esempio alla mediazione sociale, al dialogo con sindacati e lavoratori. Questa è la vera, grande svolta culturale. Un esempio? Il Daspo urbano.

Il Daspo viene introdotto in Italia con natura di “gestione” delle frange ultras del calcio, dalla legge Pisanu. E’ il ministro dell’interno Minniti a introdurne la versione “urbana”, vale a dire un provvedimento interdittivo che riguarda chi impedisce in una serie di luoghi cittadini, la fruibilità e l’accesso agli stessi. La norma, spostando il focus su “fruibilità e accesso” diventa molto generica, aprendo così un ampio spazio alla discrezionalità. Nella sua genericità, si appresta ad essere applicata a chiunque partecipi o organizzi un sit in o un presidio. Con l’allontanamento dell’attenzionato dalla zona o dalla città. Una norma che, applicata alle proteste del lavoro e al mondo del sindacato, che è il punto di vista che ci interessa, rischia di avere impatti devastanti.

Inoltre, sempre a titolo esemplificativo, ricordiamo la “famosa” circolare del 14 febbraio 2019, del capo di gabinetto del ministero dell’interno (all’epoca, ministro Matteo Salvini), la numero 10538 del 14 febbraio 2019. Una circolare a tutt’oggi introvabile sia sul sito del ministero sia in rete. La circolare consente ai prefetti di sostituirsi ai sindaci nelle ipotesi di inerzia di questi a tutela dell’ordine pubblico; con un’ordinanza dunque è possibile sostituire un organo democraticamente eletto con uno che non lo è. La prima applicazione, quella del prefetto di Siracusa, che vieta assembramenti di uomini o mezzi nei pressi delle aziende di produzione per garantire la tranquillità dei turisti e la libertà d’impresa. Per 4 mesi, sospesa la libertà di manifestare, presidiare, fare sciopero.

Attacco al lavoro? Sì, ma ancora non è finita. Ne fanno fede, i problemi che emergono quando si tenta una regolamentazione di un lavoro nuovo, della Gig Economy, come i riders o ciclofattorini. Ingaggiati da una piattaforma digitale, sottoposti nell’organizzazione o chiamata ad un algoritmo, sfuma la figura del datore di lavoro, ma diventa pressante quella di padrone: un “padrone” non dichiarato, non più umano, implacabile tuttavia nella sua logica organizzativa non contrattabile. Ma la ricaduta è ancora più inquietante: come sfuma il datore di lavoro, così sfuma il concetto di lavoratore. Se io accetto di fare tutto quello che tu vuoi dietro pagamento, sono ancora lavoratore? Dipende: qualcuno si ritiene “libero professionista”, qualcuno “schiavo”. La logica, forse, è quella antica: la vittoria di Satana è far credere di non esistere. Ma il punto merita un altro capitolo di approfondimento.

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Stefania Valbonesi

Nata a Ravenna, età vintage, svolge ttività giornalistica da circa vent'anni, essendo prima passata dall'aspirazione alla carriera universitaria mai concretizzatasi. Laurea in scienze politiche, conquistata nella fu gloriosa Cesare Alfieri. Ha pubblicato due noir, "Lo strano caso del barone Gravina" e "Cronaca ravennate", per i tipi di Romano editore.

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