Ergastolo ostativo: la sentenza della Consulta e la cattiva coscienza di chi si scandalizza

La Corte costituzionale, con una recente sentenza, si è pronunciata su alcuni aspetti del cosiddetto ergastolo ostativo, in linea peraltro con una altrettanto recente pronunciamento della Corte europea per i diritti dell’uomo.

Cominciamo con qualche precisazione, necessaria stando al coro di sdegno che si è levato: i boss mafiosi usciranno tutti di galera, è la morte dell’antimafia, e via andare.

In realtà la Consulta ha detto una cosa molto semplice: l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario prevede che non possano essere applicate misure premiali o alternative alla detenzione a chi è condannato per una serie di reati gravi (mafia, terrorismo, ecc). Misure che sono concesse dal magistrato dopo specifica valutazione, tranne che per quei detenuti. Loro no, mai, in nessun caso. Nessuna valutazione. Anzi in un caso sì: se denunciano qualcun altro, se diventano collaboratori di giustizia.

La sentenza della Corte sanziona questa disparità, ripristinando da una parte un principio di uguaglianza, dall’altra riaffermando l’applicazione dell’art. 27 della Costituzione che prevede che la pena debba sempre tendere al reinserimento del condannato: il 41 bis cristallizza una volta per tutte lo status di irredimibile, contraddicendo apertamente il dettato costituzionale. Vale solo la pena ricordare, con Gherardo Colombo, ex magistrato di Mani pulite, che “la decisione della Consulta riguarda soltanto la possibilità (certo non il dovere) del giudice di concedere i permessi premio”.

Quindi, manettari di tutto il mondo, tranquilli, Totò Riina, fosse ancora vivo, resterebbe in carcere.

Noi, che manette e sbarre proprio non le amiamo, pensiamo che la decisione della Consulta sia solo positiva, ma che non basti. Continuiamo a pensare che proprio l’ergastolo ostativo, e non i permessi, dovrebbe essere messo in discussione, che la condanna a morire in una cella, magari dopo 40 o 50 anni di galera, non sia né umano né giusto. Continuiamo a pensare che il 41 bis, carcere speciale duro, di isolamento totale, ormai comminato senza speranze di remissione, sia una inutile crudeltà, la vendetta di uno Stato che mostra i muscoli sapendosi debole. Crediamo che la mafia stia sì nelle varie carceri (indegne) della repubblica, ma stia molto di più negli affari, nella commistione con la politica, nella finanza.

E crediamo che questo sia vero da sempre, e che nessun potere abbia mai voluto davvero mettere le mani nel verminaio, nel sottogoverno, nei territori sottratti alle comunità, per paura, per ignavia, e, molto, per interesse. Che la lotta alla mafia non si fa a Poggioreale, o all’Ucciardone, ma nelle città, nei quartieri, con una maggiore equità sociale, con le risorse per i servizi, con il lavoro degno, le politiche per la casa, garantendo la dignità delle vite a partire da quelle più fragili e in difficoltà, e non difendendo sistematicamente poteri forti e padronato: lì si annidano i centri del potere mafioso, che poi prospera sulla povertà e sui bisogni cui non viene data altra risposta.

Per cui non ci venite a parlare di antimafia solo quando in ballo ci sono le vite di quel pugno di disgraziati (un migliaio gli ergastolani ostativi in Italia) dietro cui nascondere le vostre cattive coscienze.

*Maurizio De Zordo

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Maurizio De Zordo

Maurizio De Zordo, architetto, attivo da anni nei movimenti fiorentini e nelle realtà dell'antifascismo militante partecipa anche al laboratorio politico perUnaltracittà ​dove si impegna in particolare, oltre che sulle tematiche legate alla repressione, sui temi della città, dell'urbanistica e del diritto alla casa.

Una risposta

  1. Roberto Renzoni ha detto:

    Bell’articolo, Ornella, secondo il tuo solito. D’accordo, naturalmente, figuriamoci. Io, poi, sono contrario al carcere che non dovrebbe esistere e non lo dico perché sia un pacifista od un cristiano. Qui, però, è affare troppo lungo da esser trattato. Ne parliamo quando ci vediamo.

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