Cosa c’è in un nome // Nomen Omen

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Enrico Mentana, in un capolavoro di ermetismo, ci fa sapere che: “Periodicamente l’America si riscopre esposta al morbo dell’odio interetnico.”

Premessa: Quanti problemi si possono condensare in sole dieci parole? Postulato: Tantissimi.

Se vogliamo iniziare a lavorare sul nostro privilegio bianco, ‘Morbo dell’odio interetnico’ è un meraviglioso salto carpiato che non chiama le cose col loro nome: razzismo e police brutality.

Punto secondo: quel «Periodicamente l’America si riscopre» è una sciocchezza. Che Mentana se ne accorga o meno, i casi di Police Brutality nei confronti delle comunità black e PoC ci sono tutti i giorni. Non una volta ogni tanto, col cambio di stagione. Tra i più aberranti e recenti, sempre che abbia senso pesarli diversamente, una ragazza nera morta nella notte: le hanno sparato almeno otto volte, mentre dormiva in casa propria, per fare un raid nei confronti di qualcuno già in custodia e che non abitava lì. Ed è una goccia nel mare

Tuttavia il mondo bianco si accorge della Police Brutality solo quando viene ripresa attraverso un video particolarmente agghiacciante che fa il giro del mondo, e magari perché ci ricorda la morte di un personaggio tanto amato di una Serie TV: in quanti guardano Netflix e hanno ricondiviso pensando a Poussey Washington? In quanti hanno ricondiviso invece l’omicidio che ho citato poco prima? And it’s on us. Si tratta di una forma di impegno politico in salsa radical chic: essere vocali solo quando ne parlano tutti, per non sfigurare. Non essendo un problema che ci tocca direttamente, evitiamo di ‘annoiare’ chi ci circonda: parlarne anche quando non è Trending Topic ci rende radicali, ripetitivi, e ci teniamo a non scocciare la bolla delle nostre frequentazioni.

E’ il privilegio dell’essere bianchi, perché se non lo fossimo, e non ne parliamo, allora è un’altra storia. Per paura dei Salviniani? Forse, ma quelli cerchi di evitarli. Io sono bianca, quindi la mia è solo una supposizione informata, tuttavia c’è il sospetto che il grosso del tempo l’ansietta sia per quelli che non ne parlano: perché se non ne parlano, come faccio a sapere che sono dalla mia parte? Come mi fido di uno che invece di scrivere chiaro e tondo razzismo, lo chiama ‘morbo dell’odio interetnico’? Il che mi porta al…

Punto Terzo: «Morbo dell’odio interetnico» implica un’infezione a due vie. Possibili responsabilità condivise, persino. Del resto parlare chiaramente di razzismo e police brutality implicherebbe che i poliziotti hanno torto, posizionarsi politicamente polarizza, e si perde una grossa fetta di follower e visualizzazioni. Cioè proprio la fetta coltivata da Salvini. E’ l’arte del cerchiobottismo zen: dire le cose senza scontentare nessuno, regalando una possibile doppia lettura su tutto.

‘Gente a posto da entrambe le parti’, disse Trump quando parlò di suprematismo bianco. Ma la rabbia degli oppressi e dei perseguitati, il terrore di mandare persino dei bambini a scuola sapendo che ogni giorno potrebbero essere uccisi da chi dovrebbe proteggerli, non è comparabile alla violenza dell’oppressore.

Anche questo è privilegio bianco, ed è l’esatta ragione per cui il centro non esiste; nel momento in cui un diritto viene violato, se scegli di non prendere posizione in realtà una posizione l’hai presa lo stesso: diventando parte del problema. Soprattutto quando hai una responsabilità politica o giornalistica.

In particolare, si incolpano adesso le comunità Black e PoC per la violenza delle rivolte. In tanti le accusano oggi di confermare lo stereotipo nei loro confronti: e questo è razzismo, diciamolo chiaro. Nello specifico si chiama ‘tone policing’, ovvero spiegare alla vittima di oppressione come comportarsi quando viene letteralmente perseguitata e uccisa. Stando al Washington Post la popolazione black rappresenta il 14% della popolazione totale degli USA, e nonostante questo il totale della popolazione black uccisa dalla polizia nelle sparatorie corrisponde a circa due terzi dei bianchi morti per la stessa ragione. Fate voi il conto della sproporzione. Anzi, lasciamolo fare ai data specialist: stando al progetto mappingpoliceviolence.org significa che le chance che vi sparino fatalmente salgono a tre volte la media bianca.

Story time: Durante i debate tra Hillary Clinton e Donald Trump, quando Obama era ancora presidente, il moderatore domandò ai candidati quale fosse la loro posizione sulla Police Brutality. Trump esaltò Giuliani, sindaco di New York che si costruì un’orribile fama, nella seconda metà degli anni ’90, per aver implementato con forza gli stop ‘n’ frisk, controlli a campione rivelatisi violenti e razzisti: elogiare quel risultato fu ridicolo e mostruoso, in linea con l’ego di Donald Trump. Una curiosità: nel 2017, durante il primo anno della presidenza Trump, il 90% dei fermati sempre a New York si rivelerà non essere bianco e sarà di età compresa tra i 14 anni e i 24 anni.

Al tempo, a sorprendermi fu però Hillary Clinton, che riuscì a riempire due minuti di voli pindarici senza mai chiamare le cose col loro nome. Senza mai dare una risposta netta. Il tutto, nonostante l’host del debate fosse Lester Holt: no, non è bianco. Ed era un debate, in una delle più calde campagne presidenziali, quindi a guardare c’erano tutti gli States. Ma neppure in quel caso i dem furono in grado di sbottonarsi, di denunciare nettamente razzismo e police brutality. Neppure con Obama presidente. Joe Biden difficilmente farà di meglio.

Ed anche questo, infine, è privilegio bianco: la paura di esporsi perché si tiene troppo a una fetta di elettorato a cui non si dovrebbe aspirare, e all’appoggio di sostenitori che non si dovrebbero avere. Tanto da girarci intorno e non riuscire più a chiamare le cose col loro nome.

*Eleonora Briscoe

 

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Eleonora Briscoe

Eleonora Briscoe è fotografa, autrice e performer. Attraversa professioni apparentemente differenti, tutte legate da un unico filo: lo storytelling. Conduce laboratori su empatia, fallimento ed empowerment attraverso le narrazioni personali. Apertamente queer, è public speaker su lgbtiq+ e intersezionalità. Risiede a Edimburgo.

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2 commenti su “Cosa c’è in un nome // Nomen Omen”

  1. “Ed anche questo, infine, è privilegio bianco: la paura di esporsi perché si tiene troppo a una fetta di elettorato a cui non si dovrebbe aspirare, e all’appoggio di sostenitori che non si dovrebbero avere. Tanto da girarci intorno e non riuscire più a chiamare le cose col loro nome.”
    Questo paragrafo è un capolavoro. Brava

  2. Roberto Renzoni

    Bellissimo articolo, Eleonora, non è frequente leggerti. Personalmente considero gli Stati Uniti il primo stato canaglia esistente sulla terra ed è purtroppo uno stato d’immigrati, lì trapiantati per sfuggire alle persecuzioni religiose; hanno cominciato dai nativi a ‘rifarsi’, poi con gli schiavi neri importati ed ora con il resto del mondo. Personalmente considero democratici e repubblicani la stessa cosa, nessuna differenza sostanziale.

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