A Vicofaro un laboratorio di cucito, e non solo

Vicofaro: un esempio di accoglienza ma anche di formazione, in vista di una cittadinanza attiva.

Ho sentito parlare molto di quella parrocchia, nella mia città, dove il prete dà accoglienza a tutti quelli che ne hanno bisogno, soprattutto immigrati africani, approdati qui da ogni parte, grazie al passaparola: qui avrebbero trovato sicuramente un tetto, un piatto, ma anche un sorriso, senza tante domande. Sono in tanti in città a criticare il Don, che invece di fare a tempo pieno il parroco, dedica le sue energie ai bisogni di questi ragazzi, tantissimi.
E io, io che potrei fare per loro? Mi chiedo a questo punto.

Pre Covid-19

Io so da che parte stare, l’ho sempre fatto, come insegnante, anzitutto: gli alunni con più difficoltà erano quelli che mi stavano più a cuore, erano per me una sfida, sicuramente ora qualcosa potrò fare anche per questi ragazzi…
Un’altra sfida!!!
Ed eccomi qui, con altri volontari, in questa stanzetta che funge da aula; insegniamo l’italiano a questi giovani approdati qui da tutta l’Africa, soprattutto sahariana e sub sahariana.

Mi assegnano due ragazzi e una ragazza: Hassan, giovanissimo dal dolce sorriso che viene dal Mali e parla francese, una lingua che fortunatamente conosco abbastanza bene, Fatimah, una ragazza sui 25 anni che poi mi dirà di aver lasciato due figli in Nigeria, e Buba, un vivacissimo ventenne, nigeriano come Fatimah. 
Loro parlano solo inglese, lingua per me quasi del tutto sconosciuta. Fortunatamente Buba conosce un po’ più di italiano e mi farà da interprete, se necessario.
Mentre scambio con loro qualche informazione per presentarci, mi chiedo: sarò in grado di aiutarli? Loro conoscono solo qualche parola di italiano, insegnare una lingua non è come fare lezione di italiano alle medie.
Conto però sulla mia esperienza passata, durante i miei anni di insegnamento ho già lavorato con studenti stranieri appena arrivati con la loro famiglia e ho avuto modo di osservare i loro progressi veloci nell’imparare la lingua, semplicemente parlandola ogni giorno.
Qui la cosa è meno automatica: i ragazzi parlano fra loro, nelle loro lingue molteplici e nei dialetti locali, l’italiano lo usano poco.

Nonostante tutto, i più intraprendenti cercano lavoretti, qua e là, super sfruttati, ovviamente, con turni massacranti anche di 12 ore giornaliere, ma che permettono di guadagnare quei pochi euro da mandare come promesso alle famiglie, laggiù in Africa, che per sostenere il loro sogno europeo si sono fortemente indebitate e aspettano ogni mese quei soldi anche per addolcire almeno un po’ la miseria in cui vivono. Ma avere un contratto di lavoro è fondamentale per poter avere il sospirato permesso di soggiorno e quindi richiedere la residenza anche per poter affittare una casa, finalmente.

Inizia la bella scommessa con questi ragazzi: entrerò inevitabilmente nelle loro vite, mi racconteranno di fughe da oppressioni, da miserie, di carceri e torture, di soprusi e angherie di ogni sorta, alcuni mi mostreranno sui loro giovani corpi le cicatrici di percosse e ferite, anche di armi da fuoco.
Sono scampati ad un vero inferno, i cui segni indelebili sono conservati nei loro cuori e nelle loro menti ma, nonostante tutto, hanno ancora fiducia negli uomini, sicuramente nel parroco che li ospita: ora sono qui, al sicuro, alcuni di loro hanno perfino ricominciato a sorridere, a sperare di poter restare, lavorare, avere una vita.
E intanto imparano la lingua, il lasciapassare essenziale.
E io, a mia volta imparo tanto da loro: la tenacia, la capacità di non soccombere di fronte a tante difficoltà, mantenendo sempre un sorriso.
Appena possono questi ragazzi scherzano, cantano, ballano e soprattutto sperano.

A vent’anni si fa così.

Due mattine a settimana son lì, a dedicare un po’ del mio tempo a questi “naufraghi” salvati, e sento che è un tempo ben speso.
La loro energia, il loro ottimismo, il calore dei loro sorrisi sono contagiosi, le due ore passano in fretta, fra esercizi di grammatica, conversazioni, ma anche battute scherzose.
La lingua si impara soprattutto parlandola.
A volte sorprendo nei miei allievi sguardi che si perdono nel vuoto, chissà a cosa pensano o quali fantasmi gli si ripresentano, così giovani ne hanno passate tante e non è finita.

Un giorno con Hassan stiamo studiando il verbo essere e dopo il presente indicativo, passo ad insegnargli il futuro, glielo spiego e alla fine lui mi guarda dubbioso e mi chiede:
– Ma chi usa questo tempo? Io non l’ho mai sentito!
Certo, gli basta affrontare il presente, per ora, il futuro è tutto da costruire.

Parlando con lui dopo una lezione, mi accorgo che sta osservando la mia giacca, interessato.
– Bella questa giacca, sai che saprei cucirne una uguale?
Lo guardo sorpresa. – Ma tu sai cucire Hassan?
– Certo, in Mali andavo a bottega da un sarto che mi insegnato a tagliare e a cucire! – spiega orgoglioso.
– Ma questa è una bellissima notizia, Hassan, potremo inventarci qualcosa, un laboratorio di cucito, si potrebbero creare abiti, ma anche tante altre cose. Che ne pensi?
Naturalmente Hassan è contentissimo, ma subito debbo frenare il suo entusiasmo: creare dal nulla un laboratorio, in questo centro affollato, non sarà semplice, occorrerà procurarsi macchine da cucire e tutto ciò che serve.
L’unico che può aiutarci è il Don, andiamo da lui e subito gli trasmettiamo il nostro entusiasmo, anzi è lui che ci galvanizza quando ci dice che una macchina da cucire c’è già, inutilizzata ma efficiente, così come metri e metri di bellissime stoffe africane, capitate qui chi sa come.
Tutto a disposizione di Hassan e dei suoi aiutanti.
E così scopriamo con grande gioia che qui nel centro ci sono altri ragazzi che sanno cucire, potremo organizzare un vero laboratorio!

Quando le cose si mettono bene dall’inizio, niente le può fermare:  grazie all’energia travolgente dei ragazzi il laboratorio è pronto in pochi giorni e si cominciano a cucire con le stoffe a disposizione bellissimi abiti africani che vengono acquistati dapprima dai numerosi volontari e poi dai loro amici;  gira la voce e fioccano ordinazioni, tutti vogliono i caratteristici coloratissimi abiti, ma anche borse, zaini, camicie, produzioni artigianali assolutamente originali e a chilometro zero.

La fantasia di Hassan e dei suoi amici è inesauribile, sono assai soddisfatti, ora non solo possono fare un lavoro che amano, ma riescono anche a guadagnare un po’ di euro!
Questo è solo un inizio; col tempo nasceranno altri laboratori come questi, dove i ragazzi potranno imparare un lavoro e sperare anche in un futuro, ora finalmente possibile.

*Laura Lenti