Uscito in libreria – Il lavoro è una cosa “seria”. Apologia della festa

Quando il rapporto capitale lavoro investe l’intero tempo di vita, quando il processo di valorizzazione pervade ogni istante dell’esistenza, non ci sono più luoghi e momenti per la festa, l’ozio, il gioco o il riso.

Potlatch

Non solo queste attività vedono rarefarsi gli spazi in cui si possono esercitare, ma subiscono anche tutta una serie di trasformazioni che portano alla perdita dei valori e delle funzioni che le caratterizzavano, ad esempio, all’interno di modi di produzione non mercantili, di società strutturate sullo scambio simbolico, il dono e la reciprocità, sui quali si fandava la loro tenuta sociale.

La festa, il gioco, il comico, il piacere, sono figure liminali della nostra cultura occidentale. Tra loro corre una parentela di non facile definizione, ma di cui si può ravvisare un tratto nel loro disagio a rapportarsi con termini quali “utile” e “serio”.

In effetti, utile e serio esprimono un valore opposto al senso che assumono o è attribuito ad alcune di esse.

Il piacere, la gioia, il riso, il gioco, pur riscuotendo un alto livello di considerazione teorica, vengono oggi ridimensionati nella vita quotidiana e messi in secondo piano di fronte all’imperiosità dell’utile e alla solennità del serio, in quanto attributi del “pensieroso”, non certo dello “spensierato”. La spensieratezza, infatti – come si può leggere nei dizionari –, è spesso connotata come un difetto, una mancanza di responsabilità, una superficialità; una leggerezza, ma anche una azione da sconsiderati, superficiali e negligenti. Occorre allora rompere questo “dispositivo della colpa” per ritornare a giocare e fare festa, a oziare spensierati e a riempire di “godimento” le lotte a venire.

Gilberto Pierazzuoli, Il lavoro è una cosa “seria”. Apologia della festa – Prefazione di Francesco Demitry, ombre corte, pp 185, euro 17, ottobre 2020

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