Perché partecipare al presidio “Al contadino non sia vietato ciò che è permesso al supermercato”

Sabato 5 dicembre alle ore 11 si terrà un presidio-conferenza stampa, sotto al palazzo del Consiglio regionale, via Cavour 4, con cartelli, striscioni, bandiere, megafono e tutto quel che può servire alla comunicazione. Gli organizzatori sono i contadini e le contadine del Coordinamento delle comunità contadine toscane di cui faccio parte.

Le frasi che individuano il senso della chiamata sono:

Al contadino non sia negato ciò che è permesso al supermercato; Il cibo e la salute non sono merci, e ancora, No all’agroindustria e alla grande distribuzione organizzata (GDO) Sì all’agricoltura contadina agroecologica che si rivolge ai mercati locali.

Tra i firmatari aderenti all’iniziativa compaiono, oltre al Coordinamento, il collettivo Friday For Future Firenze, I lavoratori e le lavoratrici del Panificio Toscano-Si Cobas, il presidio No inceneritori e no aeroporto della piana fiorentina e Medicina Democratica.

Da una prima riflessione, a colpo d’occhio, volantino alla mano, si avverte che non si tratta di una vertenza corporativista promossa da un settore, quello agricolo, perennemente in crisi, pandemia o non pandemia. L’oggetto del presidio è comunicare qualcosa di più ampio e trasversale a tutti gli strati della nostra società e si pone l’obbiettivo di trovare un’interlocuzione, da un lato con le istituzioni e dall’altro con la cittadinanza, su temi di urgente interesse generale.

Che cosa hanno in comune, che cosa condividono le lotte e le vertenze territoriali di soggetti apparentemente così slegati fra loro?

Il Coordinamento delle comunità contadine toscane che si batte per difendere l’agricoltura contadina agroecologica e in questo periodo cerca di evitare la chiusura dei mercati contadini costringendo le persone ad approvvigionarsi esclusivamente dalla GDO facendo passare l’assunto: supermercato = sicurezza.

I ragazzi e le ragazze del FFF che pongono seriamente la questione ecologica al primo posto fra le problematiche da risolvere urgentemente per il loro/nostro futuro.

I lavoratori e le lavoratrici del Panificio Toscano (fornitore di Unicoop per la Toscana e oltre) in lotta con l’azienda per il giusto inquadramento lavorativo e la conseguente giusta retribuzione.

I comitati della Piana Firenze-Prato-Pistoia che da anni si battono contro nocività ambientali e grandi opere inutili che gravano e avvelenano i nostri territori producendo solo profitti per pochi e sfruttamento, devastazioni ambientali e disagi per tutti.

I movimenti in lotta per la salute, come Medicina Democratica.

La produzione industriale del cibo è, tra le grandi opere inutili e nocive, la più estesa, la più devastante e la più diffusa. La produzione industriale del cibo è causa dell’emissione del 60% dei gas climalteranti responsabili del riscaldamento globale, è subordinata all’utilizzo di grandi quantità di energia fossile, di grandi quantità di fertilizzanti chimici e pesticidi ed è causa di disagi sociali, di sfruttamento delle persone ed è responsabile, attraverso la GDO, della promozione di stili di vita non sostenibili e dannosi per l’ambiente e la salute di tutto il vivente.
La produzione industriale del cibo è responsabile di fenomeni come il “land-grabbing” l’accaparramento di territori, che destabilizzano equilibri geopolitici nell’intero pianeta generando distruzione di abitat naturali, guerre e migrazioni di intere popolazioni. Inoltre, l’agroindustria sta completando su scala mondiale il fenomeno dell’inurbamento forzato di miliardi di persone che sempre di più diventano bisognose di essere “nutrite” da questo sistema malato e così sperequato nella distribuzione della ricchezza.

Proprio in questi giorni ho partecipato ad un incontro del Comitato Nazionale Amigos dell’MST di cui faccio parte (lo MST è un importante e storico movimento dei senza terra brasiliani in lotta per la riforma agraria nel loro paese). Il grande movimento brasiliano è fondatore e fra i più attivi animatori della Via Campesina (il grande movimento contadino mondiale).

Il Brasile di Bolsonaro e delle corporation sta distruggendo ecosistemi naturali eccezionali, come l’Amazzonia, per produrre ingenti quantità di soia e mais OGM destinati agli allevamenti intensivi di tutto il pianeta. Si tratta di distruzione, sfruttamento e avvelenamento di intere regioni, per fornire materie prime a basso costo con cui l’industria della carne avvelena e devasta i territori che ospitano gli allevamenti, di nuovo producendo problemi ambientali e sociali di grandissima portata.

I governi spinti dalle corporation ratificano orribili accordi commerciali transnazionali che abbattono (solo in questo caso, ovviamente) non solo le frontiere, ma anche legislazioni locali, ignorando i diritti fondamentali internazionalmente riconosciuti come quello alla salute, nostra e di tutto il vivente.

Tutto appare legato, tutto è interconnesso: la produzione industriale del cibo e il suo braccio armato, la GDO, sono un obbiettivo comune contro cui lottare.
Oggi conosciamo un nuovo ulteriore enorme problema. 
Mi riferisco a quello che stiamo vivendo in questo periodo a causa del virus sars-covid 19 e di quello che ci viene prospettato dai decisori politici che puntano esclusivamente su distanziamento sociale e vaccini.

Ci vengono imposte, senza possibilità di critica, nel permanente stato di eccezione, nuove fome di esistenza e convivenza che minimamente prendono in considerazione cause, concause e origine del problema.
 Col manifestarsi di questo disagio a livello globale, credo ancora di più all’importanza di unire tutte le forze, tutte le conoscenze e tutte le analisi critiche che riconoscono la concatenazione dei problemi contro i quali ci stiamo battendo e gli inscindibili legami che essi ci rivelano.
La produzione industriale del cibo sta creando condizioni che contribuiscono all’evoluzione dei patogeni, virus compresi.
 La globalizzazione delle catene di produzione e consumo alimentare industrializzato, insieme alla circolazione delle persone contribuiscono enormemente a diffondere questi patogeni e trovano terreno fertile in organismi già debilitati da condizioni di vita disagiate, da esistenze ammassate in grandi centri urbani, nutrite con cibo spazzatura in ambienti inquinati.

L’agricoltura contadina agroecologica rafforza le difese immunitarie, migliora la qualità della vita di tutti e di tutte e raffredda il pianeta.

Vogliamo ancora aspettare a pretendere la sua messa in valore?

*Giovanni Pandolfini

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