Una storia sugli agricoltori in lotta. Contro i meccanismi perversi dell’agroindustria, le alternative esistono

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Qualche anno fa mi trovai a parlare con un agricoltore, un collega, che gestiva la sua impresa agricola cerealicola familiare nelle terre fertili e pianeggianti della zona del parco Milano Sud. Era molto preoccupato per il futuro della sua attività che sosteneva economicamente la sua famiglia da più generazioni.

I conti non tornano più, diceva:

«Le spese sono sempre in crescita così come gli obblighi burocratici, gli adempimenti fiscali, le norme per la sicurezza sui luoghi di lavoro, quelle per la sostenibilità ambientale, quelle per l’adeguamento delle strutture, quelle per l’acquisto e la manutenzione delle macchine necessarie per lavorare la terra, per i semi, per le cure colturali (diserbanti, concimi e pesticidi) e per il trasporto dei prodotti, per non parlare poi del costo dell’energia, delle consulenze agronomiche, di quelle legali e commerciali di cui ho assoluto bisogno per lavorare e per sentirmi minimamente in regola e non correre rischi».

Lamentandosi ancora aggiungeva :

«Dall’altro lato dei costi dovrebbero esserci adeguati ricavi ma… il raccolto ha dei prezzi che a malapena coprono le spese correnti quando tutto fila liscio senza considerare i mille possibili intoppi che ormai sono sempre più frequenti, nuove avversità come insetti nocivi invadenti, attacchi fungini particolarmente forti, danni da selvaggina come ungulati e molti altri, lunghi periodi siccitosi senza pioggia, periodi con troppa pioggia e alluvioni, grandine e forti temporali con venti distruttivi, temperature fuori dall’usuale con escursioni termiche giornaliere intorno ai 20° e molte altre, l’unica nostra salvezza sono i contributi della PAC e le agevolazioni per gli acquisti delle macchine come contributi in conto capitale del PSR (ovvero a fondo perduto, da non restituire) e i crediti di conduzione come le cambiali agrarie che le banche rinnovano senza troppe pretese.

L’associazione di categoria mi ha consigliato di specializzarmi, di ammodernare la mia impresa, di innovare le mie attrezzature, di investire con più decisione nella mia attività, di credere in me stesso e di affidarmi a loro per la consulenza finanziaria, per districarmi nella giungla dei contributi e nelle paludi degli obblighi di legge.

D’altronde sono sempre loro che hanno le cooperative ed i consorzi che mi vendono tutto ciò di cui ho bisogno e poi mi ritirano il prodotto nei loro centri di lavorazione e stoccaggio, non posso non considerarli.

Ovviamente per poter beneficiare dei contributi, che sempre loro mi aiutano ad ottenere, gli acquisti per l’innovazione e lo sviluppo della mia azienda devono rigorosamente essere effettuati con macchine nuove, sempre più costose e sofisticate. Un tempo i trattori e le attrezzature con una piccola officina, una saldatrice e un flessibile le riparavo io stesso oggi invece la meccanica si è fusa con l’elettronica e devo rivolgermi ad officine specializzate che costano un patrimonio.

La banca mi ha concesso crediti, scoperti, anticipi fatture perché faccio girare i soldi ma adesso mi sta dicendo che la mia impresa non è più tutta mia ma è un po’ anche loro e pertanto se veramente ci credo nella mia attività, così come ci hanno creduto loro, non posso rifiutarmi di mettere una firmetta per garantire con la mia proprietà immobiliare, la casa e la terra, tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che la mia famiglia ha costruito con tanto lavoro e tanta fatica nel tempo .

Ho le mani legate. Non so più come fare, devo lavorare di più ma ho bisogno di più terra, devo aumentare il mio giro di affari e di contributi.

Alla fine del suo ragionamento arrivava ad una conclusione:

«Ho solo 150 ettari ed oggi con 150 ettari di terreni seminativi non si riesce a campare la famiglia ne occorrerebbero almeno il doppio per stare tranquilli».

Incredibile e completamente assurdo. Con quale contorcimento di pensiero si può arrivare ad una simile convinzione?

Il ragionamento del povero imprenditore agricolo modernizzato, specializzato, industrializzato e al passo più o meno col grado minimo di “legalità” occorrente alla sua attività, è più o meno questo: per lavorare la terra, assistere le colture, raccogliere e stoccare i prodotti che ottengo ho bisogno di attivare molti investimenti. Il loro ammortamento mi costa in modo sproporzionato a quello che posso realizzare vendendo sul mercato, a prezzi correnti, il frutto del mio lavoro (ammesso che vada tutto bene e con i rischi a mio carico). La mia attività diventa “possibile” solo se al prodotto vendibile aggiungo una quota di sussidio proveniente dal sistema di incentivazione agricola messo in campo dalla Comunità Europea con il suo complicato meccanismo di assegnazione.

E poiché il principale meccanismo di erogazione dei fondi PAC si riferisce ad un premio ad ettaro, ho bisogno di una superficie “minima” di cui disporre per rendere economicamente vantaggiosa la mia impresa. Si capisce che chi possiede una superficie di terra sotto questo limite non riesce a fare fronte ai costi di produzione e se non lo ha già fatto deve smettere, chiudere l’attività, chi è nei pressi di questo limite rischia molto, lavora tanto e guadagna poco, chi invece possiede dieci o venti volte questo limite ha ben altri margini di tranquillità e di profitti interamente offerti dalla comunità europea attingendo al prelievo fiscale di milioni di lavoratori.

Avete mai visto un meccanismo più ingiusto?

Una superficie tale che mi consenta di investire sempre di più in innovazione tecnologica e maggior impiego di input energetici e di coltivazione affinché riesca ad ottenere il massimo possibile e il più velocemente possibile dalla mia terra e al tempo stesso di attingere agli investimenti che il sistema propone via via più vantaggiosi nel momento.

Avete mai visto qualcosa di più pericoloso per l’ambiente e per la salubrità degli alimenti?

Il livello di questa quantità minima di terra necessaria a questo tipo di sopravvivenza è estremamente variabile di anno in anno con la tendenza all’aumento e al favorire le grosse aziende ai danni delle più piccole.

Un percorso perverso e diabolico destinato a portare alla rovina quasi tutti i praticanti per farne emergere solo alcuni, i più strutturati, i più dotati di capitali alle spalle, i già grossi, i più predatori, a danno di tutti gli altri.

Questo rapporto fra superficie e sostenibilità economica è più evidente sulla specializzazione cerealicola o foraggera ma lo possiamo estendere a tutte le altre specializzazioni agricole più intensive come l’orticoltura, la frutticoltura, la viticoltura ecc., fino alla zootecnia con i sui mega allevamenti industriali.

Intermediari e GDO [grande distribuzione organizzata] hanno tutto da guadagnare da un sistema simile e il produttore agricolo che si troverà immancabilmente ad avere in un preciso e limitato momento dell’anno una grande massa di prodotto quasi sempre deperibile è l’anello più debole dell’intero sistema.

Avete mai visto qualcosa di più pericoloso? Invece.

150 ettari sono, per chi non avesse dimestichezza nelle proporzioni della superfici da coltivare, un campo di 1 Km per 1,5 Km, pari più o meno a 215 campi da calcio .

Come è possibile sostenere che con una superficie così grande di buona terra fertile di pianura con acqua a sufficienza in un clima temperato come il nostro, se pur in variazione, non si possa arrivare ad un reddito sufficiente per campare una famiglia.

Approssimativamente in 150 ettari potrebbero vivere e lavorare dalle 180 alle 200 e oltre persone e produrre cibo per loro stesse e per altre 800, con un livello di meccanizzazione minimo e con la quasi completa autosufficiente dal punto di vista energetico e di materie prime necessarie.

Sarebbe possibile solo praticando agricoltura contadina agroecologica.

Con un sistema di distribuzione locale e diretto dei propri prodotti, senza intermediari, senza consulenti, senza azzeccagarbugli, con l’assunzione diretta delle proprie responsabilità ambientali e sociali, con un meccanismo semplice ed efficace di garanzia partecipata sulla salubrità dei propri prodotti a livello locale, con un sistema di credito autogestito, con la possibilità di trasformare e conservare i propri prodotti in piccoli impianti artigianali, con regole diverse da quelle dell’agroindustria, si potrebbe ottenere anche un reddito dignitoso senza troppi sforzi e senza autosfruttamento.

Cosa è accaduto e cosa accade tuttora nelle nostre campagne? Perché un agricoltore arriva a sostenere il paradosso che non riesce a campare se stesso e la propria famiglia con soli (?) 150 ettari.

Inutile chiedere e rivendicare alle istituzioni maggior investimenti, maggior attenzione ai lavoratori del settore primario, condizioni di vendita dei propri prodotti più dignitose, un reddito sufficiente alle proprie aspettative e ai propri bisogni, risponderanno sempre con più burocrazie, con più tecnologia, con più specializzazione e con più asservimento al loro sistema. E’ necessario uscire dalla condizione di impresa agricola in un mercato globalizzato e costruire un tessuto comunitario locale e decentralizzato che autonomamente possa disporre del proprio territorio, controllarlo e difenderlo.

Mille e mille autonomie di villaggio che attraverso la produzione del proprio cibo possano rappresentare il modo economicamente ed ecologicamente più sostenibile ed umanamente più piacevole di stare a questo mondo.

Avete mai visto qualcosa di più facile?

1 commento su “Una storia sugli agricoltori in lotta. Contro i meccanismi perversi dell’agroindustria, le alternative esistono”

  1. Grazie per il bell’articolo. Quello che mi domando è perchè queste dinamiche già ben descritte da Steinbeck in Furore (1939 !!) non siano state interiorizzate da chi coltiva (?). Cosa ci impedisce di comprenderle fino in fondo, di farle nostre? Di non rimanere ogni volta stupiti da un meccanismo che funziona sempre nello stesso modo da 200 anni? Forse il problema è proprio la smania di “risolvere” i problemi. Sono d’accordo con Giovanni per una volta il problema andrebbe “dissolto”, semplicemente, venendo finalmente a patti con il fatto che se è la struttura del processo produttivo (capitalismo globale) ad essere radicalmente sbagliata, incompatibile con la vita (con il cambiamento climatico ora lo sappiamo bene), è inutile arrovellarci a risolvere i problemi che crea. L’unica cosa da fare è cambiare questa struttura e i problemi saranno immediatamente “dissolti” … nulla di più facile concordo… tutto il resto è noia, letteralmente, mortale.

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