Biblioteche comunali, i lavoratori in appalto chiedono diritti

La storia dei Biblioprecari inizia più o meno nel 2007, quando il Comune di Firenze decise di esternalizzare il servizio bibliotecario in occasione della creazione della nascente biblioteca delle Oblate. Già da diversi anni, infatti, la carenza di personale nelle file dei dipendenti comunali era evidente, ma l’Amministrazione si decise a bandire un solo – l’ultimo per ora – concorso pubblico per 13 posti di Istruttore direttivo bibliotecario, categoria D.
Intanto, a seguito della costituzione dello SDIAF (Sistema Documentario dell’Area Fiorentina che riunisce biblioteche, archivi e istituzioni culturali dell’area con lo scopo di rendere fruibile il patrimonio bibliografico), si andava definendo l’attuale assetto, con le 12 biblioteche cittadine che si ritrovarono sotto un coordinamento omogeneo gestito dalla Direzione Cultura del Comune.
Nel 2014, si rese quindi necessario estendere l’appalto a tutte le biblioteche del territorio e all’Archivio Storico, un maxi appalto che vide anche il coinvolgimento dei comuni limitrofi di Lastra a Signa e Scandicci e che fu vinto dal medesimo soggetto che già aveva in carico il servizio. Dopo varie rinunce da parte dei lavoratori e un ribasso dell’11%, fu riconfermato almeno il contratto del commercio e scongiurato lo spettro del peggiorativo contratto Multiservizi.

Foto di Gabriella Falcone

Ma arriviamo alla storia più recente: prima della pandemia da Covid, la scadenza dell’attuale appalto sarebbe stata il 30 giugno 2020. L’emergenza, però, stravolge i piani, accentuando i già noti problemi legati alle esternalizzazioni. L’Amministrazione decide di sospendere il lavoro agile assegnato in un primo momento e di lasciarci a casa in cassa integrazione. Chi ci conosce e ha seguìto la battaglia dei Biblioprecari sa che le nostre richieste sono sempre state le medesime:
– tutela del lavoro
– diritto all’accesso alla cultura e fruizione dei servizi bibliotecari e archivistici per la cittadinanza
– impegno istituzionale di farsi carico della condizione occupazionale dei tanti precari (questo vuol dire che, nel caso di un percorso di reinternalizzazione, sia previsto almeno un punteggio per i titoli di servizio svolto in quel ruolo presso una Pubblica Amministrazione)

Dopo quasi tre mesi di pressioni, manifestazioni e proteste da parte di noi lavoratrici e lavoratori e della cittadinanza, l’Amministrazione si è vista costretta a farci rientrare nei nostri legittimi luoghi di lavoro, facendo slittare la scadenza dell’appalto per un periodo pari ai mesi di sospensione. Oggi, dopo alcune proroghe e affidamenti diretti, ci ritroviamo di nuovo a qualche mese dalla scadenza dell’appalto, senza alcuna certezza sul nostro futuro e, di conseguenza, sul futuro delle biblioteche e dell’Archivio Storico.
In questo ultimo anno e mezzo, abbiamo ascoltato un ventaglio di ipotesi spesso contrastanti sulla nostra situazione (“ascoltato” perché è da mesi che richiediamo un incontro ma finora né l’ex Assessore alla Cultura Tommaso Sacchi ora nella giunta del Sindaco Sala a Milano, né il sindaco Nardella – che ha tenuto per sé la delega alla cultura dopo l’uscita di Sacchi – ci hanno mai ricevuti per spiegarci le reali intenzioni politiche dell’Amministrazione): lo scorso anno, il
Comune diceva di aver subíto – a differenza di altri comuni virtuosi – un grosso danno dai mancati introiti delle tasse di soggiorno e per questo motivo non poteva sostenere la spesa dei lavoratori esternalizzati, spesa facilmente evitabile sospendendo l’appalto e lasciando i lavoratori a casa in cassa integrazione. Poi, siamo passati dalla prospettiva di un appalto brevissimo di un anno che traghettasse verso il percorso di reinternalizzazione (forse tramite società in house?) alla prospettiva di un appalto un po’ più lungo e addirittura più oneroso, visti i tanti pensionamenti dei dipendenti comunali.

È delle ultime ore, invece, la nuova e preoccupante idea, preannunciata dal consigliere Massimo Fratini (nonché ex assessore alle Biblioteche) in sede di Commissione Lavoro e Bilancio, alla presenza della neo dirigente del settore Musei, Biblioteche e Archivi: si fa strada la fumosa volontà di ridurre il ricorso alle esternalizzazioni, attingendo alla graduatoria del recente concorso per amministrativi di livello C, che chiaramente dovranno passare da un approfondito
percorso di formazione non avendo le competenze necessarie. Che gli attuali lavoratori si levino perciò dalla testa la possibilità di ulteriori concorsi specifici per bibliotecari con punteggi per i titoli di servizio, fine delle trattative.
Apprendiamo con molta preoccupazione l’intenzione di liquidare velocemente il tema della tenuta occupazionale dei cento lavoratori attualmente impiegati nell’appalto dei servizi bibliotecari e archivistici. Già in questi anni abbiamo perso tasselli importanti, sia a livello umano che a livello lavorativo e di servizio: oltre a colleghe e colleghi che, spinti dall’incertezza lavorativa, hanno deciso di cercare un impiego migliore, abbiamo assistito anche a servizi venuti meno a causa dell’incuria politica. Due esempi su tutti, l’Ufficio Catalogo dei Musei Comunali chiuso definitivamente dallo scorso mese di marzo e la ex biblioteca dei Ragazzi,
chiusa dal 2019 per mancanza di personale e diventata di recente biblioteca della vicina scuola Pestalozzi, entrambi di fatto inaccessibili per la cittadinanza. Per non parlare delle caffetterie di BiblioteCanova e delle Oblate, fiori all’occhiello di tante pubblicità elettorali ora chiuse fino a data da destinarsi.

Finora, il nostro contributo e la flessibilità data dalla precarietà sono stati utili alle varie Amministrazioni per garantire gli orari di apertura più estesi d’Italia, per sponsorizzare Firenze come “capitale mondiale della cultura”. Oggi, però, sembra che si sia diventati un peso per quest’Amministrazione che, nonostante abbia tappezzato le strade con i manifesti arancioni di #RinasceFirenze e gli slogan su Firenze “laboratorio della ripartenza culturale”, lo scorso anno ha deciso di riaprire le biblioteche comunali senza di noi, ha deciso di lasciarci in cassa integrazione dalla sera alla mattina e ora prospetta di tagliarci fuori anche da un ipotetico
percorso di reinternalizzazione, preferendo figure amministrative a bibliotecari specializzati e formati da anni di esperienza sul campo.

Anche Firenze, dunque, non si discosta dal trend generale del settore culturale italiano che, dalle biblioteche di quartiere agli Archivi di Stato, dai musei più noti a quelli più piccoli, si regge su migliaia di lavoratori precari altamente qualificati, pagati con salari che si aggirano in media intorno ai 7-8 euro l’ora. Come illustra perfettamente Marta Fana nel suo libro Non è lavoro, è sfruttamento, il copione è più o meno sempre il medesimo: da una parte, abbiamo l’opinione pubblica che si scaglia contro i dipendenti pubblici fannulloni che cavalcano l’onda della lentezza burocratica e, dall’altra, come “panacea” arrivano in soccorso le esternalizzazioni o la rete di volontari e semi-volontari a supporto. Il sistema è diabolicamente perfetto: i lavoratori, senza garanzie né tutele, non risultano dipendenti pubblici (pur condividendo con questi mansioni e luoghi di lavoro), non hanno voce in capitolo nelle trattative sindacali e sono costretti ad assistere a continui cambi d’appalto dai ribassi ingiustificati, a tagli di ore e di salario a fronte di un aumento delle attività.

Ma questa decisione non colpisce solo le lavoratrici e i lavoratori, anzi, la ricaduta sulla cittadinanza è enorme: per quanto riguarda la città di Firenze, il solo servizio bibliotecario conta più di un milione di presenze annue, migliaia di iniziative culturali accessibili gratuitamente e  distribuite nei vari quartieri, e i numeri ci confermano che archivi e biblioteche hanno svolto un ruolo essenziale anche nei mesi successivi al lockdown, offrendo a studenti e utenti luoghi sicuri di studio, ricerca e di fruizione libera e gratuita. Parte del nostro lavoro consiste proprio nel fare da intermediari tra gli utenti e il patrimonio che abbiamo a disposizione.
Se è vero che le biblioteche e gli archivi pubblici svolgono un ruolo importante nello sviluppo e nel consolidamento di una società democratica, permettendo l’accesso alla conoscenza e all’informazione tramite una gamma di risorse e di servizi, non è ammissibile che non vengano tutelati coloro che, con il loro lavoro, ne permettono il funzionamento. Sono luoghi fondati sulla sinergia di servizi, collezioni, fruitori e lavoratori che vi operano: quando viene a mancare uno
degli elementi, finiscono per essere claudicanti e poco funzionali.
Come ha già giustamente segnalato il prof. Montanari, stiamo rischiando che “la memoria dell’intero Paese diventi inaccessibile. […] L’intero sistema della cultura non può veder legata la propria sopravvivenza al flusso di cassa. Perché, proprio come la salute, la cultura è un diritto fondamentale”.
È importante sottolineare come le istanze delle biblioteche, degli archivi, dei musei e di tutti gli altri luoghi della cultura siano interconnesse: intanto, perché sono presídi sociali e culturali dei territori, beni comuni in cui si apprende anche l’esercizio della cittadinanza, luoghi di partecipazione democratica che si rafforzano vicendevolmente. Ma anche perché sono luoghi, purtroppo, accomunati dal precariato, dalle esternalizzazioni che spesso compromettono la qualità dei servizi,oltre a tenere sotto scacco la vita dei lavoratori. Dobbiamo lottare perché le amministrazioni – tanto a livello locale come a livello nazionale – trovino finalmente il coraggio di investire nella cultura e nel lavoro equo. È evidente che, a causa di precise scelte economiche e politiche celate dietro il paravento dell’emergenza Covid, sono a rischio diritti fondamentali della nostra società civile, come il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione. E, come ha messo in luce la pandemia, continua a farne le spese ciò che è pubblico e gratuito, le biblioteche, così come la scuola, l’università, la sanità, i servizi essenziali per la cittadinanza.

Sempre il consigliere Fratini, nell’ultima Commissione congiunta di qualche giorno fa, ha dichiarato che su Firenze pioveranno “valanghe di soldi” grazie al PNRR: ecco, crediamo che un’Amministrazione abbia il dovere di mettere in cima alle voci di bilancio proprio i servizi e i diritti essenziali, perché quando si parla di simili diritti non si parla di spese, ma di risorse, a maggior ragione in un momento di crisi profonda come quello attuale. Nel nostro caso, chiediamo che l’Amministrazione assuma l’impegno istituzionale di farsi carico della condizione occupazionale dei tanti precari che da 15 anni garantiscono la fruizione dei servizi bibliotecari e
archivistici per la cittadinanza, servizi definiti essenziali dalla Riforma Franceschini e dal Codice dei Beni culturali e del paesaggio. A causa di questa riforma, il nostro diritto allo sciopero e alle assemblee è ridotto all’osso proprio perché – in quanto servizi essenziali – bisogna sempre garantire le aperture: poi, però, quest’essenzialità viene modellata a piacimento a seconda del tornaconto elettorale del momento, ma di colpo viene meno quando c’è da garantire le
lavoratrici e i lavoratori.
In questi mesi, abbiamo partecipato alle lotte dei lavoratori della GKN, dai quali abbiamo ancora molto da apprendere in quanto a unità e determinazione nel
portare avanti le battaglie. Ma se c’è una cosa incontrovertibile è che soltanto unendo le battaglie e smuovendo la società civile si può cambiare qualcosa. È per questo che chiediamo, fin da ora, alla città, al mondo studentesco, ai nostri affezionati utenti di supportarci in questo ennesimo momento critico che ci apprestiamo a vivere, di partecipare alle iniziative che metteremo in piedi nei prossimi mesi, di mantenere alta l’attenzione sui temi del lavoro e dei diritti che ormai penalizzano una fascia sempre più ampia di popolazione.

Biblioprecari Firenze

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