Le barricate, i voucher e l’ideologia

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Dalle pagine del Corriere della Sera del 14 marzo, Dario Di Vico porta un duro attacco alla legittimità dei referendum indetti dalla CGIL sui voucher e sulla responsabilità solidale negli appalti. Nella lettura Di Vico la crisi economica ha avuto il merito di creare un fronte fra Lavoro e Impresa e di svelare il vero nemico comune, “il capitalismo finanziario”. A suo dire, i quesiti non sarebbero un reale problema sociale, ma piuttosto un disegno ordito dalla dirigenza CGIL, e a ruota colto da varie forze politiche, in particolare a sinistra, proprio per rompere questo nuovo sodalizio, prefigurando il ritorno dell’ideologia. In questo clima il governo sarebbe una vittima costretta, fra mille difficoltà, ad una doppia ipotesi: “Un testo-rompicapo che elencando una serie di vincoli molto dettagliati di fatto renderebbe inutilizzabile il «nuovo sterco del diavolo», il voucher. Oppure imboccare una strada senza curve e abrogare interamente la norma.[..] in entrambi i casi non penso che la si potrà considerare una vittoria del lavoro.”

Marta Fana ha scritto questa bella risposta, pubblicata su MicroMega, in cui ci spiega molto bene come il capitalismo finanziario sia stata una precisa scelta della borghesia italiana; come non sia mai esistito nessun fronte Lavoro-Impresa, ma al contrario sono stati anni di duri attacchi ai lavoratori e ai loro diritti; infine di come questo, allo stesso modo dei voucher, degli appalti e dell’abolizione dell’articolo 18, sia il frutto proprio dell’ideologia dominante: quella neoliberista.

Nel frattempo il governo ha deciso per l’abrogazione totale dei voucher e la reintroduzione della responsabilità solidale negli appalti. Dunque la consultazione, ormai sembra certo, non ci sarà. Questa decisione, le reazioni della politica, l’articolo stesso di Di Vico, sono il sintomo della paura che le classi dominanti hanno del giudizio popolare. Il 4 dicembre pesa ancora, e questo referendum avrebbe dato l’opportunità a milioni di lavoratori di esprimersi nel merito delle politiche del lavoro di questi anni. Di confrontarsi, mobilitarsi ed organizzarsi. Le avevano già provate tutte per depotenziare questo referendum, partendo con la non ammissione del quesito sull’articolo 18, adesso sono arrivati a concederci la vittoria senza neanche lottare. E’ bastato lo spauracchio. Hanno preferito cedere su una questione economica per evitare ripercussioni più pesanti in politica.

*Clash City Workers


Le barricate, i voucher e l’ideologia: una risposta a Di Vico

È utile rispolverare gli strumenti dell’istruzione liceale, tipo l’analisi del testo, di fronte agli editoriali che si ripetono sulla stampa italiana. Ad esempio quelli di Dario Di Vico sul Corriere della Sera. L’ultimo si scaglia contro la decisione della CGIL di portare avanti la campagna referendaria per l’abolizione dei voucher nonostante il tentativo governativo di disinnescare il voto.

La colpa della Cgil e di chi si ostina a pensare che i voucher vadano aboliti è quella di “di abbattere ponti [invece] che cercare soluzioni”. Quei ponti – ci spiega Di Vico – creati dalla crisi che ha unito lavoratori e imprese contro “il capitale finanziario, la competizione al ribasso indotta dalla globalizzazione e l’incapacità politica di trovare soluzioni”.

Finanziarizzazione dell’economia, competizione al ribasso e scelte politiche non sono eventi naturali, calamitosi e imprevedibili. La corsa delle imprese alla finanziarizzazione capace di creare più velocemente e senza ostacoli rendimenti per i proprietari (o azionisti), ma anche per tutti quei manager addetti a questa funzione e retribuiti in base a questi risultati, è stata una scelta ben precisa del tessuto produttivo italiano, europeo, internazionale.  Se poi anche nella finanza si son creati monopoli, dispiace per Di Vico, ma è il capitalismo, bellezza!

Nel frattempo le stesse imprese prima durante e dopo la crisi non hanno trovato utile recuperare il ritardo sul fattore maggiormente obsoleto in Italia, il capitale: macchinari, impianti, strutture produttive, mentre si chiedeva l’abolizione dell’articolo 18, la liberalizzazione dei contratti a termine. La politica ha presto trovato soluzioni: via con la riforma Fornero, via col Decreto Poletti, con la Garanzia Giovani, col Jobs Act e dulcis in fundus l’alternanza scuola-lavoro.

Il costo del lavoro non è solo sceso, ma è stato praticamente abbattuto. Da una parte licenziamenti e tagli ai diritti, lavoro sempre più povero quando non gratuito.

Intanto, le scelte della politica da un lato producevano tagli al welfare, alla Naspi ai fondi per l’assistenza sociale, dalla scuola alla sanità, dall’altro regalavano miliardi alle imprese per stabilizzare un po’ di contratti, tagliavano l’Imu su tutte le prime case anche quelle milionarie (che solitamente non sono di proprietà dei lavoratori) e, per non farci mancare niente,  hanno con l’ultima legge di stabilità ridotto l’Ires, la tassa sui profitti. In modo uguale per tutti. Ma pare che alle imprese non importa di esser trattate tutte in egual modo pur essendo molto differenti, la progressività, la giustizia sociale questa sconosciuta.

Insomma, la barricata comune di cui parla Di Vico nella realtà non esiste. Al contrario, l’ideologia – che dice essere protagonista di una scena passata, scongiurandone il ritorno- è sempre stata viva ed ha lottato contro i lavoratori. Ci vuole una buona dose di falsa coscienza per non riuscire ad ammettere che l’evoluzione economica e politica è frutto di una precisa ideologia: quella neoliberista. La stessa che storicamente viene riassunta con le parole di Margaret Thatcher, “la società non esiste, esistono solo gli individui”: tutti contro tutti, ognuno è responsabile del proprio destino della propria fortuna e della propria miseria (economica, sociale e politica). Quell’ideologia che erige a religione la flessibilità nel lavoro, che sbandiera la superiorità del privato (o come piace chiamarlo per de-soggettivizzarlo, il mercato) sul pubblico. Quell’ideologia per cui solo le imprese possono creare lavoro, per cui l’istruzione e la salute non sono beni pubblici a garanzia dei diritti di cittadinanza, o meglio dei diritti umani, ma spettano a una élite, quella che ha la possibilità di pagare (e sempre di più) per questi beni e servizi.  

Per fare un esempio concreto di come questa ideologia ha operato è possibile fare riferimento proprio ai referendum e in particolare quello sugli appalti. L’esternalizzazione sempre più massiccia di pezzi del settore pubblico a imprese, cooperative e chi più ne ha più ne metta – in base alla duplice ossessione del: bisogna tagliare la spesa e bisogna che se ne occupi il mercato – ha nella realtà generato maggiori costi sia per lo Stato sia per i cittadini, ha sostenuto tutti gli espedienti volti ad abbattere il costo del lavoro: cooperative che non rispettano i contratti nazionali, che convenientemente decidono di sparire e non retribuire i lavoratori. I servizi pubblici sono diminuiti sia in quantità sia in qualità, ma il loro costo è aumentato, escludendo dalla loro fruizione proprio coloro che ne hanno maggiore diritto perché più vulnerabili, perché semplicemente non possono permettersi la baby sitter h24 o la clinica privata per un’otturazione ai denti.

Da qui è quindi possibile rivendicare che la questione referendaria non riguarda esclusivamente la Cgil e un pezzo di politica parlamentare, ma riguarda tutto quel pezzo di società spogliata (quando non palesemente derubata): lavoratori, studenti, disoccupati.

Ed eccoci ai voucher, strumento nato e vissuto nella piena incostituzionalità (si vedano anche soltanto gli articoli 35 e 36 della Costituzione). Le proposte avanzate dal governo eludono sostanzialmente la questione di fondo che è alla base di una rivendicazione (forse ancora fin troppo silenziosa): non è possibile ammettere che esista lavoro senza diritti. Inoltre, anche il lavoro domestico (o le ripetizioni) per quanto accessorio (tutto da verificare) non esclude la subordinazione. Se chi decide quando, quanto, dove e come si lavora non è il lavoratore allora quest’ultimo è subordinato alle decisioni altrui, da cui evidentemente dipende. Perché se le famiglie non riescono a conciliare vita e lavoro e non riescono a pagare dignitosamente chi le aiuta, il problema probabilmente è che le famiglie si sono impoverite, che i tempi di lavoro si sono allungati a parità di salari, che gli asili nido non esistono e così via.

Non è inoltre chiaro come mai categorie già di per sé più marginali nel mercato del lavoro, quelle a cui si vuole restringere l’uso dei voucher, debbano continuare a vivere nella marginalità. Ii voucher escludono non soltanto diritti come ferie retribuite, diritto al cumulo per gli assegni di disoccupazione, diritto alla malattia retribuita, ecc ecc, ma con una contribuzione previdenziale pari al 13% viene anche negato il diritto a una pensione degna (se mai l’avranno in generale).

Temi che ovviamente non riguardano solo i lavoratori voucherizzati, ma tutto il mondo del lavoro, a parte quei pochi manager o AD di giornali, dirigenti vari sui quali lo stravolgimento del diritto del e al lavoro non è mai stato messo in discussione. E non è un caso perché l’ideologia ha bisogno di gambe, braccia e voci per diventare egemonica.

*Marta Fana

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Marta Fana

Dottoranda di ricerca in economia presso l’Istituto di studi politici di Parigi. Si occupa di economia politica, economia della corruzione e disuguaglianze.

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