PNRR a Firenze #3: come va la salute?

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La sesta “missione” del PNRR è dedicata al tema “salute”. Sicuramente tra gli ambiti più carichi di aspettative da parte dei cittadini e delle cittadine, la sezione lascia a dir poco interdetti per l’insufficienza sia degli obiettivi perseguiti che delle risorse messe in campo.

Non è con la pandemia che abbiamo scoperto che la sanità italiana soffre di gravi carenze, ma da due anni a questa parte l’argomento è ogni giorno sulla bocca di tutti. Fin dall’inizio, quello della gestione della pandemia si è dimostrato essere un tema estremamente divisivo. Ci sono però delle critiche, o rivendicazioni, che sembrano accomunare molte persone, e che emergono ogniqualvolta riusciamo a svincolarci dal miope tentativo di costringere al vaccino pochi milioni di persone ancora restie.

Quando l’allora epidemia si è abbattuta con violenza sull’Italia ci siamo resi conto (più di prima) di quanto sia stato sbagliato tagliare negli ultimi quindici anni le spese legate alla sanità. Con le differenze territoriali che conosciamo, le strutture adibite alla prevenzione e alla cura, già ridotte all’osso, hanno ceduto di fronte ad un improvviso sovraccarico; gli operatori sanitari, in alcuni casi già sottoposti ad un lavoro usurante, hanno dovuto affrontare una situazione insostenibile, pagandone il prezzo, anche loro, in termini di salute. Nei mesi successivi l’epidemia si è diffusa in tutto il mondo, ricordandoci che i confini nazionali sono un’invenzione (peraltro molto recente) degli esseri umani, e che il sistema dei brevetti non è in grado di tutelare la salute delle persone ma solo i profitti delle aziende farmaceutiche e dei loro azionisti.

Stretti tra l’esigenza di un salario e quella di non ammalarci e contagiare i nostri cari, abbiamo visto a più riprese la nostra vita ridotta a mera forza lavoro. Abbiamo dovuto resistere e spesso adeguarci ad una ragione sanitaria riduzionista e sotto certi aspetti violenta, talmente tesa a tutelare l’“economia” e a far vaccinare tutti (ma solo in Italia) da dimenticare di combattere il sistema dei brevetti, di concedere pensioni anticipate ai lavoratori più a rischio, di permettere ai lavoratori dei settori non essenziali di restare a casa a parità di salario, di evitare che il carico di lavoro riproduttivo e di cura (in assenza di servizi e misure di sostegno) ricadesse totalmente sulle spalle delle donne, di implementare un adeguato sistema di messa in sicurezza e tracciamento dei contagi anche sui luoghi di lavoro, di potenziare strutturalmente i mezzi pubblici, di garantire mascherine e tamponi gratis per un maggiore automonitoraggio, di adeguare le scuole, le università, le biblioteche, i cinema e i teatri ad un’indesiderata convivenza con la pandemia. E ovviamente la sanità, non solo per far fronte all’”emergenza” pandemica, ma anche a tutti i controlli e gli interventi lasciati indietro e alla salute mentale, soprattutto dei giovani.

Gli investimenti previsti dal PNRR per risolvere questo nocivo stato di tensione ammontano a 15,63 miliardi di euro. Tuttavia, non sarebbe giusto, dopo una simile carrellata di problemi, isolare la missione “salute” dal Piano più ampio. Questo prevede in effetti corposi investimenti sulla rete ferroviaria (missione 3, componente 1 – 24,77 miliardi) e di meno corposi sui “servizi di istruzione: dagli asili nido all’università” (M4C1 – 19,44 mld), su “infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore” (M5C2 – 11,17 mld) e sulla “coesione territoriale” (M5C3 – 1,98 mld)

Sommando i fondi in questione otteniamo una cifra apparentemente sostanziosa: 72,99 miliardi di euro su un totale di 191,5 prestati dalla Banca Centrale Europea. Purtroppo, scavando (per quanto ad oggi possibile), sotto la superficie di queste voci generiche, emerge ben presto tutto l’inganno della retorica e della propaganda.

Dei quasi 25 miliardi destinati all’ammodernamento in ambito ferroviario, l’investimento più massiccio è in effetti destinato alle “linee Alta Velocità nel nord che collegano all’Europa” (8,57), mentre una serie di interventi minori riguarda il Sud, i nodi ferroviari metropolitani (il sottoattraversamento TAV a Firenze beneficerebbe di questi finanziamenti), riorganizzazione e messa in sicurezza. Per il potenziamento delle linee regionali, le più utilizzate e affollate, non si arriva neanche al miliardo di euro per tutto il territorio nazionale (0,94).

Per quanto riguarda il mondo della formazione, gli investimenti rivolti alle urgenze di cui sopra sono ben inferiori rispetto al totale. Quello più rilevante è destinato ad “asili nido e scuole dell’infanzia e servizi di educazione e cura per la prima infanzia”, per cui sono previsti 4,6 miliardi di euro, a cui si aggiungono gli 0,96 per l’estensione di tempo pieno e mense e gli 0,3 per il potenziamento delle infrastrutture per lo sport nelle scuole. Alla constatazione che queste briciole non potranno in alcun modo rilanciare un settore così tanto lasciato a se stesso (o meglio, a coloro che se ne fanno carico: il più delle volte le madri), si aggiunge quella che potrebbe sembrare quasi una provocazione, se non fosse che chi ha redatto il PNRR intende spacciarla per normalità: l’aiuto alle famiglie dovrebbe passare per l’incoraggiamento della “partecipazione delle donne al mercato del lavoro”. Un bel modo di trovarsi un padrone anche fuori casa, oltre che al suo interno. L’inganno è presto svelato se si pensa che per favorire questa operazione il governo sta attualmente finanziando le imprese piuttosto che le donne stesse. 3,9 miliardi di euro saranno poi investiti per la messa in sicurezza e la riqualificazione dell’edilizia scolastica, che per quanto necessarie e benvenute non prevedono né un incremento degli spazi e degli insegnanti, né l’implementazione degli impianti di aerazione necessari per rendere più sicure le scuole anche a livello sanitario. Nessun tipo di investimento simile è previsto nemmeno per le università.

Nell’ambito delle infrastrutture sociali invece, sul totale di 11,17 miliardi di euro, se ne prevedono 2,8 per edilizia residenziale pubblica, 1,45 per “servizi sociali, disabilità e marginalità sociale”, 0,27 per il “superamento degli insediamenti abusivi per combattere lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura” e 0,7 per “sport e inclusione sociale”. Una vera rivoluzione insomma. A fare la parte del leone saranno cinquanta sfumature di gentrificazione, operazioni stimolate da ben 5,75 miliardi di euro. Sotto la voce “coesione territoriale” troviamo infine 0,83 miliardi per il potenziamento di servizi e infrastrutture sociali di comunità e per finanziare servizi sanitari di prossimità.

A seguito di questa scrematura l’ammontare dei prestiti che esulano dalla missione “salute”, ma che comunque tenteranno di rispondere alle aspettative dei cittadini si sono notevolmente ridotti: dei 72,99 miliardi di euro che avevamo inizialmente individuato ne rimangono solo 12,85. Fortuna che rimane ancora da analizzare la sesta missione del Piano.

La sezione salute prevede un investimento totale di 15,63 miliardi di euro, divisi tra le due componenti “reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale” (7) e “innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale” (8,63). Di nuovo: apparentemente un sacco di soldi, ed era l’ora. Di nuovo: approfondendo emerge che le spese rivolte alla maggior parte dei cittadini sono solo una minima parte. La prima componente, ad esempio, prevede 3 miliardi per le Case della Comunità e per gli Ospedali di Comunità (assistenza sanitaria intermedia), ma in maniera apparentemente sproporzionata destina gli altri 4 alla telemedicina, un servizio certamente utile, ma che non rientra sicuramente tra le priorità delle persone, soprattutto in un momento come questo in cui abbiamo capito quanto sia importante (ripristinare) il contatto umano anche per l’assistenza sanitaria (con le dovute precauzioni, ovviamente). La seconda è quasi interamente dedicata all’aggiornamento tecnologico e digitale ospedaliero (7,36 – ben venga), con buona pace della ricerca e di tutto quanto non è stato nemmeno preso in considerazione.

Il PNRR, a pandemia ancora in corso, risponde alle nostre necessità di prevenzione e cura della salute con poco più di 20 miliardi di euro per i prossimi cinque anni. In Toscana, mentre mancano i tamponi, con le Asl intasate e i medici di base estenuati, i sindacati sono costretti a minacciare uno sciopero per chiedere nuove assunzioni, salvo poi i confederali ritirare lo stato di agitazione di fronte alle prime fumose promesse della Regione. Quest’ultima peraltro ha recentemente stilato e diffuso il proprio piano d’azione: 173,5 milioni di euro, a cui si aggiungono i 20 già deliberati di fondo complementare, da investire in sanità territoriale.

Fortunatamente ammettono in chiosa di essere consapevoli che servirebbero ben altri investimenti; sfortunatamente non siamo in grado di trovare pace nel più classico dei rimpalli istituzionali.

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Eugenio Conti, laureato in Antropologia culturale ed etnologia all’Università di Bologna.

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