Siamo in guerra! Siamo in emergenza: non pensate troppo!

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Qualche riflessione sull’aumento delle spese militari deciso dall’Italia

Alla fine di qualche mal di pancia dentro la maggioranza che sostiene il “governo dei migliori”, il Parlamento ha dato mandato al Presidente del Consiglio di aumentare le spese militari dell’Italia al 2% del PIL, come richiesto insistentemente da Stati Uniti e concordato nel 2014 dall’Assemblea della NATO tenutasi in Irlanda. La “resistenza” al provvedimento dei pentastellati era dovuta solo al fatto che se l’aumento fosse stato immediato sarebbe stato un disastro inimmaginabile, diluito nel tempo fino al 2028 forse sarà meno traumatico; si spera che gli Italiani facciano come la rana che non si accorse di essere bollita nell’acqua che si scaldava lentamente.

I toni a commento della decisione del Parlamento sono stati trionfali da parte di un Biden euforico, salutati solennemente da uno Stoltenberg, neo-sacerdote di una divinità guerriera che speravamo relegata nelle saghe vichinghe del suo paese. La decisione ha determinato anche uno sfavillio per le imprese impegnate nella produzione militare, in particolare nell’italiana Leonardo, di cui si possono vedere le performance incredibili nel grafico accanto. L’aumento delle spese, che si sta materializzando adesso, viene da un accordo che non è mai stato rispettato prima perché avrebbe creato enormi problemi economici e sociali; adesso siamo nell’ennesima emergenza – indubbiamente reale – con una guerra dentro l’Europa in cui siamo coinvolti e si potrebbe profilare addirittura un esito catastrofico per il pianeta. La classe dirigente occidentale e italiana non si muove per disinnescare i pericoli, bensì gestisce l’urgenza per imporre decisioni totalmente impopolari, antisociali e gravide di rischi per il futuro; come questa di aumentare le spese militari in una fase di incertezze economiche, reduci dalle crisi, tutt’altro che risolte, del 2008 e quella dovuta alla pandemia. Gli esiti di questa decisione non osiamo prevederli in una società segnata da disuguaglianze e povertà dilagante, comunque dubbi e critiche non hanno diritto di esistere, sono visti come appoggio al nemico.

Il sistema militare-industriale ha visto nel mondo, nei decenni dopo la seconda guerra mondiale, una diminuzione delle spese militari nei confronti del PIL, certamente non in termini assoluti, ma adesso vuol tornare ai vecchi fasti e quel settore, nei paesi NATO, vuole accaparrarsi risorse ingenti. In questo grafico si vede la diminuzione delle spese rispetto al PIL:

In questa tabella si percepisce il costante aumento delle cifre spese nel mondo per le armi:

In Italia il trend è stato altalenante dal 1980 al 2020 tra l’1% e l’1,4% e si è attestato nel 2020 all’1,17% del PIL; da notare che portare la spesa militare al 2% sarebbe quasi un raddoppio dell’impegno economico avuto ultimamente e toglierebbe circa 14 miliardi dai bilanci statali. Da dove sarebbero tolte queste risorse è facile immaginarlo.

Questo drenaggio di risorse in favore delle spese militari avverrebbe in un momento particolarmente grave per tutta Europa; le sanzioni imposte alla Russia per l’invasione dell’Ucraina avranno costi altissimi soprattutto per le imprese europee che in quel paese esportavano, ma sarà soprattutto il prezzo dell’energia che avrà impatti formidabili; con le quotazioni attuali del gas alcuni analisti hanno prospettato gravi rischi di insostenibilità per il 60% delle imprese manifatturiere tedesche e per il 70% per quelle italiane.

Se a questa situazione aggiungiamo che i “paesi frugali” del nord, paladini dell’ordoliberismo, pretendono di tornare nell’UE ad una austerità come prima della pandemia, si profila un futuro inimmaginabile; l’ultima crisi ha portato in Italia nel 2021 il rapporto tra debito e PIL al 154,6%. Aggiungere a questo un aumento sconsiderato degli investimenti in armi non aiuterà ad uscire dalla crisi, il cosiddetto keynesismo militare non ha effetti redistributivi importanti, finirà invece per gravare sulle solite spalle; non a caso un personaggio come Ignazio La Russa ha proposto di eliminare il reddito di cittadinanza e destinarne le risorse al settore della difesa.

La guerra è emergenza e non tollera ritardi o ripensamenti. Si dice che la verità è una delle prime vittime della guerra e lo vediamo bene nei telegiornali delle reti nazionali e nei principali giornali nazionali; questi non sono più notiziari, ma pura propaganda ansiogena di guerra, indifferente anche alle false notizie diffuse e smentite poco dopo, l’obiettivo è ritrarre il nemico cattivo e creare un clima di paura diffusa. La paura è da sempre lo strumento di chi vuol dominare per tenere bassa la testa dei sudditi; oggi questa tecnica è spudoratamente attuata da un sistema mediatico che si presenta forse più pericoloso e incosciente dei militari stessi (che consigliano assiduamente prudenza conoscendo bene la guerra).

Di paura dovremmo averne molta visto che alcuni politici e anche qualche intellettuale confuso hanno rotto l’estremo tabù e invocano una possibile guerra nucleare pur di punire l’invasore russo. Il rischio di centinaia di milioni, forse di miliardi di morti non impressiona, la possibile distruzione di tutta l’Europa parrebbe un prezzo da pagare per la libertà. Quale libertà?

Paura ne dobbiamo avere, molta, eccome! Ma prima di tutto dei “nostri” che sono alla testa, quelli che rifiutano ogni trattativa o ripensamento e, mentre invocano emergenza e guerra all’invasore, continuano la guerra sociale scatenata da tempo contro gli ultimi, i penultimi e i terzultimi; è la guerra di un sistema e di una élite che considera gli esseri umani meri strumenti di una accumulazione e crescita impossibile, “risorse umane” sempre sacrificabili agli interessi del momento.

Le armi sembrano avere un’anima, lo ricordava Jorge Luis Borges nel suo racconto “L’Incontro” dove due uomini impugnano due coltelli da una teca e sono queste armi a condurli ad un duello, alla morte; le armi usano gli uomini per essere usate. Il recente passato pare confermarcelo, gli arsenali strapieni di armi cresciute durante la guerra fredda hanno preso vita con i conflitti seminati nel mondo. Oggi addirittura si accetterebbe l’olocausto nucleare.

Il quadro folle che abbiamo davanti vede però la maggioranza degli Italiani contrari sia all’invio delle armi all’Ucraina, sia all’aumento delle spese militari pretese dagli USA. Se il Parlamento italiano è quasi unanimemente intriso di istinti guerreschi, l’unica speranza sembra restare quella coscienza collettiva che non ha rappresentanza nelle istituzioni; la lotta, la capacità di denunciare che quello che ci viene proposto è una farsa crudele e stupida paiono l’unico antidoto. Se ci salveremo sarà grazie all’umanità che si ribella.

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Tiziano Cardosi

Comitato No Tunnel Tav di Firenze. Il presidente, Tiziano Cardosi, già capostazione delle Ferrovie dello Stato, è attivista di perUnaltracittà

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